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Il miracolo dopo la pestilenza: il centenario che tornò giovane

Una storia tarantina raccontata dal Merodio e ambientata nel 1531. Ma fu prodigio o beffa?

Una statua della Madonna
Una statua della Madonna

C’era una volta il tempo della fede credula nel miracoloso e nel me­raviglioso, nel magico addirittura, che ebbe tanta favola nel mondo antico, immaginando che Dei e mostri scendevano o salivano tra noi, non certo a voler insegnar qualcosa, ma, fannulloni scoccia­ti della loro perfezione, a godersi un po’ dell’umana confusione. Perciò, tutto sommato, duraron poco…

Dopo però, anche con altri Dei, più seri e costumati, noi uomini fummo sempre caciaroni e cre­duloni e, come ci vuole la Natura, continuammo a voler credere e af­fermare con tetragona convinzio­ne d’aver visto miracoli e portenti, e d’averne assoluta certificazione.

Nessuno si senta immune.

A spigolare tra i lasciti, quelli rin­secchiti, della nostra tanta storia, anche la tarantina, c’è sempre qualcosina di improbabile, una fantastichina che ti strizza l’oc­chio.

Se non fossi ancora alla mia età in lotta col “fanciullino”, che Pascoli mi schiaffa in corpo ogni matti­no, non crederei e non riandrei alle antiche”fantasie” dei tempi antichi della città bimare che si reimpastano nelle nostre viscere e si fanno sangue, quello che scorre senza sosta e che chiamiamo “ap­partenenza”, e prima dicevamo… tradizione.

Insomma, ve ne propongo una che ci propone un nostro bravo frate, il buon Merodio Ambrogio, che dopo Giovine, religioso e do­cente di greco e di latino al ‘500, quando la scuola era a certezza di “mappine”, si mise in campo (il buon Merodio) per allungare il racconto della storia cittadi­na, sino al ‘600, il suo tempo, un secolone o secolaccio, a secondo della nostra erudizione,

A quel tempo, nella fabbrica di san Francesco, allora Santa Maria della Grazia, che ci ha lasciato la bellissima scultura della Vergine e Bambino, forse di Stefano da Puti­gnano, che andrebbe molto vista e messa in bella vista, nella suddetta chiesa di San Francesco, dunque (oggi dall’orribile facciata), voluta suis impensis (a suoi soldini) dal cavalliere di Malta sig. di Mon­tefuscoli, poi frate, si veneravano reliquie che “davano una mano” a star meglio, in assenza di quelle odierne che chiamiamo medicine. Le quali, se si ha fede, pur con­fezionate dalla scienza, sono vera rivelazione del divino (lo diceva, non proprio così, persino Galileo).

Tra queste reliquie v’era addirittu­ra un “cappuccio” di San France­sco di Paola, che “portato agli in­fermi -dice Merodio- è medicina presentanea (parola troppo bella!) mirabile per ogni male, operando continui miracoli per beneficio delli devoti di detto santo”.

Ma non basta. Ciò che il frate rac­conta, continuando, è davvero un po’ stupefacente e certo Taranto ne dovette restar pietrificata; op­pure la notizia, davvero clamorosa era falsa, e non raggiunse nemme­no Porta Napoli.

Nel 1531, passata da qualche anno una bella pestilenza che aveva impedito ai cittadini d’annoiar­si, sdraiati tra i due mari, a far poco, e spesso nulla, un tal Anto­nio Tarquemada, nome che suona soltanto come quello del famoso inquisitore un po’ aguzzino, in un libro certo dedicato ai prodigi del divino, (Giardino di rari fiori), racconta che un vecchio centena­rio tarantino, ormai all’osso, un tal Bernardo, “ringiovanì tutto quello che aveva di vecchiaia (spero per lui ringiovanito veramente in … tutto… n.d.r.), fino alla pelle, re­stando spogliato come la biscia e tutto li tornò a nascere di nuovo che non lasciava conoscersi da chi avanti lo conosceva. Visse egli al­tri cinquanta anni, quasi compiti (la precisione!) e ritornò poi ad es­sere così vecchio che la sua carne divenne come un legno”. I nostri concittadini, però! Una mummia così se la potevano rendere tu­ristica… e metter su un istituto di bellezza per tante dame in … quiescenza.

Bei tempi! O Bernardo divenne nuovo nuovo, per un portento, oppure, morto il vecchio, quello creduto nuovo era solo un sosia che somigliava al centenario per com’era apparso sulla cinquanti­na e, fingendo di fare il “pitone”, sgusciato e ringusciato, magari ci guadagnava qualcosina, ringiova­nito così all’istante, e senza mutua. Che ci potesse star l’imbroglio, al Merodio (che voleva il miracolo per forza) non viene in mente, ma anzi afferma, il nostro frate, che in fondo la cosa era allora persino frequente e, come aveva letto in un tal Velasco di Tarantasia, acca­duta anche ad una tal “abbadessa di Monvredi, ed altri”. Un tal por­tento, però, senza nemmeno una “fotografia”! Ma se è per questo, a dire il vero, il primo ritratto di un tarantino vero l’ho incontrato io, passeggiando in certe carte di fine ‘700. Prima nulla! E non è poco in ben tremila anni…

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