13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 06:53:50

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Taranto e noi come fantasmi nel deserto

Le epidemie nel mondo classico e nella letteratura

Le epidemie nel mondo classico e nella letteratura
Le epidemie nel mondo classico e nella letteratura

Ho dato un titolo kafkiano a questo mio intervento perché, a vedere dall’alto di un balcone, quelle poche persone che si ag­giravano per le vie deserte, quel­la immagine del grande Kafka mi è tornata a mente.

Lui la riferiva ad una Vienna spopolata da una grave epidemia che aveva colpito la nobile e re­gale città, capitale di un impero secolare e che ai suoi occhi ap­pariva per lo svuotarsi delle per­sone come un deserto percorso da fantasmi, gli unici che posso­no attraversarlo.

Riflettevo, pensando a D’An­nunzio autore di quelle città del silenzio (Elettra, libro II°) che nel profondo della loro vita stori­ca avevano un’atmosfera di voci perdute tra il cielo e la terra. E Taranto è nel silenzio!

Ma il pericolo che noi attraver­siamo in questo momento della nostra esistenza ci viene non da un batterio, ma da un “virus” coronato. “Virus” parola latina che in sé racchiude quella forza dell’assalire l’uomo e costringer­lo a difendersi dal “morbo” che produce.

Una forza epidemica che può di­ventare pandemica, e che, anche in maniera imprecisa, definiamo “pestilenziale” ove per “pesti­lenza” si vuole intendere l’in­cresciosa invadenza e invasione della invisibile “molecola”; ma che porta timori, paure, ansie nei cittadini e li costringe a forzati ritiri e a doverosi precetti da se­guire.

E, scorrendo le pagine della “Storia” che racchiude la nostra esistenza transeunte, alla mente mi sovvengono alcuni passi della Bibbia ove si parla che Dio man­dò per i tanti peccati dell’uomo una notevole malattia sul popolo di Israele “dalla mattina sino al tempo ordinato” (Bibbia III, 295) anche lì si parla di “vis pestilen­ziale” e che portava negli uomini del tempo voti sacrificali, pro­cessioni e riti di sofferenza per­sonale e cerimonie di espiazione.

Nel mondo classico latino il fina­le (doveva purtroppo non essere) del libro VI del “De Rerum Na­tura” di Lucrezio termina con la famosa peste di Atene, già narra­ta dal greco storico Tucidide.

Anche lì terrore di uomini, scon­forto unanime di persone, come fantasmi, che si aggirano per la deserta città.

Correva l’anno 430 prima di Cri­sto.

Gli uomini “lacrimis lassi luctu­que redibant” Umanità finita dal pianto e dalla morte. Ma prima di Lucrezio Omero nell’Iliade (I, 43-61) quel libro primo si apre con la grandiosa immagine della peste che colpisce il campo acheo tramite le frecce di Apollo, avve­lenate, che seminano l’epidemia per l’offesa fatta da Agamennone al sacerdote Crise.

Invenzione o mito c’è già nei popoli antichi il terrore e la so­litudine che un male epidemico porta, e nel contempo, la visione dell’uomo solo e desolato a fron­te della natura incupita e dell’uo­mo avvelenata.

La letteratura italiana si apre con il grandioso quadro della peste di Firenze (1348) che sconvol­se il popolo fiorentino quale ira divina contro i peccati degli uo­mini.

Quel pestifero male fu l’occasio­ne al Boccaccio per narrare ben cento novelle nel verde incanto di Fiesole. Un ritiro di dieci per­sone, tre uomini e sette fanciulle.

Un confronto: Dante per arriva­re alla beatitudine dov’è passa­re per i dolori dell’Inferno e del Purgatorio, Boccaccio arriva alla letizia umana attraverso il dolore degli altri.

È altra epoca, altro sentire uma­no e religioso. E arriviamo al Manzoni. La peste milanese del 1630 è quel lavacro provviden­ziale che castiga i violenti e i malvagi e salva i puri di cuore. Anche se Frate Cristoforo fini­rà, nel Lazzaretto, i suoi giorni santificato dalla Fede e unendo, in velato matrimonio, Renzo e Lucia.

Nel grande romanzo i capitoli XXXI e XXXII sono quelli del drammatico e violento evento del morbo.

“La peste che il Tribunale della Sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata per davvero” (cap. XXXI).

“Arti venefiche, operazioni dia­boliche, gente congiurata a spar­gere la peste per mezzo di vele­ni contagiosi e di malie” (Cap. XXXII).

Quelle pagine del Manzoni sono le più avvincenti ed anche le più sacre e religiose del grande ro­manzo. Se i mali vengono perché devono venire solo la fiducia in Dio li rende migliori per una vita futura.

È l’epopea del Cristianesimo pa­olino. Senza le opere la fede è morta.

Un’altra storica pestilenza è quella descritta dal francese Al­bert Camus. La peste del Maroc­co del 1947.

La “peste” per Camus è anche la morte di ideologie politiche or­mai storicamente finite perché anche esse, se male adoperate e condotte, sono la peste di una de­mocrazia. Una visione della vita che portò Camus alla rinuncia di ogni onore sociale e culturale.

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