21 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2021 alle 16:57:00

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La grande bellezza della lingua italiana

A proposito della digitalizzazione del linguaggio

La grande bellezza della lingua italiana
La grande bellezza della lingua italiana

Oggi quasi tutta la comunica­zione – privata e non poca di quella pubblica – passa attraver­so la digitalizzazione.

È la proliferazione comunicati­va che riscontriamo ogni gior­no.

Agevolata dalla possibilità di fare ricorso a protesi a portata di mano, è ormai estremamen­te diffusa: chi comunica, non fidandosi della propria compe­tenza espressiva, può convoca­re una quantità di utilities già pronte e pensate, e – un po’ come nel parlato – procede a singhiozzo, e si appoggia alla mimica degli emoticon e degli emoji e alla gestualità delle im­magini. E quant’altro.

Si profila così una lingua fram­mentata che realizza impreci­sioni, ambiguità, deformazioni concettuali, e che gioca al ri­basso non solo quando si tratta di messaggi privati (di cui ci si potrebbe anche accontentare), ma anche in non pochi altri am­biti: la sua adozione a lingua passe-partout dello scambio verbale ne è ormai l’effetto.

Consegue che la dimensione dell’esperienza del pensiero pensato e del dire personale è totalmente evasa da un sapere prêt-à-porter, sempre a dispo­sizione, che di fatto genera anoressie mentali, rigetto della ricerca del sapere nel nome di una sua acquisizione senza sfor­zo, di una bulimia inerziale.

A cornice va aggiunto che, se si tiene conto – si badi bene – che l’arco del rapporto non protesi­co con le tecnologie è sempre più ristretto a pochi ideatori e programmatori, mentre si va po­larizzando la posizione di tipo passivo-dipendente da parte dei fruitori o meglio degli utenti, la necessità di distinguere fra compiti di alfabetizzazione e le deviazioni verso la protesiz­zazione non è la sola da perse­guire, ma occorre anche il recu­pero sempre più del “pensiero lungo”, ipotattico. e non stuc­chevolmente paratattico: quel procedere per via argomentata, con ragioni e contro-ragioni, che passa attraverso un deciso raffreddamento dell’entusiasmo protesico .

Il riferimento va all’ “attesa di senso” che le lingue (latino, te­desco), ponendo il verbo al fon­do della frase, avevano esaltato con effetti di potenziamento dello “scioglimento” a venire. Ecco che è necessaria, più che mai oggi, una pazienza cogni­tiva in grado di distinguere “il di più” (agli oggetti descritti) che si vuol dire, che solo un comunicare denso fornisce. Eppure per rigenerare il nostro linguaggio e arricchire noi stessi basterebbe uscire dalla perfida e sciocca abitudine del comunicare, dalla banalità dello stereotipo per ritrovarci fuori e al di sopra del quotidiano in un rapporto diverso con le cose. Nell’esprimersi,

Ecco la nostra utility: la bella lingua italiana!

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