20 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 19 Ottobre 2020 alle 16:52:58

Dante nel mondo con Cosimo Fornaro
Dante nel mondo con Cosimo Fornaro

Taranto ha avuto uno dei dan­tisti più importanti nel contesto europeo. Cosimo Fornaro. Uno studioso attento che ha portato la lettura di Dante nel mondo. Proprio in occasione del Dantedì va ricordato. Già presidente del Comitato di Taranto e consiglie­re nazionale della Società Dante nazionale.

Dove la superbia albeggia l’arro­ganza scava nel profondo delle anime e non basta essere umile o essere considerati umili o pen­sare che l’umiltà possa risolvere le tempeste (come Dante ci ha insegnato) della provvisorietà dell’anima. Dante lungo il con­fine dei suoi esili ha posto da­vanti allo sguardo uno specchio (lo specchio poi riproposto da Maria Zambrano) consideran­do lo specchio stesso il riflesso di sé ma anche la possibilità di catturare l’interpretazione di una maschera.

Una lettura che ci riporta anche a Cosimo Fornaro che oggi an­drebbe riletto, a venti anni dal­la morte, tra l’altro con quel suo straordinario studio su Dante e la “costellazione” tra i dubbi e le maschere.

Ci sono maschere pirandelliane e ci sono maschere che portano alla virtù giapponese. Ma la ma­schera è la traduzione della dan­za nel gioco triste degli accam­pamenti achei e nel silenzioso camminamento religioso delle chiese.

Dante è l’Occidente, nel quale riesce a catturare Omero e Vir­gilio e le stelle della cristianità in un viaggio ancestrale nella cultura islamica di un Mediter­raneo diffuso. Ma resta, fino in fondo, Occidente. La lettura di Renè Guenon, nel suo esoterico Dante, è affascinante perché va oltre la “lectura” e inserisce in una “costellazione” la visione sia della storia che del tempo nel cerchio di una magia che è sacra ma non religiosamente appesa alla cristianità.

C’è un Dante che nel suo pelle­grinaggio attraversa la cristia­nità? Didone e Ulisse (Virgilio e Omero) non sono nel mistero cristiano. Sono il mito che si fa mistero. La prova di questa vi­sione è nella dimensione di una contemporaneità grazie alla quale è possibile leggere quella “Commedia” che nasce tra le sponde di una “vita nova” in cui Beatrice è immaginario mariano e non maddeleniano. Sembra azzardato un tale per­corso ma l’esoterismo, di cui parla Guenon e anche la Zam­brano oltre che è riscontrabile nella “luce” di Eliade e Zolla è vitale nel concetto di un “inizia­to ai misteri”. Iniziato ai miste­ ri non è Agostino ma Omero sì perché non conosce ancora l’in­quieta certezza del cristianesi­mo. Il dubbio pascaliano è nella profezia di Virgilio. Ma Dante resta Occidente.

Cosimo Fornaro nella sua “Co­stellazione Dante” del 1989 ave­va proposta una lettura dentro un Occidente che ha come frontiera comunicante, divisoria e inclu­dente sia il concetto di storia sia quello di tempo sia quello di mistero. Il sufismo è una chia­ve di lettura altra della“Divina Commedia” ma questo discorso implica una complicità di metic­ciato tra Dante e Kajjam. Tra i poeti “della nostalgia” dantesca c’è il Pascoli della “Minerva” in un illuminato bisogno di uno strato escatologico che ha un rin­vio alle fonti musulmane.

Maria Zambrano, mutuando questa lettura, insiste sulle “fonti musulmane dell’escatologia del­la ‘Divina Commedia’” ma col­loca tutta la formazione di Dante in un esilio abitato tra i confini di Occidente ed Oriente. Una comunanza che ci porta ad una lettura di un Dante fratello mag­giore di Juan de la Cruz. Il gioco non è teologico ma marcatamen­te poetico ed è un incastro tra luce e tenebre. La figura di San­ta Lucia è una prospettiva quasi alchemica ma in Omero c’è al­chimia: non si spiegherebbe di­versamente la figura di Calipso come c’è alchimia nel Virgilio che lascia tra le fiamme Didone, le stesse fiamme che si lascia alle spalle Enea. Ma Dante propone una morale ed è quella morale teologica e non poetica perché la poesia non ha bisogno né di una etica né di una morale ma di una grazia o di una trasformazione del mito in un mistero nel qua­le la luce e la pesantezza, come diceva Simone Weil, sono le due forze regnanti nell’universo. Ma la Weil si inoltra nella grazia senza usare metafore.

Dante ha bisogno delle Grazie perché ha bisogno di “utiliz­zare” i processi per capire la storia dentro il tempo. Perché tutto questo? Perché Dante è Occidente. Ecco, allora l’erme­tico – alchemico –esoterico di Guenon al quale, non volendo, fa riferimento anche il Pascoli della poesia “L’Immortalità” o il Cardarelli che mutua Dante da Leopardi. C’è sempre una disce­sa agli Inferi che però condurrà (Zambrano) verso l’aurora. Ciò è nel Dante del “Convivio” ma soprattutto nella presenza di Be­atrice, donna–Maria e non don­na–Eva.Tutto ha una sua impal­catura antropologica: la colpa, il peccato, la superbia, l’umiltà. Ma sono giudizi. Condanne o non condanne. Sono proces­si in una cultura. La letteratura dell’Occidente ha ben incarnato le tre vie occidentali di Dante: la grecità, la latinità, la cristianità. Ma in una lettura mediterranea, tra Zambrano e Guenon, Dante diventa universo.

Cosimo Fornaro, una ripropo­sta per la cultura italiana, tutto ciò lo aveva ben capito proprio quando, commentando il II Can­to dell’”Inferno” nel v. 94 parla di peccato e di redenzione. E so­prattutto quando cita una frase di Ginzberg detta a Ezra Pound. Ovvero: “Ci avete mostrata la via … Il Paradiso è nel deside­rio, non nel modo imperfetto in cui è stato realizzato” (nel com­mento al v. 36 dell’VIII Canto dell’”Inferno”). I poeti, sempre nel suo Dante, non chiedono al crepuscolo di insistere o di resta­re. Cercano la luce oltre il cre­puscolo stesso. Cercano le stelle quando la notte si fa buio. Quan­do il desiderio viene a manca­re le emozioni si incupiscono e giungono i ricordi.

Non vorrei che Dante oggi assu­messe le parole della nostalgia della morale. In questo emisfero la costellazione è luce. Ma que­sta luce ha anche i segni di un esoterico vivere la vita oltre il peccato.

Io non vorrei morire di peccato, anche perché non credo al pec­cato, ma di emozioni.

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