14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 14:54:24

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“La poesia di Dante” nel libro-saggio di Benedetto Croce

Benedetto Croce
Benedetto Croce

Nel 1921 Benedetto Croce dava alle stam­pe per la casa editrice Laterza di Bari il suo “La poesia di Dante”; un libro – saggio che, nel commentare o ristabilire, secondo il suo pensiero critico, non poche letture critiche di letterati prima di lui, a comin­ciare dal De Sanctis, e tracciava una linea interpretativa che doveva aprire una via nuova intorno al mondo esegetico, nonché estetico, di valutare o considerare il poema dantesco. Fu quello di Croce un documento caratteristico della suo pensiero critico e, al tempo stesso, come ebbe a scrivere Ma­rio Fubini, un’opera di provocazione e, an­che in parte, di contraddizione con quanto lo stesso Croce aveva in saggi precedenti operato intorno alla poesia e al suo intimo carattere. Cosa scriveva Croce in quel suo saggio nel 1921? Quale era il suo più in­cisivo concetto e, per certi aspetti, anche nuovo intorno alla poesia dantesca? Quale poteva essere il carattere e l’unità della po­esia del maggior poeta italiano e fra i più grandi dell’umanità? Quale per il metodo che Croce applicò alla sua intensa lettura e ai suoi convincimenti sull’opera di Dante? Quale fu la sua definizione categoriale in­torno alla multiforme vita di pensiero e di poesia che circola per tutta la Divina Com­media, che Croce definì “un Poema teolo­gico”? Tutto nasce da una prima posizione all’interpretazione dantesca di Francesco De Sanctis. Per il grande critico irpino l’Inferno era opera più lirica delle altre due Cantiche e che il Paradiso era più opera te­ologica, di ultraterrena allegoria, che pre­valentemente poetica. E tuttavia Dante, no­nostante questo contrasto o separazione di concetti estetici, rimaneva non solo il più grande poeta italiano e fra i più grandi del mondo; ma per l’Italia (e qui De Sanctis fu portato dalla sua passione risorgimentale) il Profeta della unità nazionale e il padre della lingua italiana. Croce entrò subito nel vivo delle considerazioni desanctisiane.

Se c’è un contrasto estetico più che poetico nell’opera dantesca, questo contrasto è tra il Dante poeta e il Dante teologo, fisico, me­tafisico, mitologico, scienziato. Ma codesta dualità, così accentuata dal De Sanctis, per Croce era ben risolta nell’unità poetica dell’opera che superava ogni contrasto fra poesia e altro dalla poesia. E Croce definì “allotria” quell’unione e separazione fra le parti divinamente liriche e le parti che, al­tro dalla lirica, erano “struttura”. Ma senza quella “struttura” non sarebbe nato il fio­re della poesia. Anzi quelle parti storiche, geografiche, teologali ed altre simili erano necessarie allo svolgersi di quel romanzo o poema umano e ultraterreno che dove­va essere; e fu nella immensa ispirazione e creatività di Dante. Come in un gran palaz­zo che rifulge di una bellissima architettu­ra, ma quella architettura non sarebbe nata senza la struttura materiale (invisibile poi, ma organica), onde poter costruire il bellis­simo edificio nella sua terminale visione. Insomma Dante aveva bisogno della parte “strutturale” senza la quale non avrebbe potuto nascere e vivere il suo genio creati­vo. Così per i tanti personaggi che rivivono nella sua Commedia e ai quali Dante parla e con i quali partecipa col pensiero e con il cuore. Pensiamo a Francesca, a Farina­ta, a Brunetto Latini, a Ulisse, a Catone, a Manfredi, a Pia dei Tolomei, a Buonconte, a Piccarda, a Costanza, a Francesco e Do­menico, a Carlo Martello, al trisavolo Cac­ciaguida, all’apparizione di Dio nell’ultimo del Paradiso. Certamente non manca, cro­cianamente, la “struttura” ma è in intima connessione con la poesia che nasce pro­prio da quella struttura, come della storia nasce sempre il progresso all’umanità.

“La poesia di Dante” del Croce aprì in quel lontano 1921 uno spazio nuovo nella ese­gesi dell’opera dantesca; diede vita a non poche discussioni da parte di altri validi critici, dal Fubini al Russo, dal Sapegno al Marigliano, dal Vallone al Contini, al Sansone. Ma la strada era tracciata. Dante operò, primo fra tutti, la inscindibile unio­ne fra il pensiero quale intelletto e ragione e il pensiero quale ente fantastico e crea­tivo. Dopo di lui nessun altro poeta seppe coniugare la grande esperienza politica, teologale, geofisica, classica e biblica con la virtù, senza confronti, dell’espressione poetica. La sua esperienza fu unica; e tale unica rimane.

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