11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

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Giovanni Paolo II: a cento anni dalla nascita tra la sua memoria e la nostra identità

Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II

Ci ha educato a non avere paura. Alla spe­ranza. Al Cristo che risorge sempre. A quella memoria che è identità. E soprattutto a var­care la soglia della speranza. Mistero e fede. Profezia e Cristo.

Cento anni fa nasceva Giovanni Paolo II. Il Papa del “non abbiate paura”.

Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Cento anni fa nasceva Giovan­ni Paolo II, ovvero Karol Józef Wojtyła. Era nato a Wadowice, il 18 maggio 1920 e morto in Città del Vaticano il 2 aprile 2005. Il gior­no di San Francesco di Paola.

È stato il 264º papa della Chiesa cattolica e, quindi, vescovo di Roma. È da annoverare come il 6º sovrano dello Stato della Città del Vaticano. Ecco come questo pensiero me lo sento cucito addosso anche, a dire il vero, inascoltato: “Se desiderate veramente segui­re Cristo, se volete che il vostro amore per Lui si accresca e duri, dovete essere assidui nella preghiera. essa è la chiave della vitalità della vostra vita in Cristo. Senza la preghiera, la vostra fede e il vostro amore moriranno. Se siete costanti nella preghiera quotidiana e nella partecipazione domenicale alla Messa, il vostro amore per Gesù crescerà. E il vostro cuore conoscerà la gioia e la pace profonda, quali il mondo non sarà in grado di dare. De­dicate, dunque, tutti i giorni un po’ di tempo della vostra giornata a conversare con Dio, come prova sincera del fatto che lo amate, poiché l’amore cerca sempre la vicinanza di colui che si ama”. Come per sottolineare ciò che disse Benedetto XVI “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina. Solo allora essa sarà veramente umana”.

Di questo ho tracciato un capitolo nel mio “L’alchimia della letteratura” edito da NE­MAPRESS nel 2019.

Ora ricordando iun dettaglio importante per me.Ero in partenza per Santo Domingo. Alla Fiera internazionale del Libro. Dovevo rap­presentare la cultura italiana in quella “piaz­za” del mondo e i miei interventi erano stati già programmati: da Prezzolini alla poesia del Novecento, Da Dante nel Novecento alla mia esperienza di scrittore. Ci fu un cambio di programma repentino. Venni chiamato dal Ministero (dei beni culturali) e mi chiesero di sviluppare alcune relazioni su Giovanni Paolo II poeta e letterato. Avevo come tempo per preparare le mie relazioni lo spazio tra Roma, Parigi e Santo Domingo.

Fu una esperienza dolce e inquietante. Dove­va, infatti, parlare di Giovanni Paolo II poe­ta. Arrivato all’aeroporto di Santo Domingo, con un fuso orario da capogiro, mi sono tro­vato tra le mani fogli sparsi pieni di appunti e un poemetto che avevo scritto lungo le ore del viaggio. Santo Domingo fu la prima cit­tà oltre l’Europa che accolse nella festa della vita Giovanni Paolo II.

Da quegli appunti nacque il mio libro su Gio­vanni Paolo II dal titolo “Canto di Requiem”. Fu così! Sono trascorsi dieci anni dalla mor­te di Giovanni Paolo II. Ma cosa è stata quel­la lettura, quelle conversazioni dalla mattina alla sera? Cosa è la poesia del Santo Giovan­ni Paolo II?

Un andare lento, con passi leggeri, nella ge­ografia di un’anima che dipana misericordia e bellezza senza mai disperdere i tocchi della vita, una vita con i suoi sguardi e i suoi silenzi e sorrisi, che è nel passato ed è nel presente: “Luogo del mio passare-/così legato al luogo della nascita…/Nei volti dei passanti v’è il disegno di Dio,/ed il suo abisso scorre dietro la vita quotidiana…”. Sono versi di Giovanni Paolo II. Un Papa poeta il cui tracciato nella storia dell’uomo, delle civiltà e dei popoli re­sta indelebile. Il sacro e la parola.

Non una linea ma un cerchio. Si ritorna. La poesia è un ritornare. Dalle albe ai crepuscoli. Dai tramonti all’ora antelucana. Ed è sempre un viaggio nell’attesa che cerca l’attesa. La poesia di Giovanni Paolo II (autore di opere teatrali oltre che di testi poetici e interven­ti teorici sul teatro) è mistero e rivelazione. Un dialogare costante con quel linguaggio che non ha mai trascurato il colloquio con l’uomo ma che intrecciava il disegno umano con quello evangelico. Una poesia nel miste­rioso del tempo che si allunga tra le ali dello spazio. Pur nella cristianità dell’uomo nella poesia di Giovanni Paolo II si avverte un non voler trascurare l’incontro tra il tempo e lo spazio.Nei versi del 1952 dal titolo: “Pensie­ro – strano spazio” si avverte la profondità di questa visione. Una visione – dimensione in cui i segni e il sacro non sono solo modelli pastorali ed evangelici ma anche marcata­mente culturali. Una poesia in cui le visioni (o la visione) sono simboli.

Si ascolta: “Se soffre per mancanza di visio­ne – deve allora aprirsi la strada fra i segni/fino a ciò che gravita dentro e che matura come frutto nella parola./E’ questo il peso che in sé avvertì Giacobbe/quando in lui caddero stelle stanche come gli occhi del suo gregge?”.

C’è un tracciato indelebile nella poesia di Giovanni Paolo II che potrebbe riassumer­si attraverso alcune sottolineature. Un tema dominante resta indubbiamente quello della luce oltre il deserto. Una testimonianza spiri­tuale e poetica che può essere riassunta in sei riferimenti. Ovvero: il silenzio e il mistero, la preghiera e la speranza, la meditazione e l’uomo, l’inquietudine e il viaggio, la contem­plazione e la morte, la Redenzione e il Cristo. La sua poesia (ha scritto e pubblicato diversi testi) è una forte componente del misterioso che attraversa la parola. Un linguaggio in cui metafora e realtà primeggiano ma al centro si focalizzano sempre l’amore, la morte, la carità, il dolore.

Restano emblematiche le poesie del 1939 e in modo particolare gli struggenti versi de­dicati alla madre dal titolo: “Sulla tua bianca tomba”. Il ricordo della madre, l’immagine di Cracovia, i luoghi della sua infanzia si in­trecciano con un canto che richiama costan­temente una silenziosa contemplazione. Una contemplazione che anche letterariamente si agita in una metafisica dell’anima che è segno tangibile di un raccordo tra parola e offerta d’amore.

Versi suggestivi: “Sulla tua bianca tomba/sbocciano i fiori bianchi della vita./Oh quan­ti anni sono già spariti/senza di te – quanti anni?//Sulla tua bianca tomba/ormai chiusa da anni/qualcosa sembra sollevarsi:/inespli­cabile come la morte.//Sulla tua bianca tom­ba,/Madre, amore mio spento,/del mio amore filiale/una prece://A lei dona l’eterno riposo”.

La morte come rivelazione e la rivelazione, nella parola e nella poesia, è un sollievo mi­sterioso e come tale indefinibile. Si pensi ai versi del “Canto del Dio nascosto”. L’uomo Karol nella storia di un pontificato. La poesia ha il pregio di raccordare anche questi aspetti in una temperie in cui la letteratura potrebbe farsi miracolo proprio attraverso il mistero della parola. Metafore che hanno un valore poetico espressivo singolare: “…era il Mare che stava dentro di me/spandendo intorno tanto silenzio tanta freschezza”.

In fondo la poesia è mistero che chiede alla contemplazione di farsi vita. Nella poesia di Karol Wojtyla questi aspetti sono predomi­nanti. Una poesia dai toni incisivi con un ver­seggiare che a volte diventa rarefatto e a volte il dato prosastico prende il sopravvento. Ma si tratta di un poesia fatta di immagini e la sua tensione lirica è sempre un colloquiare. Il colloquio sta ad indicare che l’altro c’è sem­pre e che si ha sempre bisogno dell’altro pur nella consapevolezza di un io che supera ogni orgoglio. La poesia è in questo superamento. La sua poetica è dentro il contesto letterario contemporaneo. Un processo letterario in cui libertà (o pluralismo) e sacro costituiscono elementi non solo teologici ma anche poetici. In fondo la poesia di Wojtyla è un percorso dentro il mistero della parola.

L’importanza della comunicazione del lin­guaggio poetico trova nella poesia di Gio­vanni Paolo II un messaggio che è di fede chiaramente ma l’inquietudine che è nell’uo­mo si registra come partecipazione ad un dolore che non è singolo ma piuttosto comu­ne. L’amore e la morte sono intrecci dentro i quali la vita è una navigazione quotidiana. L’anima e lo spirito sono navigazione e il viandante è il messaggero della speranza. La poesia nel misterioso diventa preghiera. “Questi occhi stanchi sono il segno/che le acque oscure della notte fluirono in parole di preghiera/(carestia, carestia di anime)./Ora la luce del pozzo vibra profonda nelle lacri­me/scosse – penseranno i passanti – da una ventata di sogni” (da “Canto dello splendore dell’acqua” del 1950).

Sempre in questa raccolta il poeta insiste sulla necessità di scavare nella parola. In quella parola che ha colpito poeti profonda­mente laici ma marcatamente cristiani come Giuseppe Ungaretti. In Giovanni Paolo II la parola è sempre un richiamo, soprattutto quando sono semplici. Così: “Erano semplici le parole. Mi camminavano accanto come/agnelli ad un richiamo”. La parola è conte­stualmente portatrice di meditazione e di preghiera. La parola è la luce che supera il deserto. E l’attesa che vive dentro la parola è sempre “un’attesa di stelle”. E nell’attesa non può che definirsi la nostalgia della memoria che diventa un luogo sacro come in “La ma­dre” del 1950.

Così nei ritagli e nelle pieghe delle parole: “Il mio spazio scorre nella memoria. Non svani­sce/il silenzio di viuzze lontane,fermo nell’a­ria come vetro/che nelle pure iridi si sbriciola in luce e zaffiro –…”. La preghiera è una es­senza che vive nel tempo, oltre la storia. Una parola, dunque, che ci riporta a San France­sco d’Assisi e in molte occasioni ci richiama quel Jacopone da Todi che ha segnato un per­corso indelebile nella poesia religiosa.

Oltre la storia ma dentro lo spazio come in alcuni versi del 1965 dal titolo “Spazio inte­riore” della raccolta “Pellegrinaggio ai Luo­ghi Santi”. “Il mio spazio è dentro di Te. Il Tuo spazio è dentro di me…/Questo spazio lo hai scelto/ da secoli. Lo spazio in cui of­fri Te stesso ed in cui mi accogli”. Un pelle­grinaggio nel cuore degli uomini i in quello “spazio dell’anima” in cui la parola dal mi­stero entra nella Redenzione. La poesia è un segno dell’esistenza. Cosa ci racconteremo “Quando saremo sulla riva d’autunno”? Un verso emblematico della raccolta “Medita­zione sulla morte”. Non una alchimia. Il lin­guaggio che accompagna i segreti della rive­lazione. La poesia è un messaggio che non si perde. Nella metafisica dell’anima. Così la poesia di Karol Wojtyla. Quella poesia che nasce dall’uomo ma che è chiaramente detta­ta da un Dio che ci guida, che ci indica, che ci salva. Non una poesia del mistero o del sacro. Ma la poesia è mistero, è sacralità, è viaggio nel cuore dell’uomo. La poesia di Karol e di Giovanni Paolo II costituiscono un viatico: dall’uomo a Dio. Una Passione nella consa­pevolezza della vita e della Redenzione. La poesia ci rivela e ci avvicina. Nell’indefini­bile sostegno al Tempo eterno. Un tempo circolare. Proprio per questa ha una funzione redentrice. La grande poesia non può fare a meno di questo sostegno. Sia sul piano pu­ramente letterario che su quello esistenziale. “Canto di Requiem” resta come tassello in­castonato nella mia vita e trova spazi e ac­cordi tra i miei giorni. Così. Non bisogna mai restare sulla soglia o sul davanzale. Bisogna necessariamente entrare nella speranza. Per credere. Per essere speranza.

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