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I cento anni di Emilio Colombo

Il ricordo del grande statista lucano

Giulio Andreotti ed Emilio Colombo
Giulio Andreotti ed Emilio Colombo

Complici il virus e la Settimana santa, è passato pressoché sotto silenzio il centenario della na­scita (11 aprile 1920) di Emilio Colombo, una delle personalità politiche più rilevanti dell’Italia del XX secolo.

Lucano, nato nel cuore di Poten­za, in via Pretoria, legatissimo alla sua terra d’origine, dov’era sempre assiduamente presente, strenuo combattente per il riscat­to del Mezzogiorno, non fu mai limitato da una visione localisti­ca, né di Potenza né del Sud e neppure della sola Italia. Autenti­co statista, è stato fra i pochissimi italiani a pesare davvero, anche al di là dei ruoli prestigiosi, sulla scena internazionale.

Per quanto ci riguarda più da vicino, fu sempre attento a Ta­ranto ed alle sue esigenze, tanto per la contiguità di Taranto con la “sua” Basilicata quanto per il lungo sodalizio politico con mio padre, che faceva parte della sua generazione (era del 1925) e che è stato uno dei protagonisti della ricostruzione e dello sviluppo.

Formatosi nell’associazionismo cattolico, partecipò alla nasci­ta della Democrazia cristiana in Basilicata ed esordì nel 1946, segretario generale della Giac, la Gioventà italiana di Azione cattolica, nelle elezioni per la Costituente, sfidando il vecchio politico prefascista Francesco Saverio Nitti, eletto deputato per la prima volta nel 1904, presiden­te del Consiglio dal 1919 al 1920, e “deputato uscente” in quanto membro della Consulta, che lo aveva sprezzantemente definito “sagrestanello”. Eletto trionfal­mente nella circoscrizione Basili­cata (Nitti fu eletto grazie al Col­legio unico nazionale), Colombo si rivelò subito uno dei protago­nisti di spicco della vita politica dell’Italia liberata, alla pari coi “grandi vecchi”. Sottosegretario all’Agricoltura dal 1948 al 1951 nel V e VI governo De Gasperi, con Antonio Segni ministro, fu il suo braccio destro nel concepire e realizzare la riforma agraria, il più rivoluzionario atto di rottura di iniqui e stratificati ordinamenti sociali che perpetuavano da seco­li la servitù della gleba.

Per Emilio Colonbo e per tut­ta la giovane classe dirigente democratico-cristiana la riforma agraria, per quanto rivoluziona­ria, però non bastava. Occorreva lo sviluppo. Quello sviluppo al quale contribuì da sottosegreta­rio ai Lavori pubblici e, a partire dal I governo Segni da ministro dell’Agricoltura ed Alto commis­sario per l’alimentazione.

Da ministro del Tesoro per lun­ghissimi anni (ma anche in qual­che governo del Bilancio o delle Finanze) cooperò a lungo, anche per garantire la tenuta della lira, con Guido Carli.

Secondo soltanto all’inarrivabile Giulio Andreotti per numero e durata degli incarichi di governo (sottosegretario all’Agricoltura, poi ai Lavori pubblici; ministro dell’Agricoltura, del Commercio estero, dell’Industria, del Tesoro, del Bilancio, delle Finanze, della Giustizia (ad interim), degli Este­ri, fu anche ministro senza por­tafoglio con delega per compiti politici particolari e per la presi­denza della delegazione italiana all’Onu; presidente del Consiglio dei ministri dal 1970 al 1972; dal 1952 al 1954 fu anche sindaco di Potenza, incarico all’epoca non incompatibile col mandato par­lamentare), a differenza del Divo Giulio ricoprì anche incarichi po­litici ed istituzionali di assoluto rilievo sulla scena internazionale, alla quale era stato attentissimo anche da governante italiano. Fondamentali i suoi contributi, per esempio, alla causa dell’Eu­ropa; un’Europa di spirito comu­nitario ben diversa dalla disgre­gata, egoistica, ragionieristica Unione Europea che conosciamo da alcuni anni.

In uno dei brevi periodi in cui non era al governo, fu per tre mandati consecutivi, dal 1977 al 1979, presidente del Parlamento europeo, e gestì nel 1979 le pri­me elezioni popolari dirette degli eurodeputati; trionfalmente elet­to con oltre 800mila voti nella circoscrizione Italia meridionale, gli fu affidata la presidenza della Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo (in quel periodo entra nella Comunità europea la Grecia, iniziando a bilanciare il primo allargamento verso Nord del 1973); incarico che lasciò nel 1980 per assumere quello di ministro degli Esteri nel II governo Cossiga.

Fu anche presidente dell’Inter­nazionale democratico-cristiana (1993/95).

Nel 1979 gli fu assegnato il Pre­mio Carlo Magno, che dal 1950 viene conferito da una Fonda­zione internazionale con sede ad Aquisgrana “a personalità il cui pensiero, di comune accordo, sia stato di riferimento in ambito politico, economico e spirituale”. Nel 2011 a Losanna ricevette la medaglia d’oro della Fondazione Jean Monnet in riconoscimento dei suoi meriti nella nascita e nel­lo sviluppo della Comunità eco­nomica europea e dell’Unione europea.

Nel parlamento italiano saltò due sole legislature, per essere poi nominato senatore a vita da Ciampi nel gennaio 2003.

Senza mai perdere di vista esi­genze ed interessi della sua terra e, più in generale, del Mezzogior­no, al cui sviluppo dedicò studio, intelligenza, capacità di progetta­zione, concreto e fattivo impegno politico (strappò la Basilicata ad una atavica arretratezza, che sfio­rava in alcuni luoghi non il Me­dioevo ma l’Età della pietra, sia pure non senza effetti collaterali, e la proiettò in un pur problema­tico presente), ebbe sempre una lucida visione nazionale ancorata all’Europa ed all’Occidente, pur perseguendo, anche negli inca­richi di governo, una politica di distensione nei confronti di quel­lo che fu a suo tempo il blocco sovietico.

E’ scomparso il 24 giugno 2013, poche settimane dopo aver pre­sieduto, con energia e mano sicu­ra, e qualche ironica osservazione che contribuì ad allentare la ten­sione in aula, la prima riunione del nuovo Senato per l’elezione del presidente, quale senatore più anziano (Andreotti era assente perché ammalato; sarebbe scom­parso pochi giorni dopo).

Nel 2010 venne a Taranto per presentare, insieme col compa­gno di tante battaglie politiche, Mario Mazzarino, il volume sui 50 anni del Consorzio per l’area di sviluppo industriale di Taran­to, il primo a sorgere in Italia (una ricerca curata da chi scrive e da Deborah Giorgi). Purtroppo non ci fu registrazione di quegli interventi. Colombo in quella occasione ebbe a ricordare, ai distratti secondo-repubblicani molto intenti a parlare e parlarsi addosso (dieci anni fa; oggi c’è l’esondazione televisiva e tele­matica): “con tutti i nostri limiti, noi siamo stati la generazione del fare”.

Per la questione della cocaina, che assumeva “per uso terapeu­tico per combattere lo stress” (ci fu uno scandalo nel 2003), chie­se pubblicamente scusa al Paese. Non era certo esente da difetti, come qualsiasi essere umano. Ma è stato un gigante della politica: il Mezzogiorno, l’Italia, l’Europa gli devono ancora molto.

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