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Cosa ci può insegnare l’epidemia

Il Coronavirus ha messo in luce le debolezze del Sistema Italia

In coda per entrare in farmacia a Taranto
In coda per entrare in farmacia a Taranto

Questo è il momento della solidarietà e della fratellanza. Siamo d’accordo. Molti osservatori ipotizzano che l’epidemia metterà alla prova il nostro senso di appartenenza e di comunità e noi ci auguriamo che questa prova sia superata positiva­mente. Ma perché questo avvenga è necessaria una riflessione attiva sul­le debolezze che il sistema Italia ha manifestato e che trova riscontro nel­la sperequazione assoluta tra Nord e Sud a partire proprio dalla salute che, in questo momento, è il problema dei problemi. Una pandemia totalizzante e che forse è ancora lontanissima dal “picco”, ha sintetizzato in pochi giorni le discrasie esistenti, ma è da mezzo secolo che il Sud è stato disartico­lato, in nome dell’accentramento al Centro-Nord della qualità terapeutica massiva. I viaggi della speranza, che penalizzano solo il Sud e che costa­no talmente tanto alle nostre regioni, già penalizzate dalla “spesa storica” e da incapacità, da impedire investi­menti importanti e da chiudere gli ospedali perché i posti letto sono troppi (soprattutto se siamo costretti normalmente a occupare quelli lom­bardi), sono un malcostume italiano sul quale mai nessun governo è in­tervenuto. Mi piace perciò ricordare, e citare quando posso, il coraggio di una ministra della Salute, Maria Pia Garavaglia, per altro milanese che nel 1994 (presidente del Consiglio era Ciampi) che propose un fondo di pe­requazione che riequilibrasse la spesa sanitaria vergognosamente tutta pro­tesa al Nord a scapito del Sud. Ma poi arrivò il governo Berlusconi e lo squi­librio peggiorò ancora. Ora l’invito a riaprire ospedali chiusi ha anche un senso, se viene fatto in un ottica trans-emergenziale.

Cosa dire del sistema formativo tutto sbilanciato verso il Nord, e che co­stringe centinaia di migliaia di studen­ti meridionali a emigrare, privandoci anche di futuri professionisti? Perché meravigliarci, poi, del loro ritorno in massa nei paesi di origine in caso di emergenza? Come si pretendeva che restassero in quelle città soli e in qua­rantena, lontani dalle famiglie chissà per quanti mesi, senza prospettive di ritorno? Se mai si sarebbero dovute evitare fughe di notizie e invece pia­nificare subito e mettere in atto piani di loro ritorno, come è stato fatto, con tanto clamore mediatico, per gli italia­ni all’estero. Ma a una politica che non ha nessuna attenzione verso la loro partenza non può interessare centro il loro ritorno!

La globalizzazione, poi, sta mostran­do il suo vero volto, che è l’altro volto dell’individualismo esasperato. Ma parlo dell’individualismo esaspera­to “nostro” e non dei paesi stranieri. Perché se è evidente e logico che non si possa pensare di fermare la crescita dei Paesi in via di sviluppo, non è mo­rale disarticolare un sistema produt­tivo in nome del profitto individuale, che ha privato l’Italia di aziende pro­duttrici di mascherine e di gran parte dei materiali sanitari in uso. Il liberi­smo assoluto che è stato cavalcato an­che dalle nostre economie e che im­pedisce a un’azienda metalmeccanica di produrre apparecchi perché ormai “tutti i bulloni e i dadi si fabbricano in Cina, e ora non ce ne mandano” è anche responsabilità nostra: che fine aveva fatto la solidarietà di impren­ditori che chiudevano impianti per andare a sfruttare lavoratori del terzo mondo? Voglio ricordare quello che disse Miroglio quando inaugurò la fabbrica di Ginosa: “Sono venuto a in­vestire qui perché ho ricevuto 40 mi­liardi di finanziamento dalla 181, ma se diventerà più profittevole produrre in Tusinia smonterò tutto”. E così fece, perché la legge italiana non obbligava gli imprenditori che ricevevano aiuti dello Stato a mantenere le loro produ­zioni per un periodo congruo.

Insomma: l’emergenza ci faccia riflet­tere, ma anche riconoscere i gravi er­rori commessi.

 

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