13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

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Il ritorno di Cuore, il libro della solidarietà sociale

Per un secolo è stato il titolo più letto dai bambini

È tornato nelle edicole il “Cuore”di Edmondo De Amicis
È tornato nelle edicole il “Cuore”di Edmondo De Amicis

È tornato nelle edicole il “Cuore”di Edmondo De Amicis, il titolo dell’infanzia di molti di noi, un libro che, per quasi un secolo, è stato il più let­to dai bambini italiani e tradotto in tutte le lingue del mondo.

Un libro legato alla nostra me­moria, amato, commentato nel­le scuole elementari italiane nel tempo nel quale il regime fasci­sta aveva coniato il motto: “Li­bro e moschetto”.

È nelle edicole, primo di una se­rie di capolavori narrativi italia­ni e stranieri, in questi tempi di paura e di morte per l’invadente pandemia che sta sconvolgendo l’Italia ed altri continenti del pianeta.

Un’opera, quella deamicisiana, anche da taluni critici e letterati, a cominciare dal Carducci, iro­nizzata per quella sua quasi ele­mentare solidarietà sociale e per quel languido sentimentalismo; e tuttavia il “Cuore” progrediva nelle vendite e portava veramen­te una lingua sociale fra le diver­se regioni italiane dalla Sicilia alle Alpi.

Era una fraterna visione tra clas­si sociali differenti in nome della unità italiana, non solo territo­riale, ma spirituale.

Storicamente quando fu edito “Cuore” era l’anno 1886.

Mazzini era morto da un decen­nio, Garibaldi nel 1882, Carduc­ci aveva dato alle stampe “Nuo­ve odi barbare”, (1882), Pascoli era a Matera all’insegnamento del latino e del greco, D’Annun­zio pubblicava le novelle di “San Pantaleone”, Verga “I Malavo­glia” (1881) e in trincea erano Fogazzaro ed Oriani.

Nella musica con “L’Otello” trionfava Verdi; nella pittura tra Neorealismo ed Espressionismo Pellizza da Volpedo presentava il suo “Quarto Stato”.

Politicamente l’Italia, con capi­tale Roma, era monarchica, ma anche garibaldina; Mazzini era il profeta della sua Unità ed in­tanto avanzava con Filippo Tura­ti ed Andrea Costa il Socialismo.

C’era l’Italia ma non c’era la scuola che era ancora municipa­lizzata.

De Amicis fu il primo a volere una scuola di Stato per unire le diverse gioventù in una compat­ta “educazione” di valori morali quali proprio quelli che Cavour aveva espresso: Patria, famiglia e libertà. E fu il primo a volere come protagonisti non gli eroici combattenti o gli aristocratici borghesi, ma i ragazzi che espri­messero le loro ansie e le loro giovanili gioie ed intemperanze in un concerto che solo la Scuola di Stato poteva loro offrire. Ed ecco Enrico Bottini, il prota­gonista; Derossi, Coretti, figlio di un venditore di legna; Carlo Novis, il signorino, Precossi, il figlio di un fabbro ferraio, Franti dalla “triste testa” e Garrone il più grande e il più buono della scolaresca e infine il maestro Perboni. Questi i protagonisti di quell’an­no scolastico nato come diario di Enrico Bottini, e poi corretto e migliorato dal padre.

Non erano, quei ragazzi, gli umi­li del Manzoni né la povera gente del Verga; erano studenti di una terza elementare, ma loro erano, come poi scrisse Benedetto Cro­ce, la nuova Italia che nasceva.

Non era la scuola “tempio” vo­luta dal De Sanctis ma era la scuola che univa nel segno della Patria, della famiglia e dell’eroi­smo sociale, le varie regioni d’I­talia e le univa mediante raccolti mensili: “Dagli Appennini alle Ande”, “Sangue romagnolo”, “Il Tamburino sardo”, “La piccola vedetta lombarda”, “L’infermie­re di Tata”, certamente valori risorgimentali a volte anche al­quanto retorici, ma era la base dalla quale bisognava partire perché senza Patria, famiglia e libertà non c’è né indipendenza né unità di nazione. E De Ami­cis, socialista nell’ideale e man­zoniano nello stile, aveva fatto un miracolo narrativo e pedago­gico.

Oggi il “Cuore” ritorna nelle edi­cole in questo infausto momento storico; torna con i suoi buoni e sacri sentimenti; ed è bene che si legga o si rilegga o si faccia leg­gere anche ai fanciulli del nostro tempo; non fa male, anzi è una finestra aperta di buono ossigeno perché finalmente fra noi entri un po’ di aria pulita.

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