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I sindaci del Tarantino: «L’ex Ilva adesso va fermata»

Una lettera al prefetto Martino: Va riconsiderata la presenza di 5.500 persone

Arcelor Mittal
Arcelor Mittal

I sindaci scrivono al prefetto per chiedere una dimi­nuzione delle presenze all’inter­no dell’ex Ilva.

L’iniziativa, ovviamente collega­ta al rischio contagio da Coro­navirus, è del primo cittadino di Montemesola, Vito Antonio Punzi, ma il fronte è ampio. In testa il sindaco di Taranto Ri­naldo Melucci, quello di Ca­stellaneta, nonchè presidente della Provincia, Giovanni Gu­gliotti; e ancora Antonio Minò (Avetrana), Onofrio Di Cillo (Carosino), Michele Schifone (Torricella), Dario Iaia (Sava), Giuseppe Grassi (Montepara­no), Luca Lopomo (Crispiano), Antonio Cardea (Faggiano), Giuseppe Fischietti (Fragagna­no), Vito Parisi (Ginosa), Ciro D’Alò (Grottaglie), Cosimo Ciu­ra (Monteiasi), Vincenzo Da­miano (Leporano), Antonietta D’Oria (Lizzano), Giampiero Barulli (Mottola), Rosaria Bor­racci (Palagianello), Domeni­co Pio Lasigna (Palagiano), Fabrizio Quarto (Massafra), Roberto Iacca (Roccaforzata), Cosimo Fabbiano (San Giorgio Ionico), Giuseppe Tarantino (San Marzano di San Giusep­pe), Alfredo Longo (Maruggio), Francesco Andrioli (Statte).

“A seguito dell’avvenuto accerta­mento di un caso di positività che ha riguardato un dipendente del­lo stabilimento Arcelor Mittal di Taranto, considerata l’alta densità di lavoratori dell’intera Provincia di Taranto sia tra i dipendenti di­retti che indiretti, ritenuto che, nei giorni precedenti all’accertamen­to del caso, il dipendente possa essere venuto in contatto con altri colleghi i quali possono esser­si infettati rappresentando essi stessi potenziali vettori del virus, considerata la libera circolazione di detti lavoratori, all’interno del territorio ionico, per giustifica­to motivo, nonostante il decreto prefettizio del 26/03 con il qua­le si determinava in complessive 5.500 unità lavorative il numero minimo per garantire la marcia degli impianti in piena sicurezza, Voglia S.E. Illustrissima riconsi­derare quanto previsto da tale de­creto per meglio tutelare la salute pubblica, inducendo la Società proprietaria dello stabilimento ad adottare il regime di ‘comandata’, con la esclusiva finalità di evitare danni agli impianti e rischi di in­cidente rilevante” è la richiesta al prefetto Martino.

Fermare la fabbrica per evitare un nuovo focolaio è anche la ri­chiesta di Gianfranco Chiarelli, vice segretario regionale della Lega. “Dopo il caso di contagio accertato in questi giorni, riguar­dante un lavoratore dell’acciaie­ria ex Ilva, non si può più perdere altro tempo. Il governo, in pros­simità della scadenza del 3 aprile, emani un provvedimento con ur­genza per assicurare le condizioni di assoluta sicurezza dei lavorato­ri stabilendo la marcia minima degli impianti, che richiederà in ogni caso non meno di 15 gior­ni dall’avvio delle procedure. Va decisa una fermata generale dello stabilimento, demandando a co­loro che realmente hanno operato in queste settimane, l’esecuzio­ne delle attività, con pieni pote­ri, evitando figure intermedie, i commissari, che allo stato, oltre a non aver garantito in queste dif­ficili settimane alcuna presenza in stabilimento nonché capacità decisionale, non hanno fornito alcun piano di fermata in emer­genza teso alla salvaguardia degli impianti in questione (pur essen­dosi dotati di una vasta gamma di consulenti).

Alla fine potrebbero interferire impropriamente, sul piano deci­sionale, non essendo a conoscen­za dei fatti e non essendo figure professionali competenti in ma­teria di ingegneria dei processi e rischi industriali connessi all’uso di sostanze pericolose, con chi realmente sta giornalmente as­sumendo decisioni. La gestione dello stabilimento sia affidata esclusivamente ai tecnici, con la necessaria sorveglianza degli enti sanitari, nonché del custode giudiziario, l’Ing. Barbara Va­lenzano che, pur avendo soltanto compiti di vigilanza per conto dell’Autorità Giudiziaria, ha fi­nora diligentemente assistito il gestore nella individuazione di un nuovo assetto produttivo”. “L’area a caldo è nuovamente una fonte di problemi, ora più che mai perché in sé raccoglie rischi che la cittadinanza ovviamente fatica a comprendere e che sono testi­monianza di una non compatibi­lità con il territorio. Il rischio di diffusione del Coronavirus è in­fatti solo l’ultima circostanza che si aggiunge a una lunga lista, non dimentichiamo che l’area a caldo rappresenta una fonte cronica di inquinamento” dichiara il depu­tato tarantino del MoVimento 5 Stelle, Giovanni Vianello.

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