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Sogno un’Ilva olivettiana, ma serve la Valutazione d’Impatto sanitario

ArcelorMittal
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Anche al tempo del coronavirus a Taran­to continua l’offensiva per la “chiusura senza se e senza ma” dello stabilimento siderurgico, senza consapevolezza del­la enorme complessità della questione e senza realistiche prospettive alternative né a breve, né a lungo termine. Sconcerta, inoltre, il timoroso silenzio dei tanti che non vogliono la chiusura, qualunque ne sia il motivo.

Per parte mia, e per quello che può va­lere, io non taccio, da tarantino e da di­rigente tecnico in quello stabilimento all’epoca della proprietà dello Stato e poi nell’acciaieria di Terni e in quella privata dei Falk a Sesto S. Giovanni.

Sento il dovere civico di ripetere che ri­tengo disastrosa, per l’Italia e per Taran­to, la chiusura del Siderurgico, memore anche del ruolo da me svolto nel movi­mento ecologista tarantino dal 2006 in poi, in cui ho elaborato e propagato azio­ni e capitoli significativi nella vicenda del Siderurgico fortemente intrecciata con la città.

Continuo a credere che sia possibile ot­tenere che quella immensa fabbrica ri­manga in esercizio, con danni ambien­tali e sanitari “accettabili” per essere superati dalla più avanzata tecnologia e continuo a perseguire lo scenario di una grande fabbrica, redditizia, respon­sabile dei propri dipendenti e fornitori, amica della città, partner propulsore di progresso e di crescita culturale del ter­ritorio, una grande fabbrica “olivettiana” (con partecipazione attiva dei lavoratori e degli stakeholder), magari sotto forma di una Società Benefit come oggi prevista dall’ordinamento giuridico italiano e già avanzata come richiesta al Governo nel momento in cui decidesse di essere tito­lare di azionariato, non unico.

La vicenda Italsider/Ilva dura, ahimè, da più di sessanta anni ed ora, con il preac­cordo tra Governo e Arcelor Mittal Italia dei primi dello scorso marzo, è giunta ad un punto di svolta irripetibile e ineludi­bile. E’ il momento, quindi, di ragionare tutti insieme sullo stato reale delle cose, accantonando l’insostenibile «Si chiude e basta» a fronte dell’universale «Si marcia con rischio sanitario accettabile».

Necessita trovare la soluzione condivisa che salvi le sacrosante aspettative dei cit­tadini sugli aspetti sanitari e ambientali mantenendo all’Italia l’acciaio di Taran­to. Gli “oltranzisti” non possono ignorare che il Siderurgico tarantino è nato come asset strategico nazionale e che l’Italia di oggi lo conferma tale.

Si è dimenticato il terrore che si diffuse a Taranto e in Italia ai primi dello scorso novembre, quando Arcelor Mittal avviò recesso e dismissione del contratto di affitto dell’ex Ilva? Si è dimenticato che il presidente Giuseppe Conte è volato a Londra e ha convinto Mittal padre a una sorta di armistizio per trovare una solu­zione la meno cruenta possibile? Ora va scongiurato il rischio di vanificare l’ec­cezionale risultato raggiunto con il pre­accordo, protagonisti, di non poco conto, i commissari straordinari di Ilva Spa in a.s..

Il preaccordo ha in nuce la soluzione per l’acciaieria: su essa stanno lavorando con la spada di Damocle della scadenza del 30 novembre 2020 entro cui va sottoscrit­to il fantomatico “Contratto di Investi­mento” che implicitamente sarà collegato alla soluzione societaria ed impiantistica da adottare.

Nel preaccordo con Arcelor Mittal Italia sono fissate scadenze temporali stringenti a fronte, però, di contenuti indeterminati che necessariamente dovranno essere fis­sati, conosciuti e condivisi, al più presto.

Il Governo italiano, una volta per tutte, deve tenere conto che la questione sani­taria è di primaria importanza e scuote grande sensibilità nell’intera comunità ionica: la sua definizione è dirimente per qualsiasi soluzione venga assunta per il “nuovo” stabilimento siderurgico. Essa va affrontata con rigore e scienza, su­perando la diatriba tra “ambientalisti” e “industrialisti” che si ripropone, ahimè, anche tra gli epidemiologi che si contrap­pongono in studi e ricerche soprattutto nei Tribunali.

Ritengo che si debba avere fiducia nel­le Istituzioni nazionali che, finalmente, hanno rese operative le “Linee guida per la VIS ISTISAN 19/9 – D.Lo 104/2017” (Valutazione di Impatto Sanitario –Isti­tuto Superiore di Sanità Rapporto nr. 19/9 – Decreto Legislativo 104/2017).

Esse, per ora, sono obbligatorie solo per una “specifica categoria” di impianti e costituiscono lo strumento obbligato che consente di conoscere, anche predittiva­mente e su piani/progetti, il rischio sa­nitario indotto dalle emissioni degli im­pianti e di indicare, se necessari, i relativi correttivi impiantistici o di processo.

Per il Siderurgico tarantino, realtà indu­striale strategica per la Nazione, la valu­tazione del rischio sanitario non può che essere istituzionale, autorevolmente inec­cepibile e quindi condivisa, al contrario di quanto accade, e può continuare ad ac­cadere, con valutazioni “locali” suscetti­bili di strumentalizzazioni di parte.

In conclusione, serve sollecitare un inter­vento urgente dello Stato che obblighi la Valutazione di Impatto Sanitario, stabi­lita con il Rapporto nr. 19/9 dell’Istituto Superiore di Sanità, al Siderurgico di Ta­ranto che, al momento, non rientra nella “specifica categoria” di cui al Decreto Legislativo 104/2017. Tutto questo in uno con l’esercizio di una responsabilità poli­tica per il bene comune.

Il coronavirus sta facendo ritornare la fi­ducia nella scienza e nel progresso, puliti e fecondi. E’ il momento di agire.

3 Commenti
  1. Giovanni 6 mesi ago
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    Amico ex tecnico dell’azienda ma ti ci hanno mai mandato aff….vieni a vivere ai tamburi …non c’è tecnologia che tenga x una azienda vecchia e decadente…

  2. VINCENZO 6 mesi ago
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    E’ deprimente quanto affermato da questo signore che in anni non sospetti si batteva per la chiusura di quella iattura.

  3. Fra 6 mesi ago
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    A me piacerebbe un’azienda pulita rispettosa dell’ambiente e della natura ,dove non ci sia spazzatura ,dove ci sia cura delle strade ,che si possa vedere quando viene la sera ,che sia più coscienziosa,credevo avremmo potuto vedere qualcosa di più ,invece si peggiora , i comuni devono collaborare con l’azienda affinché essa possa davvero migliorare , quando si fermano gli impianti bisogna approfittare per ripristinarli ,invece di tenere tutto fermo con le quattro frecce .

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