15 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

Cronaca News

E l’essere umano riscoprì, all’improvviso, la propria fragilità

Un virus figlio di questo tempo: globale, opportunista, subdolo, che attacca i più deboli

Riccardo Pagano
Riccardo Pagano

E poi all’improvviso scopriamo la nostra fragilità. E sì, è bastato che un virus si dif­fondesse per contagio per riportarci con i piedi per terra. Ci credevamo imbattibili perché immersi in un mondo che scorre alla velocità della luce, in un mondo iper­tecnologico e iperconnesso. Ma la realtà è ben diversa. Potrei richiamare illustri precedenti per parlare del Covid 19 ma non penso sia il caso. E non perché non vadano bene i riferimenti a Boccaccio o a Manzoni, ma solo perché apparteniamo ad un’altra epoca, a questa epoca che nel­la storia dell’umanità non ha eguali. E’ come se anche il coronavirus fosse figlio di questo tempo. È globale, è opportunista, è subdolo, attacca soprattutto i più deboli, è nell’uomo, ma è nemico dell’uomo. In­fatti distanzia, genera diffidenza, mostra la sua forza vincendo facile. Leggo che nulla sarà più come prima dopo questa triste esperienza. Non ne sono convinto. È vero ora siamo spauriti, siamo annichiliti, siamo proni, siamo indifesi.

Ma l’uomo contemporaneo è capace di fare ammenda e di andare oltre i “miti” del presente? Se lo fosse dovrebbe abiurare a cose che ri­teneva irrinunciabili: non avere tempo per le cose “umane”, essere sempre connesso, e non solo con la rete, ma con il proprio cervello immerso in un vortice che non lascia spazio all’otium, il fare per il fare, l’andare per l’andare. E allora saremo ca­paci di andare oltre la retorica di questi giorni ( è bello stare a casa, ho ritrovato il gusto delle cose semplici, ho riscoperto la famiglia e via dicendo)? Potremmo far­cela, ma chi educherà questo nuovo/antico uomo? La società, la scuola, la famiglia? Non penso ci siano i presupposti. La so­cietà attuale è basata sull’homo homini lupus, ha abbandonato il welfare, ci è sta­to detto il privato vale più del pubblico, la casta dei potentati è sempre più potente, il ruolo autorevole dello Stato è andato in soffitta. La scuola, dal canto suo, non può non essere che figlia di una società siffat­ta. L’orgia delle “competenze” ha messo da parte l’educare, la cultura non ha valo­re, il sapere sa di vecchio, bisogna essere smanettatori seriali per essere un allievo modello. La famiglia poi è lacerata e non solo per la volontà dei singoli. Essa è, in­fatti, schiacciata da un peso ingombrante determinato da una organizzazione socia­le che non fa incontrare più i membri del­la famiglia stessa. Ma questo è il modello che abbiamo assorbito dopo scorpacciate di telefilm americani e di bulimiche pub­blicità che propagandano il bello artefat­to, il successo ottenuto perché sai dire più stupidaggini di un altro (e non parlatemi di arte, per favore). Non abbiamo speran­za, dunque? Sembrerebbe di sì. Che fare allora? Rassegnarci?

Una volta passata questa difficile fase, e speriamo che passi presto, per invertire la rotta abbandoniamo la retorica e ripartia­mo dalle nostre fragilità. In questi gior­ni abbiamo cantato sui balconi, abbiamo creato una comunità di sofferenti che si il­lude di non esserlo. Certo abbiamo subli­mato il male. Siamo stati, appunto, deboli. Di fronte alla morte che scorre sui carri militari che vanno verso altri cimiteri ol­tre quello di Bergamo, abbiamo preferito allontanare da noi la paura e non piangere. Ma va bene. È, appunto, umano. Allora ripartiamo dall’umano. Evitiamo guasco­nierie (Salvini a spasso per Roma), guar­diamoci dentro per le nostre fragilità, cer­chiamo nello sguardo degli altri lampi di sentimenti umani e non giudichiamoli per quello che hanno, ma per quello che sono. Non è un lavoro facile da intraprendere. Possiamo farlo da soli? Sarà difficile in un mondo globalizzato. Partiamo, però! Mettiamoci in cammino proprio in questi giorni che le strade sono deserte, cerchia­mo di scorgere quello che non riusciamo più a vedere perché obnubilati da illusio­ni. Chiediamo scusa ai morti, preghiamo laicamente perché ci sia giustizia, perché gli ultimi non siano gli ultimi, perché il diverso non sia diverso, perché l’altro sia me stesso. Dunque, niente retorica, niente frasi fatte, non urliamo, parliamo, ascol­tiamo, incontriamo, condividiamo, sentia­mo, amiamo. Solo da questa umiltà si può ripartire, si può reimpostare la società, si può riempire la vita scolastica, si può par­lare ancora di famiglia. Il virus prima o poi lo sconfiggeremo, non lasciamoci vin­cere da un altro virus ancora più letale: l’indifferenza.

Riccardo Pagano
Direttore del Dipartimento Jonico dell’Università

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