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Autori dantisti del Novecento in Germania

Dopo la prima Guerra Mondiale cresce l’entusiasmo verso il Sommo Poeta

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Subito dopo la prima guerra mondiale si assiste in Germania a un risveglio di in­teresse per Dante e la sua opera sia nel campo della critica che in quello lettera­rio. La Germania vive una nuova “onda di entusiasmo dantesco”, come dice Aldo Vallone. Viene ripresa in quegli anni an­che la pubblicazione del Jahresbuch der deutschen Dante-Gesellschaft (Annuario della società tedesca su Dante). Ne sono artefici il Vossler col suo Dante (1925), seguito da altri studiosi che cercarono di esplorare tutta l’opera di Dante o alcu­ni aspetti,come L.Spitzer, E. Auerbach, E.R.Curtius, T.Spoerri fino a Horst Heinze che, ospite del sottoscritto, allora docente di tedesco nel liceo ‘Aristosseno’, tenne nel dicembre 1987 a Palazzo Galeota una interessante conferenza in italiano:Due poeti nuovi:Dante e Montale.

Non mancarono le traduzioni della Divi­na Commedia, come quella di R.Schöner (1929) di grande valore in terzine, o quel­la di O. Gmelin con commento filologico, ripubblicata nel 1990 in edizione econo­mica per raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e quella di G.Hess con testo italiano e commento (1995)

Questo risveglio di interesse per Dante trovò un riscontro, un ‘pendent’ nella pro­duzione letteraria alla quale ora accennia­mo a grandi linee.

Tra i poeti dantisti del Novecento occupa una posizione preminente Stefan George (1868- 1933). Egli nota, leggendo il sonet­to della Vita Nova “Tutti li miei penser parlan d’Amore”, che nessuna parola si ri­ferisce a oggetti o cose concrete, perché è un paesaggio interiore quello che Dante vuole rappresentare, amore = moltitudi­ne di pensieri, speranza, sfiducia, paura, esitazione. È quel ‘dentro’ dantesco che il poeta tedesco vuole realizzare. George giunge a una conclusione notevole per quel tempo: Dante è immortale non tanto per l’Inferno, dove trova espressione il dolo­re e l’odio dell’esule, ma per il Paradiso, dove risuona una poesia altamente spiri­tualizzata, che è ciò a cui lo stesso George tendeva. Poi il pensiero del poeta tedesco subisce fino a Das Neue Reich (1928) (Il Nuovo Impero) una evoluzione. Dante vie­ne redento dall’amore di Beatrice, George attende la redenzione da Maximin. Il suo Paradiso, però, non è altro che il tentati­vo di rendere positivo il suo inferno e non basta. Se si tiene conto che Maximin, dal quale il poeta tedesco attende la redenzio­ne, è un giovane tedesco, se si tiene conto anche del tono messianico nel Das Neue Reich, con cui si predica l’avvento di un nuovo Impero, e che la Germania dalla prima guerra mondiale è uscita pesante­mente sconfitta, allora si potrà cogliere nell’itinerario poetico di George quasi un preannuncio del Terzo Reich.

Nell’opera di Bertolt Brecht (1898- 1956) Dante è sottilmente presente. Brecht acco­glie alcuni episodi della poesia di Dante, li destruttura, li ripensa e li attualizza secon­do la sua ottica marxista. Ma la grandezza di Dante non viene mai messa in discus­sione. A Dante dedicò alcuni sonetti scritti tra il 1933 e il 1938. Nel sonetto “Sulle po­esie di Dante per Beatrice” ironizza sulla idealizzazione del sentimento amoroso del poeta italiano, ma riconosce il valore im­menso della sua poesia.

Nel “Sonetto tredicesimo” cerca di ‘prole­tarizzare’ Dante, lo elogia per aver usato la lingua del popolo, il volgare, e non il latino dei dotti, per le sue creazioni, e gli attribuisce – in questo tentativo di prole­tarizzazione – un termine usato da Vanni Fucci, ma non col significato che Brecht gli attribuisce. Nel “Sonetto sull’Infer­no di Dante” riprende l’episodio di Paolo e Francesca (Canto V) per annunciare ai due amanti che la proprietà privata è stata abolita. Francesca è libera e i due non sono colpevoli. In una lirica del 1938 Brecht riscrive alcune terzine del III Can­to dell’Inferno. Immagina di andarvi con Dante, ma l’espressione posta all’entrata “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate!” lo atterrisce chiede spiegazioni al poeta italiano. Dante risponde che in quel posto non c’è più scelta (keine Wahl mehr) ma solo minacce (nur noch Drohn) e aggiunge che non deve pensare (Das Denken laß hier ganz), non c’è possibilità di difesa perché è andato perso “il ben de l’intelletto”. Le citazioni sono varie e articolate, Ma tutte riferite a un contesto storico-politico pre­ciso: la Germania del 1938, la Germania di Hitler. Gli oppositori del Nazismo sono sconfitti e le prevaricazioni e le minacce annichiliscono l’uomo e l’intelletto che abdica al suo compito che è quello di pen­sare e decidere. Ma già nelle parole Wahl (scelta) e Denken (pensare) Brecht indica la forza , gli stimoli per poter risorgere, perché non è, come in Dante, la giustizia divina – eterna – che governa il mondo, ma l’uomo che minaccia e annienta l’uomo. Un messaggio di speranza?

Nell’opera di Peter Weiss (1916 – 1982) la presenza di Dante è più evidente e più profonda. Si occupò del poeta italia­no in diversi lavori, in Abschied von den Eltern (1961) (Congedo dai genitori), in Fluchtpunkt (1962) (Punto di fuga) e parti­colarmente in Gespräch über Dante (1965) (Discorso su Dante).

Nella vita del poeta italiano vide un ri­flesso della propria vita. Come Dante fu costretto a fuggire da Firenze e fu anche condannato a morte, così Weiss fuggì dal­la Germania per non finire in un campo di sterminio. Egli scorge una serie di cause come spinta per la composizione della Di­vina Commedia:l’amore perduto, l’insuc­cesso politico, il caos esterno. Anch’egli ebbe la sua Beatrice, un’ebrea morta in un campo di concentramento, anch’egli visse in una Europa dissennata e in lotta. Pensò allora di creare una trilogia ispirata alla Divina Commedia: Die Ermittlung (1965) (L’istruttoria), Gesang vom lusitanischen Popanz (1967) (Cantata del fantoccio lusi­tano) e Vietnam- Diskurs (1967) (Discor­so sul Vietnam). L’istruttoria è un dram­ma creato con i documenti e i verbali del processo fatti agli aguzzini del campo di sterminio di Auschwitz. Fu uno spietato esame di coscienza imposto alla nazione tedesca, i cui rigurgiti nazisti tendono di tanto in tanto a farsi sentire. Colpevoli non sono solo gli aguzzini di ieri – sem­bra dirci Weiss -ma tutti coloro che pen­sano che sia una colpa ormai prescritta e che i colpevoli non debbano essere puni­ti. Dalle parole degli internati viene fuori un quadro terribile di sofferenze, umilia­zioni, morte. Dante aveva posto l’Inferno nell’ambito di un disegno teologico, Weiss lo pone non nell’aldilà, ma sulla terra. Lì tutto avviene per volontà divina, “Vuolsi così colà dove si puote – Ciò che si vuole, e più non dimandare” (Inf.,V, 23-24), in quello di Weiss- come già aveva osserva­to Brecht – per volontà umana,lì le colpe sono punite per volontà divina, in Weiss c’è una umiliante distruzione dell’uomo da parte dell’uomo, non peccatori sorve­gliati da diavoli, ma innocenti internati tormentati dai carnefici. Non un Dio eter­no che giustifichi la pena, ma l’uomo pri­vo di coscienza e umanità. La cantata del fantoccio lusitano ha per oggetto il colo­nialismo con la sua ideologia di dominio economico e oppressione militare, che può essere distrutto, però, – come la storia inse­gna – con una resistenza armata. La can­tata evidenzia questa idea di resistenza e conseguentemente di liberazione dopo una lunga sofferenza e una dolorosa lotta. Re­sistenza e certezza della liberazione è ciò che -secondo Weiss – caratterizza le ani­me del Purgatorio dantesco. Il Discorso sul Vietnam, che costituisce l’ultima parte della trilogia, porta sulla scena la guerra, non dichiarata, degli Stati Uniti contro il Vietnam. Gli Stati Uniti, potenza planeta­ria, non sono riusciti a piegare il piccolo Vietnam. Il mondo comincia a riconoscere l’eccezionalità della resistenza, della lotta di liberazione di quel popolo, fondata su una solidarietà politica e umana tra com­battenti e popolazione di comune convin­zione marxista. Il Vietnam diventa per Weiss un esempio di validità universale. E come la Chiesa ricorda i santi del passato che si sono fatti crocifiggere e uccidere per non tradire Dio e raggiungere la beatitu­dine celeste, così Weiss riporta gli atti di eroismo individuali e collettivi dei vietna­miti immolatisi per la loro idea.

L’itinerario iniziato con L’istruttoria, dove l’uomo è annichilito e non riesce ad agire perché non ha speranza di cambiamento, continua col secondo dramma dove co­mincia a risvegliarsi la coscienza collet­tiva e la speranza di redenzione da ogni forma di oppressione e sfruttamento e culmina col Discorso sul Vietnam dove gli uomini accomunati da un ideale di so­lidarietà e resistenza riescono a compiere l’impossibile. Nessuna beatitudine in sen­so cristiano. Il viaggio iniziato con la bru­talità dell’uomo sull’uomo, termina con una luce di certezza, di un Paradiso che può essere realizzato in terra.

Con Hans Magnus Enzensberger (nato nel 1929), il poeta forse più originale e luci­do degli ultimi decenni,giungiamo fino ai nostri giorni.. La “commedia “ (sic!) Der Untergang der Titanic (1978) (La fine del Titanic) è ispirata alla Divina Commedia e ha 33 canti. L’affondamento del Titanic nel 1912 diventa il simbolo del crollo di un mondo, di un secolo che ha creduto solo nel progresso, ma è anche il simbolo della crisi personale dell’autore, militante comunista, che ormai non ha più illusioni (e siamo nel 1978!). E’ una ‘commedia’ ro­vesciata. Non dalla morte alla speranza e alla luce, ma dalla speranza e fede al falli­mento e alla fine dell’utopia.

Abbiamo tracciato a grandi linee la pre­senza di Dante nella letteratura tedesca del Novecento. Il discorso sarebbe potuto es­sere più ampio, parlando di F. Werfel, che nel suo romanzo Il pianeta dei nascituri (1946) esalta la Chiesa come punto fermo nel lontano futuro, di T.Mann, R.M.Rilke, e di altri, ma non avremmo aggiunto mol­to alle linee generali del nostro quadro. In tutti c’è il tentativo di attualizzazione, pur con modi e ideologie diverse, della Divina Commedia, o ricercando le strutture inte­riori della sua poesia (Gorge), o traendone motivo per celebrare la Chiesa o per inter­pretarne, sempre con riferimento al pre­sente, alcuni episodi (Brecht). Ma Dante e la Divina Commedia sono anche serviti ad accompagnare negli ultimi decenni le speranze (Weiss, Brecht) e il crollo (En­zensberger) della più grande utopia del XX secolo.

E forse anche in questa possibilità di ap­proccio all’opera di Dante è da cogliere l’universalità della sua poesia e del suo messaggio.

 

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