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La Moretta fanese: ricostituente e tonica

Come prepararla e servirla a casa: caffè forte e zuccherato, rum, brandy e liquore all’anice per assaporare una bevanda nata per marinai e pescatori

La Moretta fanese
La Moretta fanese

Dopo il caffè alla valdostana e l’Irish coffee, un’altra bevanda alcoolica calde a base di caffè, nota soprattutto fra le Marche e la Romagna: la Moretta fanese.

Sollecitato dall’amico Gian Franco Mosca­telli, oltre a prepararla e degustarla con cal­ma, in queste settimane di isolamento, sono andato a documentarmi. Nasce a Fano, nelle Marche, come bevanda ricostituente e tonica dei marinai e pescatori, che la preparavano con fornelletto a pentolino anche a bordo delle barche, per ristorarsi nelle giornate più fredde e piovose: una tazza di caffè forte e zuccherato, una scorzetta di limone, un mi­scuglio in parti variabili di tre alcoolici: rum, cognac (quello italiano, che dopo la II guerra mondiale sarà costretto a chiamarsi brandy) e liquore all’anice. “Di rigore il Varnelli”, esplicita Manuel Bernardini.

Per non sprecare niente, probabilmente la Moretta è nata per utilizzare i resti delle bottiglie di alcoolici a bordo dei pescherec­ci, per rinforzare e rendere più energetico il caffè. Ma dalle barche la gustosa e profumata bevanda scese presto anche a terra.

Risalirebbe a fine Ottocento, anche se a Fano sostengono che “la Murèta c’è sempre stata”. Perlomeno, a fine ‘800 ci sono le prime testimonianze scritte della bevanda, mentre risale al 1908 la prima pubblicità, quella della “Moretta eccellente al Rhum” (la acca nel rum è rimasta in uso in Italia almeno fino agli anni ’80 del XX secolo), offerta a dieci centesimi dal Caffè Cavour, nel centro di Fano. Tradizionalmente, nella ricetta si parla di cognac. Quello vero, fran­cese, non era certo alla portata dei pescatori fanesi. La proibizione del nome cognac per le acqueviti di vino italiane fu inserita dai Francesi nel trattato di pace del secondo dopoguerra. Fino ad allora, anche quelli italiani, meno costosi, erano genericamente definiti cognac. Quanto al nome, Moretta, in dialetto “Murèta”, il sentir comune dice che si riferisce ai disegni di negrette che ornavano un tempo le etichette dei rum, più o meno di fantasia, diffusi in Italia.

Rum, brandy e liquore all’anice (“Varnelli”, insiste Bernardini): ma in che proporzioni? In parti uguali, come sostengono in molti, o con una prevalenza dell’anice, che rende la bevanda più profumata?

La Moretta andrebbe servita in un bicchierino tronco-conico trasparente (quello diffusissi­mo a Roma per prendere il “caffè al vetro”) e dovrebbe presentarsi con tre strati ben distinti: sul fondo, la miscela dei tre liquori, riscaldati e zuccherati; su questo strato il caffè espresso, e su di esso una abbondante schiumetta di caffè. La scorza di limone c’è chi la aggiunge all’ultimo momento, chi la fa scaldare coi tre liquori.

Il suo uso principale è a fine pasto, come digestivo; ma c’è chi la consuma in luogo dell’espresso, come un qualsiasi caffè cor­retto.

E da un po’ di anni ci sono anche liquori­fici che producono e commercializzano la Moretta – o la Murèta – già pronta, con una miscela di rum brandy ed anice a cui vanno aggiunti solo il caffè e la scorza di limone. Ma non è la stessa cosa, e ci perde anche il rito della preparazione.

Nel 2006 la Moretta fanese è stata accolta nel ricettario dell’Aibes (Associazione italiana barmen e sostenitori), e nel 2011 inclusa nell’elenco regionale dei prodotti agroalimentari tradizionali delle Marche. La ricetta dell’Aibes prevede parti uguali dei tre liquori, che vanno scaldati, insieme con lo zucchero, con la “lancia” della macchina del caffè dei bar, ed una scorzetta di limone o di arancia. Sul tutto si versa delicatamente il caffè espresso, in modo da far risultare nel bicchierino di vetro tre strati di diverso colore: il giallo intenso dei liquori, il marrone scuro, quasi nero, del caffè, il color nocciola della schiuma del caffè.

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