Attualità News

“Non so più che Santo pregare”

La nostra rubrica sulla “tarantinità”

San Giuseppe Moscati
San Giuseppe Moscati

La nostra rubrica settimanale, curate dal prof. An­tonio Fornaro, è questa volta in­teramente dedicata alle preghiere popolari tarantine in periodo di epidemie e tribolazioni varie.

Lo scorso anno di questi tempi in città c’era una atmosfera molto mo­vimentata e motivata dal fatto che si stava per entrare nel vivo della Settimana Santa tarantina. Il Lu­nedì di Passione si sarebbe tenuto lo storico concerto di “Passione” organizzato dalla Confraternita dell’Addolorata a cura della Fanfa­ra della Marina Militare. Il Venerdì di Passione si sarebbe svolta in San Domenico la funzione dei “Set­te Dolori della Madonna” e, nello stesso giorno, le tradizionali pro­cessioni del Crocifisso nella Chiesa degli Angeli Custodi ai Tamburi e in quella di San Lorenzo alla Sa­linella.

Quest’anno il mai tanto vituperato “coronavirus” ha cancellato tutto come un impetuoso, impulsivo e distruttivo tsunami. Disperazione, certamente no, ma dolore senza dubbio da parte dei tarantini.

E allora, cosa fare? Affidarsi alla preghiera così come ci insegnaro­no i nostri padri. Oggi, come ieri, ci si rivolge a Cristo e alla Madonna e ai vari Santi intercessori per que­sta calamità. Un tempo si pregava in Chiesa, ma oggi le Chiese sono chiuse, si pregava anche davanti alle numerose edicole votive della Città Antica. Tutto ciò ha spinto Fornaro ad approfondire questa tematica e, a tal proposito, ha ricor­dato il titolo di una antica canzone di qualche decennio fa che così di­ceva: “Non so più che Santo prega­re”, una citazione che ben si sposa con il drammatico momento che stiamo vivendo e che vede un fre­quente ricorso alla preghiera. Per­tanto, Fornaro ha scavato nei suoi ricordi delle preghiere popolari della Taranto passata ma ha anche attinto dal “Breviarie d’a nonne” di Claudio De Cuia e da “Radeche Vecchie” di Giuseppe Cassano le interessanti notizie che continue­rà a fornire nel corso del presente servizio.

Oggi, data la situazione, I tarantini pregano il Crocifisso, l’Addolora­ta e la Madonna del Carmine che hanno la precedenza su tutti gli altri santi ma pregano anche San Cataldo e Sant’Egidio e la Madon­na invocate sotto altri titoli come l’Immacolata, nostra patrona, e la Madonna della Salute, molto ve­nerata dai tarantini nel Santuario a Lei dedicato nella Città Antica. Ma dobbiamo anche aggiungere la Ma­donna delle Grazie, della Fiducia, di Lourdes, di Loreto e del Rosario. Esaurita la casistica di Dio e dei vari titoli mariani, Fornaro passa in rassegna una lunga teoria di santi protettori delle malattie e delle va­rie calamità già invocati ieri e che sono tornati di attualità oggi.

Sembra strano, aggiunge Fornaro, che i motori di ricerca tra i santi da invocare per la specifica pandemia del “coronavirus” si limiti a citare soltanto Santa Rosalia, San Gio­vanni Bosco, e, sentite sentite, San Giuseppe Moscati. Per quest’ulti­mo si comprende così perchè l’O­spedale stattese sito al Quartiere Paolo VI, già noto come Ospedale Nord, sia stato intitolato al tauma­turgico Santo, medico napoleta­no, che tanto bene fece in vita al fianco dei malati nella Napoli del suo tempo. Nulla da aggiungere sul patrocinio di Santa Rosalia, la “Santuzza” dei palermitani e su San Giovanni Bosco, l’apostolo dei giovani e dei poveri.

Ma veniamo ai due santi più vi­cini a noi tarantini, San Cataldo e Sant’Egidio. Ciò che colpisce nell’agiografia di San Cataldo è la forza con cui imponeva I suoi in­terventi miracolosi anche nei casi disperati. Ancora oggi San Cataldo viene invocato dai malati di ernia. Fu assurto a protettore dell’Eser­cito Italiano nella Prima Guerra Mondiale e della Marina Militare nella Seconda. I nostri padri così lo invocavano: “San Cataldo mio be­nigno, di pregarti non sono degno, come nostro protettore prega Tu nostro Signore. Liberaci San Catal­do da flagella e terremoti, da ful­mini e tempeste, da guerre, fame e peste”.

E veniamo al nostro Santo taran­tino Egidio che fece moltissimi miracoli a Napoli durante la peste strappando dalla morte molti napo­letani. Anche dopo la morte operò miracoli e alcuni alla presenza del­la sua salma.

Liberò I tarantini dall’epidemia spagnola e fece sentire la sua in­tercessione nelle sette eruzioni del Vesuvio e nella carestia che fu vissuta a Napoli. Liberò anche i napoletani dalla spagnola che uccise in tutto il mondo 18 milio­ni di persone. La spagnola fu de­nominata “tempo delle bronchiti” come il nostro “coronavirus”. I ta­rantini così pregavano sant’Egidio: “Sant’Egidio tarantino, fammi la grazia domattina, dovrò recarmi in ospedale per guarirmi da ogni male”. Sant’Egidio è compratono di Taranto, patrono dei cordai, dei felpai e dei pescatori e viene invo­cato per trovare gli oggetti smarriti.

A Taranto e provincial il popolo invocava contro le epidemie i san­ti Pio, Antonio Abate, Antonio di Padova, Egidio, Cataldo Nicola, Cristina (a Gallipoli), Domenica (a Scorrano), Madonna Del Pane a Novoli, contro la carestia, i santi Michele, Quintino, i Santi Medici, i santi Giovanni, Quirico e Giulit­ta a Cisternino, Ciro a Grottaglie, Giuseppe Moscati, Irene a Erchie e Lecce, Rocco, Lorenzo, Giuseppe, Donato, Rita, Michele, Cristoforo, Gregorio Magno, Carlo Borromeo, Gaetano a Lizzano e a Montepara­no, Biagio a Carosino, Francesco de Geronimo, Emidio a Leporano, I santi Adriano, Felice di Nantes, Oronzo, Genoveffa e Giorgio con­tro la peste.

Fornaro ha scritto queste invo­cazioni attuali per San Cataldo, Sant’Egidio, la Madonna della Sa­lute, i Santi Medici e Santa Rita che di seguito si riportano: “San Cata­vete, patrune de le tarantine, scac­ce da nuie stu male già crematine”, “Sande Egidie, sande tarandine ca aiutaste le napuletane, tinne stu vi­rus da nuie lundane”, “Madonne d’a Salute, liberane da stu virùs, cirche sta grazia pe nuie a Criste Gesù”, “Sande Cosme e Attamia­ne e Santa Rita benedette, tenitene lundane da stu virus maledette”.

Adesso sappiamo a quali santi ri­volgerci nelle varie vicende dolo­rose della vita, ma è bene sempre ricordare il detto insegnatoci dai nostri nonni: “Criste mie e Madon­na meie, mettite ‘a mana vostra”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche