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“Poema familiare”, di Ruggiero Stefanelli

Orfeo ed Euridice
Orfeo ed Euridice

Malgrado la bufera che ha investito il pianeta, ci siamo concessi di leggere un libretto di versi licenziato alla fine di gennaio dalla casa editrice “Proge­dit” di Bari nella collana ‘Marsia’: è il Poema familiare di Ruggiero Stefanel­li, già professore di Letteratura italiana nell’Ateneo barese e noto a molti nostri concittadini per aver insegnato anche qui per qualche anno nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione (con la collaborazione di chi vi scrive) e aver tenuto numerose conferenze nella nostra città dove peraltro è nato.

Il professore non giunge ora alla poesia, perché sei anni fa è uscito per i tipi dello “Scorpione” un corposo volume che rac­coglieva quasi tutte le sue liriche fin lì composte. Questo Poema familiare, che ha per sottotitolo Il disordine naturale delle cose si articola in tre sezioni (un saggio-dialogo “La poesia di un archi­vista”; ventitré componimenti racchiu­si fra un ‘Proemio’ e un ‘Epilogo’; una ‘Postautofazione’) ed è indicativo di una crisi esistenziale maturata negli ultimis­simi anni e che coinvolge pensiero, fede, relazioni e destini. Il dialogo con un an­ziano archivista, che progetta di com­porre poesia descrivendo un’umanità con la lente dell’antropologia, è in realtà un breve saggio che ci invita a riflettere sulla genesi individuale della vocazione alla poesia e contiene spunti che stimo­lano domande e suggeriscono risposte, le più interessanti delle quali riguardano il perenne connubio-dissidio fra contenu­to e forma e il mistero legato al fascino della scelta delle parole che diventano sostanza di vita, ma anche prova di mon­di interiori che con la realtà sembrano spesso aver poco a che fare: “Parlandogli mi sfiorava proprio questo pensiero, che il far poesia fosse come subire uno choc che ti isola da tutti e ti lascia in qual­che modo sopraffatto da forze superiori ed invasive del tuo essere”. L’archivista Ernesto, oltre a rivelarsi una specie di al­ter ego dell’autore, finisce col diventare, dopo la sua morte prematura, l’ispirato­re di una poesia intesa a fare i conti con parenti, amici e conoscenti, le cui figu­re diventano le protagoniste del dialogo poetico che sorregge i ventitrè componi­menti inanellati nella parte centrale del libro.

Con la struttura ideale tipica degli anti­chi poemi, le liriche sfilano una dopo l’al­tra, apparentemente slegate ma in realtà saldamente connesse fra loro, oltre che dal rapporto di parentela o di amicizia, dal binomio costituito per un lato dalla vita personale di ciascuna, ricostruita at­traverso le individuali peculiarità e rap­porti ideali, e dall’altro dalla prospettiva imminente di una morte (dell’autore) che sul soggetto cala la definitiva “maschera insensibile” con cui, caduta ogni fede in qualsiasi tipo di sopravvivenza, si deve affrontare la paura cosmica del vuoto e il buio totale dell’inesistenza: “Aveva / un senso tanta pena sotto il cielo / o al tavolo dell’umana bisca / rischio facile si gode in annientare / il progetto della vita? Nessuno / azzarda la risposta, vano eloquio / di boriosi saggi, io meno an­cora / che della mente ho già smarrito il filo / e la corsa dell’ultima stagione / per l’acedia le poche forze toglie / e le certezze spegne l’amarezza”. Sotto l’egi­da di ‘Atropo’, antica e sempre presente divinità, il vero denominatore comune, la cifra cioè simbolica, è dappertutto un evidente cupio dissolvi che aleggia tragicamente, ma spesso anche in tinta elegiaca, lungo il contenuto-forma dei circa milleseicento versi del poema, tutti metricamente concatenati dalla cadenza classica dell’endecasillabo costituente il timbro poetico dominante pur nell’u­scita finale di scena: “Sembra un gior­no come gli altri, / si svuota della linfa il tronco stanco / e manca poco all’ora che i corti giri / chiude all’orologio; da umano peso / ingombra prima o poi ca­drà l’ogiva / dall’orbita di questa scato­letta / nello spazio più fondo che ci sia fino alle perdute plaghe ove notte / mai muore o altro nasce chiaro giorno / ed esiliati sono tutti i resti / di coloro che osarono domande / rimaste sempre sen­za mai risposta”. Dai nomi che intitolano le liriche si indovinano dediche accorate e sottilmente strazianti come quelle per la prima (“e tu queste nostre stanze ve­gliando / da un’argentea foto sorriderai / perpetuo lare”) e poi per la seconda mo­glie (“te che stanca ti siedi e ti chiedi / perché non sia più lì ad aiutarti”), per i figli (“Molto sbagliai con te e tuo fratello / quando l’attendere mi parve il meglio / da opporre al vortice dei mutamenti, / altri tempi non vidi all’orizzonte”), per il fratello (“E’ notte ed allo stremo il cuo­re / in un lampo rimanda alle stagioni / quando ingenui giochi inventavamo / con le arti ingenue della fantasia”), in­fine per il nipotino (“Fu scritto per noi due che non avremmo / mai camminato mano nella mano / quieti sul bordo d’un viale, il verso / ascoltando d’un bizzarro usignolo”). Al suo maestro Aldo Vallone pure lascia versi di affetto e riconoscenza in un finale dal tono dignitosissimo: “Per familiare ti ho sempre tenuto / e reveren­te nella memoria / ti serbo un angolo che durerà / per il galantuomo liberal che eri / fintanto che quest’ultima mia ora / all’i­nesorabile orologio non si pieghi…”

La scrittura è sempre sorretta da un regi­stro di costante sorveglianza linguistica e stilistica che fa a meno per lunghi trat­ti delle pause interpuntive e rafforza di verso in verso la continuità dialogica di un’impostazione sostanzialmente narra­tivo-epistolare.

Sorvegliato anche il lessico che si av­vale di tanto in tanto di scelte abruptae fra l’arcaico e il quotidiano, giusto per confermare l’accuratezza dell’arte che sa pescare nell’archivio della memoria quel che non tramonta pur nel tramontar del tempo. Ritengo che i toni elegiaci sono forse da preferire specie quando recu­perano le note idilliache, e leopardiane, delle ‘ricordanze’ e si lasciano domi­nare da quella “muta e pallida e severa musa” che batte equo pede alla memoria di tutti noi, quando ci si convince che, una volta dato l’addio, non v’è ritorno o non si sa se c’è o no un’altra vita; ma c’è di più: il costante riferimento, smalto po­etico dei suoi endecasillabi, alla memo­ria delle persone che furono e non sono più, latinamente personae (maschere!), la cui onomastica sparisce dietro una si­gla, una lettera come un’alfa o un’omega della loro esistenza, come punti alfabe­tici che le fanno d’un balzo rivivere nel cuore addolorato del poeta quando alla fine rimane della loro vita “un irritante e squallido sberleffo / davanti al buio enigma dell’universo / che invece incute lucido spavento”. Nell’aria di ‘ricordan­ze’, che diventano acta diurna nel “si­lenzio che urla” (bellissimo ossimoro), il protagonista-antagonista torna sempre ad essere quel cupio dissolvi di cui s’è detto, che perseguita, annulla e prepara l’addio dell’autore, che però gli fa dire, in un ultimo sconforto: “eppur vivem­mo” e comporre versi ricchi di umanità e incantati battiti del cuore. E’ qui il vir­giliano sunt lacrimae rerum et mentem mortalium tangunt, che sono “il tarlo di una lenta fine” dopo che tanto s’è scritto sulla “nera lavagna” della vita. Occorre dire che qui il sentimento si fa pensie­ro, il pensiero si fa concetto, il concet­to meditazione, la quale conduce ad una solitudine extra limen, “unico pregio per il bene e il male”, perché tutto naufraga di fronte “ad una discesa cominciata” e sull’eterna griglia della vita resta, ironia della sorte, il mito di Euridice che “an­cor si addice / ad un qualsiasi sventurato Orfeo”. La terza sezione del libro è de­dicata, con sottile e lucida ironia ad una smagata digressione sulla qualità meta­forica del lessico che contraddistingue il nostro umano approccio al momento finale: tra passo fatale, distacco, conse­gna, commiato, ingresso e simili, l’auto­re spiega brevemente perché a tutti abbia preferito congedo per questa silloge in chiusura di lavoro: “Insomma, mi sem­bra che il ‘congedarsi da tutto e tutti sia quasi l’espressione di un atto di cortese consapevolezza, di quella civile sensibi­lità che può rendere più signorile, cioè più dignitoso, l’ultimo atto della nostra effimera presenza”.

Concordiamo, sottolineando che questo finale rappresenta la cifra più significa­tiva dell’autore in quanto uomo, prima e più del poeta.

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