24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

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Dante, il nuovo Mosè

Gli studi di Giovanni Pascoli sul Poeta: la simbologia legata a Dio

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli meditò tutta la vita sull’opera di Dante.

A detta della sorella Maria gli studi danteschi del fratello eb­bero inizio dopo la laurea (1882) durante un riordino della biblio­teca comunale annessa al liceo di Matera, prima sede scolastica dell’allora giovane docente. Dopo Matera le ricerche sul poeta Dan­te ripresero a Massa (1885 – ’86) con maggiore vigore.

Insomma, tutti i suoi sforzi intel­lettuali, da Matera a Massa e poi a Livorno furono la base prima degli studi più complessi e più originali che sfociarono nei tre volumi: “Minerva oscura”, “Sot­to il velame” e “La mirabile vi­sione”.

A questi studi seguirono, di volta in volta, altri notevoli contributi: “Prolegomeni: la costruzione mo­rale del poema di Dante” (1898), un “Saggio sull’interpretazione generale del poema sacro” (1900), “Omaggio all’Università di Mes­sina nel trecento cinquantesimo anniversario della sua nascita” e poi un “Abbozzo della storia del­la Divina Commedia” (1901), de­dicato a Ravenna, terra dell’esilio immeritato di Dante.

Purtroppo un divisato commen­to sulle cantiche della Comme­dia rimase nell’intenzione per la precoce morte del poeta Pascoli (1912). Ma l’ossatura, la “summa” degli studi pascoliani, una certa inquietudine di pensiero critico ed un certo disordine nella im­pervia categoria della poesia e non poesia dantesca, costituiro­no un forte ostacolo all’immensa erudizione del Pascoli.

Le interpretazioni sull’opera dan­tesca furono, a detta della critica successiva, (Pietrobono, Pistelli, Passerin, Bardi, Croce, Apollo­nio, Guallone, Vicinelli ed altri ancora) più liriche che filologiche, più di accostamenti biblici che di euristiche scoperte finalizzate ad una acquisizione positiva del per­sonaggio o del fatto poetico og­getto di uno studio interpretativo.

Insomma, il poeta Pascoli vole­va essere il poeta di Dante e non l’interprete della sua vasta poesia.

Volle andare il suo indagare ver­so “il mistero” di Dante, come un “quid” imponderabile, ineffabile, impossibile a commentarsi, per­ché difficile a manifestarsi nella sua piena e pura verità di pensie­ro e di lingua.

Insomma, per Pascoli la Divina Commedia rimaneva inspiegabi­le al solo lume della ragione uma­na di qui l’eterno “mistero” della sua più intima poesia.

Anche i suoi poderosi tre volumi sono un titanico sforzo interpre­tativo mai tuttavia terminato per­ché era impossibile comprendere o “intelligere” l’opera di Dante.

Che per Pascoli, Dante era il nuo­vo Mosè della Cristianità, quin­di, per lui, molta poesia diventa “simbologia” legata a Dio mede­simo e tutta la storia del “verbo” dantesco è storia “misterica” ove l’allegoria o la metafora più volte riduce la stessa poesia a simbolo­gia di un numero che può essere l’1 o il 3 o il 7 come l’immagine di Dio o della Trinità o dell’uomo con i suoi sette peccati capitali.

In questa ossessiva valutazione misteriosa del Poema sacro la figura di Virgilio è quella non del grande poeta latino accom­pagnatore di Dante ma quella di un’intera civiltà dalla quale è nato il Cristianesimo; se muore quella civiltà classica, che è anche teolo­gica, muore Virgilio, muore Dan­te e muore il Cristianesimo.

Beatrice è anche una metafora di un amore oltreumano perché già celestiale, amore allegorico di una virtù che non ha peccato originale; insomma una seconda Madre di Dio. Gli studi del Pa­scoli, aspramente commentati nel loro tempo, ed anche dopo, sono stati rivalutati in parte dall’ingle­se Singleton, e poi dai nostri criti­ci Giovanni Getto e Aldo Vallone e il problema della deontologia pascoliana si è riaperto alla luce di una nuova avventura essoteri­ca, caduti certi divieti ed ostacoli di critica tardo-Ottocento e pur­troppo anche crociana.

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