15 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

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Tommaso Niccolò D’Aquino, poeta della Città dei Due Mari

Il 2 aprile 1721 moriva a Taranto colui che ha dato il nome alla via principale del Borgo

La lapide di Tommaso Niccolò D’Aquino custodita in Città Vecchia
La lapide di Tommaso Niccolò D’Aquino custodita in Città Vecchia

Il 2 aprile del 1721 moriva a Ta­ranto Tommaso Niccolò D’Aqui­no che vi era nato il 24 novembre 1665.

I suoi resti mortali sono oggi nel­la chiesa di Sant’Agostino nella città antica in un tempietto mar­moreo fatto erigere dal Comune di Taranto (sindaco Curci) su progetto del professore France­sco Boniello e per volontà di un Comitato cittadino per le ono­ranze al poeta.

Fu posta questa epigrafe: “At mihi delicias satis est cecinisse Tarenti” (A me è già tanto aver celebrato le bellezze di Taran­to). Ancora oggi, caro Direttore, molti concittadini confondono il D’Aquino, il poeta di Taranto, e che ha dato il nome alla via prin­cipale della città, con il santo fi­losofo D’Aquino, non tarantino ma laziale.

Il nostro D’Aquino aveva com­posto in quattro libri, sull’esem­pio delle Georgiche virgiliane, il poema “Deliciae Tarentinae”, che furono solo conosciute nel 1771, uscite a Napoli presso la stamperia Raimondiana e furo­no dedicate a Michele Imperiali, principe di Francavilla.

La sua pubblicazione si deve all’opera costruttiva di Cataldan­ton Atenisio Carducci che fu poi il primo suo traduttore dal latino, in ottave, e precedute dalle Me­morie con ricche annotazioni per i quattro libri del poema.

Nella poetica dedicatoria Car­ducci presentò il contenuto dei libri: dalle origini di Taranto ai suoi luoghi più belli e fertili, dalla natura alla feconda pesca­gione, dai boschi fino ai grandi uomini, alle acque limpide del Galeso all’incantevole fontana nella piazza omonima, al santo protettore Cataldo e all’antica ci­viltà della città.

Un panorama vasto e direi com­pleto delle Delizie scritte in me­lodiosi esametri latini.

Nel suo “Pater” Cesare Giulio Viola parlando del padre che tornava a Taranto ebbe a scrive­re: “Ma non importa dove sfoci il Galeso di Orazio; importa che quella fu la terra delle delizie e a me, stasera, mio padre sente che questa fu la terra delle delizie”.

Nella “Prefazione” il Carduc­ci non tralasciò di informarci come e da chi venne in possesso di una copia del manoscritto del D’Aquino; di una copia perché lo scritto originale non fu trovato tra le carte del poeta.

Una copia, forse corretta dallo stesso D’Aquino, fu inviata a Na­poli al patrizio Cataldo Marrese e il Carducci cercò quella copia ma il Marrese l’aveva smarrita. E allora tornò alla copia in suo possesso e tradusse gli esametri in ottave e, finalmente, nel 1771, con licenza di Superiori, fu data alle stampe a Napoli. Si ebbero nel tempo, oltre a quella di Car­ducci, altre edizioni e traduzioni che qui tralascio, ma non posso non sottolineare l’ultima tradu­zione completa dei quattro libri con eccellente prefazione da par­te di Lucio Pierri, editrice Scor­pione, Taranto, 2013.

D’Aquino scrisse anche un’e­gloga dal titolo “Galesus pisca­tor, Benacus pastor” scoperta dall’avvocato Carlo D’Alessio e tradotta da Ettore Paratore e dal dottore Felice Presicci (si veda il mio studio sul D’Aquino poeta, Mandese editore, 1995).

Tornando all’opera massima del D’Aquino, essa, che nasce cer­tamente dall’approfondita let­tura delle Georgiche virgiliane risente però fortemente dell’u­manesimo classico napoletano, quello che fa capo al Sannazza­ro, autore di Egloghe piscatorie; e D’Aquino soggiornò molti anni a Napoli e studiò altri poeti come il Pontano e il Marullo, sicché fu partecipe di tutto quel repertorio umanistico napoletano che, unito ad una certa coloratura seicente­sca arcadica fece dire ad Ettore Paratore che il poema del D’A­quino era anche un poema sei­centesco.

Sono, in ultima analisi, della con­vinzione che l’opera è fondamen­talmente di ispirazione classica, un mondo umanistico rivestito di una sapiente visione soprattutto virgiliana nella qualità e colora­tura del verso esametro; e tutta­via offre dei quadretti o disegni popolareschi piscatori relativi a Taranto, colti soprattutto in al­cuni rilievi della pesca, dell’ono­mastica dei pesci, nelle festività religiose oltre ad un sapiente omaggio at Divus Cataldus. Ma noi oggi, a trecento anni dalla morte, cosa ricordiamo di que­sto benemerito figlio di Taranto? Dovrebbe la sua opera, eviden­temente già tradotta dal Pierri, essere, un domani, dopo codesta terribile epidemia, conosciuta a livello cittadino e scolastico per­ché nel riconoscere i grandi che furono si qualifica e si innalza la conoscenza e la coscienza della vera cultura e civiltà cittadina.

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