14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 14:54:24

Cronaca News

Diario del virus

La testimonianza di una tarantina a Barcellona

Lotta al coronavirus
Lotta al coronavirus

Angelica Piccinni, l’autrice di questa testimonianza da Barcel­lona, è una ragazza originaria del tarantino che ha frequentato una quindicina d’anni fa un mio cor­so di giornalismo nel liceo Mo­scati di Grottaglie. Dopo una zig-zagante peregrinatio academica fra vari Atenei, anche a causa di terremoti vari, laureata in biotec­nologie, ha diretto un bioparco e si è da pochi mesi trasferita a Barcellona, Spagna (o meglio, a scanso di faide, Catalogna). Que­sto è il suo diario del virus.

(g.m.)

Il cervello umano ci mette quin­dici giorni ad acquisire una nuo­va abitudine e perderne un’altra.

Lo sapevate?

15 giorni senza tabacco e potrete interromperne la dipendenza, 15 giorni senza vino e potrete smet­tere di essere alcolisti.

Questa è la frase che continuo a ripetermi dal 14 marzo,quando il governo del nuovo paese in cui ho deciso di trasferirmi ha deci­so di chiudere formalmente ogni tipo di attività/locale pubblico per, almeno, 15 giorni.

“in 15 giorni” mi ripetevo “mi­gliorerò lo spagnolo, farò un cor­so di fotografia on line e ripren­derò a fare yoga”.

E infatti è da una settimana che ho la tessera per gli sconti nel re­parto alcolici e una confezione di tabacco formato convenienza da 10 euro e 50 per 300g.

Ho deciso di lasciare tutto e tra­sferirmi a novembre perché non avevo le palle di lasciare il mio fidanzato ufficialmente, non ne potevo più di sentirmi la sua om­bra inclusa in progetti di ricerca e di vita che non sentivo mai miei fino in fondo, sempre pilotata dal volere di qualcun altro per un bene più grande (tipo la partita Iva) in un paese chedi fatto non esiste (rettifico: esiste, l’Italia esiste perché cazzo, qualcuno le tasse dovrà pur pagarle).

Quindi ho deciso di prendere un aereo e lasciarmi alle spalle il Bioparco, in Lunigiana, che ho gestito insieme al mio compa­gno per tre anni, deludendo di fatto tre persone: il mio fidan­zato che si è sentito abbandona­to, mio padre che ancora non ha capito cosa voglia fare nella vita e la sale manager della Ryanair perché la sua compagnia aveva i prezzi troppo alti e alla fine ho dovuto optare per Easyjet.

Barcellona è una bella città: è bella perché ha un’anima, una forte personalità e una cultura particolare, tutte cose che i cata­lani ti ricordano ogni due minu­ti in un qualunque ristorante di tapas. Non è una città per pigri (o meglio, se lo siete vi convie­ne cambiare rotta perché l’indo­lenzimento muscolare non è una bella sensazione) e ne rimango affascinata ogni volta che cam­mino per la strada.

Camminavo. Errore mio.

Dal 14 marzo Sanchez (per chi non lo conoscesse il premier spagnolo, prego) ha deciso di mettere la Spagna in lockdown. Certo, ha aspettato troppo e cer­to, ha messo blocchi e approvato decreti dopo aver comunque con­cesso delle manifestazioni pub­bliche in centro città a ridosso della crescita del contagio, ma in fondo chi siamo noi mediterranei per giudicare le scelte di un altro paese mediterraneo? Appunto.

Il problema è che il governo ha deciso di far chiudere completa­mente e senza possibili ponderata e sensata, chiaro, ma voi riuscite a immaginare dover gestire il rimpatrio forzato di tu­risti provenienti da tutto il mon­do, con già le ciabatte e il dopo­sole nella valigia, che non sono capaci di trovare la loro stessa posizione su googlemaps?

Vi aiuto io.

Da receptionist il mio compito è quello di prendermi carico dei problemi che i turisti possono avere, intendo problemi a livello logistico/finanziari e non mentali ma spesso non c’è un reale limi­te tra queste categorie. Per avere una descrizione precisa di quello che è successo dell’avvenuto sta­to d’allarme dai primi di Marzo ecco descritta una giornata tipo:

-08:00 inizio a lavorare e c’è già una ragazza americana che mi chiede informazioni sull’uso de­gli asciugamani,

-08:30 la ragazza americana torna sconvolta e mi mostra un messaggio di sua madre, eviden­temente preoccupata (la madre, non lei che neanche si è accor­ta di essere nella sala comune in mutande e infradito)

-09:00 la ragazza americana ha videochiamato tutti i suoi familiari amici, vicini di casa e cono­scenti che ora sono preoccupati,

-12:45 la ragazza americana ap­prende che anche Trump è pre­occupato e infatti ha deciso di mettere in lockdown tutto il nuo­vo continente: non accetterà voli e scambi commerciali dall’Euro­pa e sticazzi del “TransAtlantic Free Trade Area”e di “we are the world”, -15:30 la ragazza ameri­cana mi chiede di poter fare il check out immediato e chiede un rimborso delle notti non usu­fruite, le dico che non è possibile in questa circostanza date le nu­merose cancellazioni di questi giorni,

-16.00 la ragazza americana manda un’email all’indirizzo email dell’Hostel mentre io lavo­ro al pc,

-16:05 apro l’email che la ragaz­za americana ha appena inviato davanti a me dal suo Iphone plac­cato d’oro e le rispondo che no, non è proprio possibile ottenere un rimborso,

-16:08 la ragazza americana mi saluta, triste e spaesata.

Questo è solo un caso esempio del delirio che abbiamo subito in questi giorni, la gente aveva l’urgenza di tornare a casa, la paura di rimanere bloccata senza possibilità di ritorno in un paese straniero, l’ansia del contagio, le notizie poco chiare, i dati scrit­ti male e interpretati peggio. La Spagna non è molto diversa dall’Italia, si fa la stessa fatica a gestire la quarantena e le persone alle 20.00 applaudono dalle fine­stre per incoraggiare il lavoro del personale sanitario urlando “viva la Catalogna, abbasso il Re!”

Sapere che stai facendo la cosa giusta e che non hai altra scelta non rende poi le cose più facili: la mia manager ha dovuto man­dare via volontari internazionali che ci aiutavano a gestire l’hostel da un paio di mesi, per noi erano amici ma questo non è bastato a tenerli con noi, abbiamo dovuto ridimensionare le spese, chiudere il telefono e la porta, non si può uscire neanche a fumare una si­garetta fuori al sole insieme per­ché dopo l’avvio del lockdown il controllo è serrato e la paura è che la polizia catalana non ac­cetti che i tre dipendenti dell’Ho­stel vivano in un locale che, di fatto, è chiuso nonostante ci sia un contratto di lavoro e il nostro documento di residenza legale.

Siamo in tre adesso, io e i miei due colleghi sudamericani a di­viderci delle stanze immense e vuote, tutte uguali.

Uno si è costruito una specie di “angolo biblioteca” in una stan­za, passa gran parte delle sue giornate rintanato li, tra libri e cuscini che profumano ancora di fresco, l’altro cucina tutto il tempo ricette vegane e zuppe di verdure perché cosi rinforziamo il sistema immunitario, dice.

Io durante il giorno, se non scri­vo al pc e non leggo, vado alla fi­nestra più grande nella stanza A. Posso prendere meglio il sole da lì e sotto di noi vive una famiglia che ha un bel giardino con una piscina.

Oggi la loro figlia giocava con una barca, l’aveva messa a pelo d’acqua, è un vascello che nuota a fatica tra foglie secche e ramet­ti dell’autunno appena passato.

Lei non si arrende, tutta sola prende un guadino da pesca il doppio di lei, raccoglie i rifiuti con pazienza e spinge la barca perché possa navigare libera.

Nota il mio sguardo divertito e mi fa “ciao” con la mano.

Forse, in fondo, è questo il segre­to.

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