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Quaremma, l’ultimo simbolo

Cosa ci resta delle nostre tradizioni pasquali

Quaremma, l’ultimo simbolo
Quaremma, l’ultimo simbolo

I simboli sono parte rilevante del nostro mondo. Senza scomodare l’ermeneutica da una parte e l’etnologia dall’altra, limitan­doci, invece, al nostro campo tradizionale d’azione, quello dell’osservazione quotidia­na della realtà, verifichiamo come la trasformazione di simboli, molti dei quali or­mai soppiantati da ben altri segni, che invadono il vivere quotidiano attraverso mezzi di comunicazione fino a ieri neppure immaginabili, assu­ma i connotati di una vera e proprio emergenza culturale.

Così diventa un po’ pateti­ca, nella sua tenerezza, la sopravvivenza della vecchia Quaremma, Quarantana o dir si voglia, che fa capoli­no, nonostante la progressi­va scomparsa dei segni della tradizione, soppiantati da una simbologia di nuovi codici, soprattutto di comunicazione telematica, che in queste set­timane ci consentono di “ri­manere nel mondo”, mentre lei, ormai “sola” e fuori della nostra vista, e quindi anche dalla nostra vita, timidamente avverte, i pochi che si trovano a passare dalle sue parti, che quest’anno la sua consueta “morte” non darà spazio alla consueta esplosione della Pa­squa. Ne compaiono ancora, in qualche angolo di paese (la nostra è fotografata a Grotta­glie, qualche altra ne compare a Martina Franca e in pochi altri centri), issate la notte di Carnevale a simboleggiare l’arrivo della Quaresima, im­personata dalla vecchia che all’allegria del Cornavale dà in colpo di grazia, in attesa di essere anche lei vinta dalla Pasqua: essenza del cristiane­simo attraverso la resurrezio­ne di Cristo, simbolo del rin­novarsi delle stagioni e della rinascita dopo la mestizia dell’inverno.

Quaremma, l’ultimo simbolo
Quaremma, l’ultimo simbolo

Oggi, le giovani generazioni, possono neppure immagi­nare lontanamente com’era il mondo soltanto trent’anni fa. Tanto meno potrebbero capi­re cosa poteva significare la Quaresima ancora negli anni Sessanta, quando in Chiesa tutte le immagini sacre veni­vano coperte da un panno scu­ ro, la musica era abolita, come la carne dalla dieta quotidia­na. Allora il Carnevale aveva ancora un senso, e le feste rap­presentavano ancora una pau­sa vitale nel tran tran quoti­diano. Quella vecchina orrida che ci guarda da lassù, oggi, appare più patetica e sola, in­comprensibile per i bambini, un po’ come lo è la Befana. Sopravvivenza segnica di una cultura contadina che misu­rava le ore col sole ed elabo­rava le previsioni del tempo col solo osservare il cielo. E che lancia una sfida alla no­stra memoria, alla nostra co­scienza, puntando comunque il dito in quella radice popo­lare che ha nel soprannaturale la dimensione più appropriata e inequivocabile. Però oggi, in questo sconcertante 2020 iniziato sotto cattivi auspici, la mestizia quaresimale, cer­to con tutt’altro significato, ci è stata imposta da un essere invisibile e nocivo, come uno spirito del male.

In un centro del Barese, Ruvo di Puglia, sopravvive ancora la tradizione dello scoppio della Quarantana: il giorno di Pasqua, si svolge una delle rarissime, residue processioni di Gesù Risorto ancora prati­cate in Puglia, l’altra sarebbe proprio a Grottaglie, che l’a­veva ripresa qualche anno fa, dopo anni di cancellazione, ma che naturalmente dovrà rinunciare. Bene: a Ruvo, in alcuni punti del paese, la folla attende l’arrivo del simulacro del Risorto per il rito dello scoppio della Quarantana: il fantoccio raffigurante la vecchia ingobbita, segno del­la penitenza, appeso sin dal Mercoledì delle Ceneri viene fatto “esplodere” con clamo­rosi botti. Ma abbiamo l’im­pressione che quest’anno, per la prima volta, sarà proprio la sua, quella di una vecchiaccia appesa in alto a una corda, con pochi simboli di mestizia, l’ultima immagine “pubblica” delle tradizioni pasquali.

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