30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 07:04:16

Cronaca News

«Ucciso dall’amianto». Il Tar condanna il Ministero

Risarcimento agli eredi dell’operaio dell'Arsenale


Arsenale

«“Arsenalotto” ucci­so dall’amianto, Tar condanna Mi­nistero Difesa. Giustizia è fatta».

Già nel 2004 i cofondatori di Con­tramianto, Luciano Carleo e Igna­zio Barbuto, avevano pubblicato la seconda stesura di “Voci: L’amian­to negli atti e nelle testimonianze dei lavoratori dell’Arsenale MM di Taranto“ il documento-denuncia in cui si ripercorreva la storia dell’a­mianto killer in navi e officine e l’insorgenza di malattie asbesto correlate sulla base di documenta­zione e racconti delle vittime. Una delle voci che raccontava l’ingiu­stizia del suo “male brutto“ legato all’amianto era quella di un arsena­lotto, lo stesso che sedici anni dopo la morte ha ottenuto giustizia. «Ri­conosciuto dal Tar di Lecce agli eredi di quell’operaio dell’Arsena­le MM di Taranto il risarcimento per quel cancro mortale causato dall’amianto.

L’Arsenalotto, ope­raio elettronico, radiomontatore ed elettricista circuitista, della Marina Militare, ucciso nel 2004 da un mesotelioma, il tumore di certez­za dell’amianto, aveva già ottenuto la malattia professionale Inail e il Fondo Vittime Amianto. Sembra ancora di sentire la voce di quell’o­peraio che nel 2003 mi raccontava il suo dramma. L’ho incontrato due mesi dopo quasi non lo riconosce­vo. Mi dice che sono i cicli della chemioterapia che sta facendo. Gli dico parla piano non ti stan­care raccontami tutto con calma. “Lavoravo sia a terra che a bordo, facevo l’elettronico ma l’amianto era dappertutto. L’usavamo, lo ta­gliavamo e lo respiravamo a terra e a bordo dove era anche peggio… Alcune volte al mattino in Arsena­le vedevamo un manifesto di lutto (allora per morte oscura) qualcuno di loro era andato all’altro mondo. Oggi ho io il male brutto”». La fa­miglia assistita da Contramianto anche dopo la morte del loro caro aveva continuato a lottare per avere giustizia per quella vita strappata.

«Quarant’anni di lavoro all’Arse­nale di Taranto in Officine e Navi militari dove l’amianto era notoria­mente presente con le sue fibre can­cerogene killer. La Sentenza emes­sa dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Se­zione Seconda negli scorsi giorni condanna il Ministero della Difesa al pagamento di quasi duecentomi­la euro tra spese giudiziarie e risar­cimento, interessi e rivalutazione monetaria, somma spettante agli eredi della vittima per il danno non patrimoniale subito, danno biologi­co e morale terminale. Il giudizio ha accertato la responsabilità del datore di lavoro ai sensi del com­binato disposto degli artt. 2087 c.c. “L’imprenditore è tenuto ad adotta­re nell’esercizio dell’impresa le mi­sure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’inte­grità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” e art. 1218 c.c.” (Responsabilita’ del debitore). Il debitore che non esegue esatta­mente la prestazione dovuta e’ te­nuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo e’ stato determinato da impossibilita’ della prestazione de­rivante da causa a lui non imputa­bile.”

Nella sentenza emerge che al lavoratore deceduto non risultano forniti dpi maschere per la difesa dalle polveri di amianto ne il datore risulta aver adottato strumenti ido­nei ad eliminare le fibre di amian­to , testualmente nella sentenza si legge: “Dunque, in un ambiente chiuso ove è presente la polvere di amianto, gli unici dispositivi di protezione che avrebbero potuto spiegare una qualche efficacia pre­ventiva erano costituiti da masche­re idonee a filtrare, nell’atto della respirazione, le fibre di asbesto, impedendone l’accesso ai polmoni del lavoratore; ovvero da strumenti capaci di rimuovere le fibre stesse dall’aria. Orbene, non risulta che alcun siffatto dispositivo sia stato consegnato a – omissis -, né che simili strumenti di bonifica siano stati implementati nei cantieri, an­che navali, ove quest’ultimo presta­va la propria attività lavorativa.”ed ancora “ Non possono invece avere alcuna rilevanza gli eventuali (e comunque anch’essi non provati con riferimento al – omissis -) “di­rettive, indottrinamenti e sensibi­lizzazioni” citati dall’Avvocatura.

L’inalazione di amianto, in capo a un lavoratore lasciato privo di pro­tezioni, è conseguenza del sempli­ce e necessario atto del respirare; e non vi sono certo raccomandazioni che possano impedirne il verificar­si. Anche il “monitoraggio” delle condizioni di salute dei lavoratori non ha alcun effetto esimente la re­sponsabilità del Ministero. Invero, il mesotelioma pleurico costituisce una malattia a lunga latenza, nella quale, cioè, possono intercorrere vari decenni tra l’esposizione al materiale tossico e la comparsa della malattia; dunque l’osserva­zione dello stato di salute durante il periodo lavorativo attivo non svol­ge alcun ruolo preventivo rispetto alla successiva insorgenza della patologia.” Amianto in navi e of­ficine all’Arsenale MM di Taranto dove le bonifiche – secondo gli atti Contramianto – hanno riguardato interventi di rimozione per oltre mille tonnellate di amianto. Pol­veri mortali di amianto che hanno fatto centinaia di vittime tra operai civili e militari. Un trend di mor­te inarrestabile con sempre nuovi casi marina militare di patologie asbesto correlate, con vittime e fa­migliari che si rivolgono a Contra­mianto segnalando malattie anche mortali causate dall’amianto».

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