12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 07:11:00

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“Quer pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda

Pensieri e parole di arte... varia

“Quer pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda
“Quer pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda

“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” è un romanzo di Carlo Emilio Gadda.

Don Ciccio Ingravallo è un commissario nella Roma fasci­sta del «mascelluto» del «Testa di Morto in stiffelius» con «le mandibole da serratore analfa­beta». Molisano.

«Aveva un’aria un po’ assonna­ta, un’andatura greve e dinocco­lata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione», ma sapeva come funzionava il mon­do e la vita.

Sono stati sottratti dei gioielli a una donna e Don Ciccio deve investigare sulla scomparsa. Nel palazzo in cui si è consumato il furto, Via Merulana 129, si compie anche un omicidio. La storia s’infittisce e parte.

Il commissario aveva le sue idee che «a prima vista, cioè al pri­mo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità». A distanza di giorni germogliavano nella mente di chi gli prestava ascol­to. Era convinto che non vi è mai una sola causa a produrre un ef­fetto. La verità per quanto fos­se difficile trovarla, comunque andava cercata. Vien da pensa­re che nella testa di Don Ciccio non ci fosse mai un movente, ma una serie di moventi. Seguendo questa linea di pensiero la colpa andrebbe distribuita su più teste.

Si oscilla fra crimine e sfortuna «e li parenti un po’ tutti, staveno ad annaspa da tre giorni chi de qua chi de là pe trova er filo de la salvazione e tirallo fora, lui Giuliano, da li pasticci in cui s’aritrovava, povero fijo, senz’a­ve né colpa né peccato».

L’inestricabile della vita. «Le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effet­to che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singo­lare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclo­nica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali con­vergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnom­mero, che alla romana vuoi dire gomitolo».

Lascio il compito di tessere le lodi di Carlo Emilio Gadda a un altro grande scrittore italiano, Antonio Tabucchi il quale scri­ve su MicroMega «Sul piano culturale Gadda, cosmopolita e raffinato, era una persona dota­ta di strumenti di analisi sofisti­catissimi. Sul piano ideologico era caratterizzato da un grande senso della dignità e dell’onore. La sua visione non era politica ma civile. Era erede della gran­de cultura illuminista milanese che lo poneva di preferenza su di un piano europeo e fin dalla sua gioventù appartenne all’I­talia illuminata. Per Gadda fu cruciale il trauma della Grande Guerra, la rotta di Caporetto e la successiva prigionia che raccon­ta nel suo Giornale di prigionia. Fu per lui la scoperta dell’Italia vera, quella dei fanti di ogni re­gione e dialetto, e quella degli intrighi di potere. Sicché la sua successiva simpatia verso il re­ducismo e il fascismo rappre­sentarono la scelta sentimentale di un impolitico, fatta per senso dell’ordine. Considerò il fasci­smo una specie di “governante”. Ma il fascismo presto lo delu­se, anzi lo irritò esteticamente: “Eros e Priapo” è il ritratto fe­roce e impietoso del grottesco fascista.

Vi è infine un piano privato sul quale l’inquietudine è il frutto della sua omosessualità rimossa, di cui non parla mai, ma a cui fa riferimento attraverso perifrasi. L’enorme sforzo di rimozione lo porta ad una compressione che esplode sul piano letterario. Lo scoppio linguistico, evidente nel Pasticciaccio, rappresenta la de­flagrazione del suo ego».

Ecco perché è importante leg­gere, o iniziare a leggere Gadda.

Torniamo al nostro commissa­rio. Antesignano di tutti i Mon­talbano. Il titolo, nel termine “pasticciaccio”, ci annuncia che il nostro Don Ciccio utilizzerà un modo di parlare ampolloso e colto, dialettale e filosofico, grezzo e popolare, così com’era la società che indagava.

«In apparenza, un pasticcio. La confusione der sor Filippo era evidente: quel balbettare, quel trascolorare: quegli sguardi così pieni di incertezza, a non credere d’angoscia. Un sospeso interesse era in tutti: tutti i ca­sigliani lo guardavano a bocca aperta: lui, la portinaia, il com­missario».

Il libro è un concentrato dell’I­talia fascista con i suoi modi di fare, fra paura e idiozia. Farsa e tragedia s’intrecciano. Così come i pasticci anticipano il do­lore. Nell’anima c’è il destino. «Ingravallo, similmente a certi nostri filosofi, attribuiva un’ani­ma, anzi un’animaccia porca, a quel sistema di forze e di proba­bilità che circonda ogni creatu­ra umana, e che si suol chiamare destino».

Don Ciccio l’affabulatore, l’in­vestigatore, piaceva alla sua pa­drona di casa che «lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio stra­no d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato conte­sto del di lui tempo». Piacerà anche a chiunque, ne sono cer­to, avrà il piacere di incontrarlo fra le righe di questo libro se­ducente.

Un po’ bohémien e uno po’ im­piegato «vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due mac­chioline d’olio sul bavero», vi­spo, apparentemente sbadato il dottor Ingravallo-Gadda ci resta nel cuore.

Avremmo voluto conoscerlo di persona.

Ci avrebbe fatto comodo impa­rare da lui «a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigheretta, regolarmente spen­ta» per districarci nel vortice, nel “pasticciaccio” che è la vita.

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