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Il vino di Taranto nella reggia di Erode nell’antica Palestina

Durante gli scavi nella fortezza di Masada una missione americana ha ritrovato un coccio con la scritta a pennello “taran(tos)”, vino di Taranto

Il coccio con la scritta “taran”
Il coccio con la scritta “taran”

Erode il grande, quello della strage degli innocenti si avvinazzava con vino taran­tino. Non sappiamo se fosse del colle Au­lone o leggero vinello del Galeso, ma di vino tarantino si trattava.

Ne abbiamo una testimonianza archeo­logica. Una missione americana che ha condotto gli scavi nella reggia di Erode in Palestina, ha rinvenuto numerosi coc­ci di anfora, tra questi uno recava una scritta a pennello: “taran(tos)”, vino di Taranto.

Il coccio è stato ritrovato all’interno del­la antica fortezza di Masada, dove Erode aveva costruito la sua reggia, un castello inaccessibile protetto da mura ed altissi­me torri, posto sul ciglio di un pianoro circondato tutt’intorno da profondi stra­piombi, che si eleva a quattrocento metri di altezza nella Giudea sud orientale, a sua volta circondato da alte e profonde mura lunghe sette stadi (1.300 metri) e protette da 37 torri.

Il crudele tiranno, ne aveva fatto il suo ri­fugio, ammassando provviste alimentari, armi e acqua, temendo due pericoli, uno dei quali era rappresentato dal popolo giudeo, in caso insorgesse per abbatterlo e restaurare la precedente dinastia, l’al­tro più temibile era rappresentato dalla regina d’Egitto Cleopatra, che più volte aveva chiesto al suo amante Antonio di eliminarlo ed assegnare a lei il regno di Giuda.

Nella fortezza, oltre al coccio con l’indi­cazione Taranto, sono stati ritrovati altri tituli picti, con la data consolare equi­valente al 19 avanti Cristo, recanti l’in­dicazione di una spedizione ad Erode: “Regi Herodi Judaico”, di un vino “Phi­lonianum”, proveniente da “L. Laen”, che starebbe ad indicare un nome, Laenius, o fondo di Laenio.

Spedizione, che gli studiosi ritengono inviata da Brindisi, perché il Leenii era­no una famiglia di rilievo del municipio brindisino, attestata sia da fonti epigrafi­che che letterarie.

Il coccio tarantino, unico superstite, al­meno tra quelli con iscrizioni, sorprende per la scritta in caratteri greci, in età au­gustea, a testimoniare la sopravvivenza a Taranto della cultura greca a due secoli dalla conquista romana.

Probabilmente uno schiavo, un “vilicus” di Taranto, che ha fabbricato quell’anfora o l’ha riempita di vino, ha scritto usando la grafia e la parlata della città antica.

“Tituli picti” si chiamano queste iscri­zioni, vere e proprie epigrafi che si rin­vengono su strumenti e oggetti di uso quotidiano, con lo stesso valore probato­rio delle incisioni su lapide.

Non sappiamo se il coccio tarantino fa­cesse parte della stessa spedizione brin­disina, probabilmente no, perché anche Taranto era dotata di un ottimo porto e assai difficoltoso sarebbe stato il tra­sporto delle anfore via terra sino a Brin­disi, per imbarcarle verso la Palestiona. Si potrebbe in via molto ipotetica imma­ginare che il vino fosse stato acquista­to a Taranto dallo stesso figlio di Erode, Antipatro: il primogenito, che nel viag­gio di ritorno da Roma si era imbarcato a Taranto con molti doni, nell’estremo ten­tativo di ammansire la collera del padre, che di lì a poco lo avrebbe fatto uccide­re, temendo un complotto ai suoi danni. (Flavio Giuseppe, Bell. I,31).

Caduta Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, a Masada trovarono rifugio con donne e bambini gli ultimi strenui difensori di Israele, i cosiddetti sicari, che non esi­tavano a uccidere chiunque collaborasse con l’invasore romano.

Oltre due anni resistettero all’assedio romano, grazie anche al fatto che, come narra Flavio Giuseppe, potettero alimen­tarsi con le provviste accumulate molti anni prima da Erode; Flavio Giuseppe parla addirittura di datteri, grano , legu­mi, olio e vino conservati intatti per qua­si cento anni, ma sembra una cosa poco credibile.

Erano in tutto 960, li guidava Eleazar Ben Jair, quando i Romani riuscirono a sfondare il primo cerchio di mura della fortezza preferirono darsi la morte pur di non cadere schiavi del nemico.

Ognuno uccise i propri figli e la moglie, poi estrassero a sorte dieci di loro con l’incarico di procedere alla uccisione di tutti i sopravvissuti, poi tra i dieci ne venne sorteggiato uno che uccise gli al­tri nove e si dette la morte. Scamparono all’eccidio solo due donne e cinque bam­bini, nascosti nei cunicoli dell’acquedot­to.

A riprova di questa narrazione che po­trebbe sembrare un po’ romanzata, tra i frammenti ceramici rinvenuti negli scavi si è trovato un coccio con la scritta “Ben Jair”, che può essere interpretato come un ostrakon, un coccio, utilizzato per il sorteggio.

Per chi volesse avere informazioni più specifiche sugli scavi di Masada si ri­manda al volume di H.M. Cotton e J. Gliger, Masada II, the latin and greek documents”, Jerusalem 1989.

 

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