13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 06:53:50

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La Taranto araba tra scontri, distruzioni e riconquiste

La Taranto araba tra scontri, distruzioni e riconquiste
La Taranto araba tra scontri, distruzioni e riconquiste

Nella sala del Gran Consiglio del vec­chio Palazzo Ducale di Venezia, distrutto nell’incendio del 976, sotto la lunetta con il ritratto di Orso Primo Partecipatio, XIV doge di quella repubblica dal 864 al 881, si poteva leggere a mo’ di epigrafe la seguen­te iscrizione “furentes Dalmatas compe­scui, Saracenosque, Italiam vastantes apud Tarentum foeliciter profligavi”, cioè: sba­ragliai i feroci Dalmati e sconfissi presso Taranto i Saraceni che devastavano l’Italia.

A ben ragione il doge Orso si poteva fregia­re di quel titolo, perché era stato il primo a sconfiggere sul mare, nell’anno 867, la po­tenza armata dei Saraceni di Taranto, dopo i rovesci subiti dal precedente doge Pietro Tradonico, sconfitto con sessanta navi nel­le acque di Taranto e successivamente con un’altra flotta nei pressi della stessa Vene­zia.

Sulle vicende della Taranto araba non ab­biamo documentazione archeologica, non sono stati trovati nemmeno i resti della moschea, la storia di quelle lontane vicen­de può essere tuttavia ricostruita a grandi linee attraverso le cronache dell’epoca, an­che se frammentarie e approssimate nella successione e datazione degli avvenimenti.

Fondamentali sono quattro date: l’anno 840 quando la città fu conquistata la prima vol­ta dai Saraceni, la loro cacciata ad opera dei Greci di Bisanzio nel 880, la distruzio­ne della città nel 927, la ricostruzione del 967 ad opera dell’imperatore bizantino Ni­ceforo Foca.

Tra nono e decimo secolo ci fu un perio­do di vera anarchia nell’Italia meridionale senza una potenza egemone che assicuras­se una sia pur minima unità politica e ter­ritoriale. Nelle lotte tra Saraceni, Bizantini, langobardi, Franchi, le città si davano in­differentemente all’uno o all’altro conten­dente.

Si conserva una lettera del 870 di Ludo­vico II imperatore che si lagna con il suo omologo Basilio, imperatore greco, per­ché Napoli sembrava essere diventata una città africana, dopo che i cittadini aveva­no cacciato il vescovo Atanasio per dare ospitalità ad una colonia sarcena che si era insediata al porto. Non solo Taranto era stata occupata, Bari in Puglia e Amantea in Calabria erano sede di emirati, stanzia­menti più o meno fissi dei Saraceni erano ad Agropoli nel Cilento, e al Garigliano tra Capua e Gaeta. Gli unici a non perdere la bussola in quel periodo furono i Veneziani, che dopo essersi difesi con successo da un tentativo di conquista da parte di Pipino, Re dei Franchi, strinsero solida alleanza con Bisanzio, accomunati dall’ interesse a mantenere libera la circolazione dei mari. I pericoli maggiori erano dati proprio dal possesso saraceno dei porti di Taranto e Bari, strategici per il controllo dell’Adria­tico e dello Jonio.

Dobbiamo alla cronaca Veneta di Giovanni Diacono l’informazione che il comandante saraceno che prese Taranto nel 840 si chia­masse Saba, “saracenorum princeps”. La città che presero gli Arabi non era un borgo insignificante, aveva un porto attivo e una consistente popolazione. Lo possiamo de­sumere da una antica cronaca, l’Anonimo Salernitano, che parla di una spedizione effettuata l’anno prima, nel 839, da Amal­fitani e Salernitani, per liberare il principe langobardo Siconolfo, incarcerato dal fra­tello a Taranto. Arrivarono con una nave fingendosi Marocchini, “Mauri”, e si con­fusero tra la popolazione girarono tutta la città fingendo di vendere piatti e vasellame. Dunque era possibile per gli stranieri fare libero commercio e non destava curiosità una nave venuta dall’Africa. Alcuni anni dopo, sappiamo dall’itinerario gerosolimi­tano del monaco franco Bernardo, venuto a Taranto per imbarcarsi verso la terra santa, che in porto si trovavano sei navi cariche di 9.000 schiavi beneventani dirette in Africa. Il numero è forse esagerato, ma l’episodio documenta l’importanza del porto nel com­mercio degli schiavi, che in epoca antica costituivano il bottino di guerra più ricco.

La città e il suo porto erano evidentemente in grado di ospitare grossi contingenti mi­litari, nel 663 vi era sbarcato, provenien­te da Atene, Costante Secondo alla testa dell’esercito imperiale; nel 982 sarà la volta dell’imperatore Ottone, che svernò a Ta­ranto con un grosso esercito per muovere poi contro Bizantini e Saraceni nel mese di maggio.

Il possesso della città da parte araba, che durò dall’anno 840 al 880, non fu tranquil­lo, si conservano numerose notizie di bat­taglie e scontri nei pressi di Taranto: sap­piamo di due riconquiste arabe nell’ 851 e 874, evidentemente per essere riconquistata la città era stata persa due volte.

La fine di questa occupazione più o meno stabile la si ebbe nel 880 ad opera dei Bi­zantini; che non andarono tanto per il sot­tile; secondo quanto riportato da Teofane, tutti gli abitanti, musulmani e cristiani, fu­rono venduti come schiavi e la città venne ripopolata con elementi eterogenei e coloni del Peloponneso.

Durante il periodo arabo la città si inserì nelle contese che travagliavano in quel se­colo le comunità meridionali. Dopo Saba, la città fu governata da un certo Apollafar, che strinse alleanza prima con Siconolfo, principe langobardo di Salerno, poi cambiò schieramento facendo alleanza con i lan­gobardi di Benevento. Mal gliene incorse perché i Langobardi fatta pace tra loro lo imprigionarono e misero a morte. Altre no­tizie abbiamo di un terzo comandante ara­bo, venuto dall’Africa, chiamato Othman o Atmagnus, che intorno all’anno 874 as­surse a tale potenza da trattare e ottenere dai Beneventani la liberazione dell’emiro di Bari, un certo Sahotan, da alcuni anni prigioniero-ospite del duca Adelchi di Be­nevento. Fu un periodo di buoni rapporti con i Saraceni, la stessa cronaca ci informa che sistemate così le cose, Salernitani, Na­poletani, Gaetani e Amalfitani, essendo in pace con i Saraceni, potevano dedicarsi con profitto alla incursioni navali contro Roma.

Il colpo di grazia la città lo ricevette nel 927, i Saraceni che tre anni prima avevano devastato Oria, assalirono Taranto. Nul­la più delle parole di una antico scrittore, Lupo Protospata, possono descivere lo sgomento dei testimoni dell’epoca “A Ta­ranto fu strage, tutti caddero virilmente combattendo, i sopravvissuti furono depor­tati in Africa. Questo è accaduto nel mese di agosto nella festività di Santa Maria”.

Secondo una tradizione popolare, ripresa dal Merodio, gli abitanti che riuscirono a sfuggire all’eccidio si rifugiarono nelle sel­ve di Martina. Secondo un’altra tradizione pochi pescatori, sopravvissuti perché si tro­vavano alla pesca del corallo oltre le isole, trovarono rifugio costruendo poveri abituri al Galeso, e alla Penna dove ancora sussiste il toponimo “le case”. Si tramandano an­che i nomi di due famiglie sfuggite all’ec­cidio, i Giungato e i Merlato.

La città venne rasa al suolo, a completare la devastazione dopo alcuni anni calarono gli Ungari, che si spinsero sino ad Otranto. La ricostruzione avvenne intorno al 967, ad opera dell’imperatore bizantino Niceforo Foca; dovette trattarsi di una grande opera, con innalzamento di un castello e mura di fortificazione, allargamento delle spiaggia della Marina e di Piazza Fontana, costru­zione del Ponte di pietra.

Non per questo si esaurì la minaccia araba, abbiamo memoria di due grandi battaglie combattute presso Taranto nel 972 e nel 991 , dalle truppe imperiali di Ottone, vin­citrici la prima volta e sconfitte la secon­da. Nel 977 Oria, che era stata sede di una fiorente colonia e scuola teologica ebraica, viene nuovamente incendiata dai Saraceni e gli abitanti deportati.

Solo con la conquista normanna del secolo successivo verranno meno i loro stanzia­menti nel Mezzogiorno. Mentre in Sicilia, che fu sicuro loro possesso per due secoli, gli Arabi, come ebbe a scrivere Michele Amari, portarono nuovi costumi, scienza, arti e letteratura, qui da noi aggiunsero solo lutti a lutti.

L’epigrafe, riportata ad inizio articolo, con la citazione di Taranto sotto il ritratto del Doge Orso Partecipazio nel vecchio palaz­zo ducale a Venezia, è “inedita”; l’abbiamo ripresa dalla “Cronaca Veneta sacra e pro­fana”, di Pietro Antonio Pacifico, pubblica­ta anonima nel 1751 a Venezia dal Pitteri . Il testo dell’Anonimo salernitano è ripreso dalla Historia principum langobardorum, di Camillus Peregrinus, pubblicata dal Pra­tilli a Napoli nel 1750.

1 Commento
  1. Marinella 1 anno ago
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    Bellissimo quest’articolo, adesso so qualcosa di piu grazie a voi

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