06 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 06 Maggio 2021 alle 15:58:04

Cronaca News

Coronavirus, le ripercussioni sul commercio

Parola ai commercianti del Borgo. «La ripresa? Sarà lenta»

Taranto ai tempi del coronavirus
Taranto ai tempi del coronavirus

«Se fino a un po’ di mesi fa il commercio tarantino era a braccia con­serte, nel senso che lavorava poco in attesa di tempi migliori, oggi a causa del corona­virus questo settore è letteralmente in gi­nocchio». Non fanno giri di parola i com­mercianti tarantini. La situazione è grave in tutta Italia, nei contagi come nei conti di fine serata. Magrissimi. Non si batte scon­trino. «Situazione drammatica, in tanti anni di attività non si era mai verificata una cosa del genere; non solo la clientela, ma la gente in senso generale: letteralmente evaporata».

I commercianti si domandano dove siano finiti i tarantini. In fila, il più delle volte fuori dalle attività commerciali di prima necessità: panifici, generi alimentari e su­permercati. Mezzogiorno, ieri, via D’A­quino e via Di Palma, piazza Immacolata, cuore del Borgo, deserte. La gente rinuncia a circolare per le vie del centro, tante volte ci fosse un incosciente, amico, parente, co­noscente, non importa, che in uno slancio di affetto si lanciasse al collo schioccando un bacio. Non succede, ma se accadesse, ecco la mascherina. La indossano piccoli e grandi. Tarantini in fila per comprare pane, acqua, pasta, zucchero, quasi a prepararsi a un futuro ancora sconosciuto, di sicuro alzando prudenti barricate. Le mascherine, le indossano i ragazzi che portano la spe­sa a domicilio, lo stesso chi sta alla cassa. Come le ragazze che servono un caffè, an­che loro con la mascherina, in un bar che in rispetto alle norme indicate dal Decreto del Governo in fatto di Sicurezza sanitaria, ha tracciato sul pavimento linee in rosso e “x”, per tenere a distanza di sicurezza un cliente dall’altro.

Dunque, il commercio. Via Anfiteatro, negozio di articoli da regalo. «Stiamo registrando un calo notevole – secondo Gianluca Delle Foglie, titolare dell’atti­vità – direi che siamo ai minimi storici e, all’orizzonte, niente di incoraggiante: mo­menti frenetici, ci consultiamo fra colleghi attraverso qualsiasi social e chat attivati per scambiarci impressioni, ma anche condivi­dere in tempo più o meno reale soluzioni pratiche per non continuare a farci del male più di quanto questa ossessione da corona­virus non abbia fatto».

Avanza una cifra, una ipotesi. «Penso ci sia stato un calo dell’80% – sostiene Del­le Foglie – la gente pensa più a cautelarsi, che a comprare regali, un atteggiamento comprensibile; ogni mattina sanifichiamo i locali, rispettiamo le distanze dalla cliente­la, di più non possiamo fare: sono in atte­sa, come la maggior parte dei colleghi, di conoscere direttive definitive da seguire; se bar e ristorazione dovessero chiudere – se­condo quanto ventilato in queste ore – non so a cosa serva che i negozi aprano nel po­meriggio: a questo punto, apriamo le attivi­tà solo al mattino».

«E’ un momento di comprensibile confu­sione – dice Angelo Pignatelli, titolare di un negozio di abbigliamento – ma, a scanso di equivoci, ho voluto dare un segnale forte ai colleghi: i capi per la stagione primavera-estate tardano ad arrivare e, allora, chiudo, fino al prossimo 18 marzo; non sono per le mezze misure, in un momento di incertezza, invoco la chiusura, poi ognuno faccia come crede e come è giusto che sia; questa matti­na – ieri, per chi legge – sono andato in uno studio medico: il dottore teneva i pazienti a due metri di distanza, quasi a trasmettere la pericolosità del venire a contatto; insomma, il coronavirus non è febbricola passeggera e va considerato con la massima serietà».

Una città “addormentata”, secondo Nicola De Florio. «E’ quasi un colpo di grazia al commercio tarantino – dice il titolare di “Max” – con una industria che langue e vive in continua contraddizione con il territorio, il coronavirus dal punto di vista del com­mercio è da considerare la madre di tutte le sciagure; non voglio sembrare catastrofico, ma anche in questo caso Taranto sembra una città distratta; mai come in questo mo­mento c’è bisogno di stare uniti, tutti, pren­dere una decisione per il bene dell’intera comunità: restare aperti con l’attività fino ad un orario preserale? Restiamo aperti, ma dobbiamo farlo tutti insieme e non, come accaduto talvolta, a macchia di leopardo; rischiamo di disorientare noi commercianti e la stessa clientela».

«Dia un’occhiata fuori, via D’Aquino: de­serta – dice Domenico Della Fortuna, “Louis” – un’immagine da film di fanta­scienza. Ho sentito i commessi di due nego­zi che appartengono a brand importanti, per uno le direttive indicate dall’azienda-madre sarebbero quelle di restare aperti fino alle 19.00, per l’altro si parla addirittura di una chiusura totale fino a metà aprile; non pos­siamo parlare di scarsa affluenza, non l’ab­biamo registrata affatto: il centro, di solito, è aggregatore, riunisce, evidentemente il timore del contagio stavolta ha avuto l’ef­fetto contrario; c’è paura che lo “struscio”, la paura che un luogo frequentato, diventi un boomerang, con tutti i contraccolpi che questo può provocare».

«Mezzogiorno di coprifuoco». Gianni Geri, decano dei commercianti taranti­ni, non usa mezzi termini. «Letteralmente fermi – dice il commerciante, incontrato all’interno di “Lord”, negozio di abbiglia­mento – come, del resto, in tutta Italia: sono in stretto contatto con colleghi di altre città, ovunque è la stessa cosa; aria di crisi, seria, come non mi era capitato di vedere in ses­sant’anni di attività; mai conosciuto un pe­riodaccio come questo: passato attraverso austerity e virus che avevano messo a letto mezza Italia, mai avrei pensato di assiste­re a una cosa così; se tutto dovesse andare bene, di sicuro tocca pensare in prospettiva invernale: questa sciagura abbattutasi su tutti gli italiani – qualora fosse trovato un rimedio a breve – potrebbe avere sì una ri­presa, ma lenta, purtroppo».

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