25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 16:22:59

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Padri e figli nel pensiero di Dante

L’VIII canto del Paradiso (cielo di Venere) e il concetto “sociologico” dell’uomo “cive”

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Un principio molto valido sulla varietà esistenziale di una so­cietà, nelle diverse epoche del­la storia dell’umanità, è quello che Dante illustra nell’VIII canto del Paradiso (cielo di Venere) secondo il quale nella realtà della vita quotidiana, per essere “cive” l’uomo deve vive­re in una società dove ciascuno deve adempiere “diversi offici” (v. 119).

È un concetto che possiamo de­finire “sociologico” e che sarà nel tempo dell’illuminismo e del primo Ottocento non solo italiano, ma europeo, soprat­tutto con Comte, una legge fon­damentale riguardante tutte le azioni umane, non solo sotto il profilo metodologico, ma anche in quello reale o meglio prag­matico.

Da Comte verrà poi tutta una letteratura che rafforzerà quel suo concetto che ci farà meglio intendere i caratteri origina­ri del vivere moderno. E quel concetto diverrà un sistema e porterà la sua voce nuova in più campi della società, dall’indu­stria al magistero della scuola come entità educativa e anche nelle relazioni tra vita sociale laica e vita religiosa.

Ma già nel canto VIII della ter­za cantica, Dante, per bocca di Carlo Martello, parlando della dottrina degli influssi astra­li, attraverso i quali si attua­no sulla terra i decreti divini, della Provvidenza cioè, aveva ammonito i padri, soprattutto, a seguire i propri figli e a con­siderare le loro inclinazioni, le loro attitudini e a non forzar­le o piegarle alla loro volontà e a creare invece nei figli una personalità individuale che evi­denzi la loro virtù, la loro in­dole adatte ad una particolare missione.

Perciò, dice Dante, la “Provvi­denza” non distingue le diverse case, non tiene conto dell’am­biente, che sia esso povero, ric­co o regale, ma crea, sovente, proprio nei figli, una inclina­zione diversa da quella paterna perché la società deve essere varia e svolgere “offici diversi”.

“La circular natura, ch’è sugel­lo

a la cera mortal, fa ben sua arte,

ma non distingue l’un dall’altro ostello”. (vv. 127-129).

Non può la natura dei figli sem­pre ricalcare quella dei padri ed è per questo che la Divina Provvidenza, per mezzo degli influssi celesti, interviene per­ché l’ordine degli “umani offi­ci” possa essere vario, determi­nato nel modo che la stessa vita dell’uomo abbia la capacità e la forza nel procedere e nell’inten­dere lo stesso “modus vivendi” nelle più diverse attitudini.

“Natura generata il suo cammi­no

simil farebbe sempre a gene­ranti,

se non vincesse il proveder di­vino” (vv.133-135).

Dunque è compito dei genitori, seguire, assecondare l’intento operativo dei figli nelle loro di­verse inclinazioni.

La tesi di Dante deriva dalla sua concezione del libero arbi­trio che Dio concede all’uomo perché ossa operare e realiz­zare bene il suo compito con l’aiuto della sua inclinazione naturale maturata attraverso gli studi scelti durante la sua vita.

Questo concetto ci riporta ad Aristotele che lo aveva espres­so nella “Politica” (I,2) e poi Dante lo aveva ripreso nel suo “Convivio” VI, VI (1-2).

Adesso il poeta lo ripropone solennemente per voce di Car­lo Martello. È importante che i genitori non ostacolino la vo­lontà operativa dei figli specie se essa è volta al miglioramento della sua personalità e al bene della società.

Ma: “dunque esser diverse / convien di vostri effetti le ra­dici”.

Cioè nella diversità dei vari “compiti sociali” è il progresso della stessa umanità.

Un esempio storico? Se, in quel capitolo dei “Promessi Sposi” il padre, per egoismo di utilità familiare, non avesse costretto la figlia Gertrude alla monaca­zione, non avremmo avuto la “Monaca di Monza”.

Ma è anche dovere di un padre dare l’esempio di onestà e retti­tudine personale perché il figlio non disvii dal giusto cammino.

Ma, ciò, sempre attraverso il dialogo e la comprensione.

La gente, dice il nostro poeta, sarebbe più buona e il mondo migliore se ci fossero meno egoismi, meno soprusi, meno sviamenti fin dall’origine na­turale dei figli, sempre che essi abbiano una visione onesta ed operosa per il bene dell’altrui vita e della propria mettendo, al bando ogni forma di odio e aprendo il proprio cuore all’a­more.

Oggi, nella società dei consu­mi e delle scoperte mediatiche, viviamo un’esistenza caratte­rizzata da povertà, guerre sca­tenate da feroci dittatori che costringono diverse migliaia di migranti ad abbandonare la loro terra alla ricerca di ospi­talità attraverso sofferenze e gravi pericoli per la loro stessa vita.

Un mondo, oggi, che arriva sul­la Luna e su Marte, ma che ha perso il senso etico e religioso della vita. Quale sarà l’esito fi­nale?

“Ai posteri l’ardua sentenza”. Per dirla col Manzoni.

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