19 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Settembre 2021 alle 22:57:00

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È morto Sepúlveda: la bellezza uccisa dal Coronavirus

Luis Sepúlveda
Luis Sepúlveda

Il coronavirus ha portato via a 70 anni Luis Sepúlveda. Già la morte uccide la bellezza.

“Quegli occhi verdi nascondevano il bal­samo per eludere i sogni” “Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepúlveda.

Un grande del linguaggio nella vita della scrittura. Come comunità umana e come comunità di scrittori siamo vicini alla sua sofferenza, alle sue difficoltà, in questo particolare momento che coinvilge tutti. Mi riferisco a Luis Sepúlveda. Di lui vo­glio parlare per un augurio di immediata guarigione. Conosciuto molti anni fa. In­sieme per una letteratura della vita della speranza della favola.

La visione della lentezza. Non solo la gab­bianella, il cane e la lentezza Sepúlveda ci porta anche oltre e altrove. “Il grido” di Munch è un “brivido d’emozione”. Un urlo di sensazioni che è un travaglio d’anima. Ma chi è che parla di questo brivido d’emozioni? È Luis Sepulveda in “Le rose di Atacama” (Tea). Oltre l’ideologia la lette­ratura. Nella letteratura la poesia è anima.

Oltre ogni schema. La letteratura è fonda­mentale. Non è di parte. L’ideologia è di parte. Qui, comunque, parliamo di poesia. Senza altri ancoraggi. Un viaggio alla ri­cerca dei ricordi. Ricordi che creano im­magini e smuovono sentimenti.

Luis Sepúlveda racconta non solo at­traverso le parole e le piccole cronache. Racconta giocando letterariamente con le metafore. Ma le metafore nascondono se­greti. I segreti custodiscono “la polvere” delle parole. Sono racconti che non defi­niscono ma sono evocazioni.

La memoria anche in Sepúlveda è una lunga attesa che gioca con le emozioni e i silenzi.

Si ascolta in “Sulle orme di Fitzcarraldo”: “La notte della selva avvolge tutto il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. È il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della ‘Venere notturna’, un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prime luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perché la minuscola eterni­tà della sua bellezza non resiste alla luce di Manù, che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento”.

Luis Sepúlveda è uno scrittore anche del sogno e sa cantare il sogno pur non na­scondendo altre passioni.

Nello scrittore c’è il poeta. Non è soltanto il Sepúlveda della “gabbianella” o di quel “vecchio che leggeva romanzi d’amore” che canta nenie e malinconie. Il Sepulve­da “politico” non esiste sul piano lettera­rio e tanto meno può esistere in termini narrativi o poetici. È un’altra categoria. È il poeta che raccorda malinconia e futuro. E’ questo poeta che ci parla.

I racconti de Le rose di Atacama sono una scheggia di poesia perché in molte pagine ciò che si evidenzia è la sublime evocazione. Oltre i fatti e i personaggi ci sono le atmosfere. Ci sono le emozioni che campeggiano su tutto. C’è, appunto, quel “grido” che è disperazione ma anche ricerca di riposo, di consapevolezza. Di emozioni.

Cosa sarebbe la vita senza emozioni? E la letteratura se non avesse gli squarci d’e­mozione sarebbe un rastrellare segmenti di ragione? Non avrebbe senso la parola stessa. Sepúlveda lo sa bene. Perché riesce a raschiare dalla parola la polvere. Quella polvere che raccoglie i granelli di tempo.

Molto singolare e significativo il racconto intitolato “Balene del Mediterraneo”.

Un sapore quasi esotico, arcaico, misteri­co. Ondulato di poesia. “Ricordo una sera sul mare, nel nord della Sardegna. Assie­me a un gruppo di amici contemplavo il tramonto, il sole che ci lasciava per illuminare altre terre più ad ovest, quando all’improvviso dal largo ci giunse incon­fondibile il canto delle balene, quel suono acuto che sembra una musica del futuro e turba chiunque lo senta”. Uno spaccato lirico incasellato in una meditazione evo­cativa. Sepúlveda rapisce i sentieri della nostra anima in una semplicità quasi in­genua. Ma è qui la poesia.

La grande forza poetica è nella visione del magico. La “gabbianella” e il “gatto” of­frono immagini magiche ma di una semplicità rischiosa. Anche in altre pagine si riscontra ciò. In fondo è lo stile di questo scrittore. Uno stile che ci introduce in un linguaggio (pur ancora nella rischiosità delle traduzioni) in cui affiorano barlumi di elegia.

Non mancano, comunque, i tocchi crudi della realtà: “In tutta la storia dell’uma­nità, nessun mare è stato mai maltrattato quanto il Mediterraneo. (…) Siamo anco­ra in tempo a salvare le balene e i delfini del Mediterraneo. Siamo ancora in tempo a restituire al mare delle culture almeno un po’ di quanto gli abbiamo strappato”, sempre in “Balene del Mediterraneo”.

Sì, perché Sepúlveda cerca la bellezza nelle cose. Ancora quella “gabbianella” è un estremo richiamo alla dolcezza e quin­di, inevitabilmente, è un richiamo alla bellezza. Scrivendo su Mosca ha sottoli­neato: “Non ho mai saputo se Mosca è una bella città, perché la bellezza delle città esiste solo riflessa negli occhi degli abi­tanti e i moscovoti guardano con insisten­za in basso, come se cercassero un’inutile terra perdura sotto i loro piedi” (da “Le Rose Bianche di Stalingrado”).

Frammenti e incisioni. Recitano con le parole che, a volte, diventano anche pre­ghiera. Un pregare nel vento dei giorni raccogliendo i silenzi delle storie. Siamo infarciti di storie. Noi non siamo soltanto la nostra storia. Siamo le tante storie che invadono la nostra coscienza.

Alla fine si corre un ulteriore rischio che è quello di non saper distinguere la no­stra vera storia con quella delle altre sto­rie. E conviviamo dentro questo intreccio. Non conoscendoci fino in fondo e forse illudendoci di conoscerci abbastanza. Ma scopriamo d’un tratto che così non è. Le sorprese sono tante e si scoprono una volta che tutto è trascorso. E solo allora la letteratura si intreccia definitivamente con la vita in un richiamo quasi ancestra­le.

In “Il paese delle renne” Sepúlveda cita dei versi di Paulus Utsis che sono una pro­iezione poetica e umana nel nostro tempo di vivere.

“Soffia sul fuoco perché non si spenga,/attizzalo perché brillino le braci/e poi ali­mentalo con legna secca/perché i tizzoni e il calore della nostra cultura/restino vivi”. Ancora un richiamo. Ma un richiamo alle radici. Il non perdersi. Il non smarrirsi. Il non sradicarsi. Ritrovarsi dopo aver graf­fiato il senso delle parole. E’ questo un monito che quasi penetra dentro i nostri silenzi e ne esce fuori con segni che han­no sempre qualcosa di profetico. Ma sì, la letteratura è anche profezia.

Un viaggiare, dunque, nella coscienza per conoscere di più e per tentare di penetrare i segreti. Quei segreti che sono scritti non solo sulla polvere delle parole ma anche nelle parole depositate sulle pietre.

“La stanchezza nelle gambe mi fece ca­pire che camminavo da varie ore in una qualche direzione, ma senza un itinera­rio ben definito, o forse sì, ne avevo uno, casuale, che sebbene non mi portasse da nessuna parte mi allontanava sempre di più dai miei pensieri” (“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepúlveda).

Lo scrittore chiaramente ha il compito di raccontare. Dice Sepúlveda. E racconta frammenti di anima. Racconta sogni at­traversati dalla realtà ma racconta soprat­tutto “desideri”. In fondo la letteratura è fatta di pietruzze e di sabbia che si ascoltano nell’onda della conchiglia. Tutto di­venta eco. Questo immenso patrimonio di parole e di sentimenti fattosi eco.

“E se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare”.

La letteratura come desiderio ma anche come alchimia. È qui il viaggio tempesto­so e disarmonico di Sepulveda. Ma è tale il suo viaggio perché ha il desiderio di quietare le tempeste e di offrire armonie. Un viaggio tra sentimenti. E i personaggi non sono un’avventura soltanto ma sono l’espressione di una emozione che cattu­ra. Se la letteratura non lancia emozioni è meglio chiudere il libro. Soprattutto in un tale contesto.

Cosa dire ancora?

“Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai mol­ti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole ed arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Apri le ali…

… Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” (“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda). Era nato nel 1949. Il coronavirus lo ha uc­ciso.

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