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23 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Maggio 2022 alle 22:57:00

Cultura News

A proposito dei voti a scuola…

Non sono una retribuzione: dovrebbero misurare i risultati ottenuti dall’insegnamento

Didattica a distanza al tempo del Coronavirus
Didattica a distanza al tempo del Coronavirus

L’anno scolastico 2019/20 si concluderà, saggiamente, senza far rientrare fra i banchi e nelle aule oltre 9 milioni di studenti, professori, personale non do­cente. E si concluderà, con al­trettanta saggezza, col passag­gio alla classe superiore di tutti gli studenti, e con un esame di Stato finale (quello che si chia­mava “di maturità”) in forma light, e quasi sicuramente a di­stanza.

Riportare infatti, a pandemia ancora in corso un decimo del­la popolazione italiana (in gran parte convivente con numerose altre persone) nei locali ristretti e già insufficienti in dotazio­ne alle scuole italiane avrebbe causato una strage. Bocciare studenti ai quali, al di là del no­tevole sforzo compiuto per as­sicurare la didattica a distanza, non è stato possibile assicurare per metà dell’anno scolastico un regolare servizio di istruzione sarebbe stato iniquo, e sicura­mente avrebbe dato la stura a controversie legali delle quasi il nostro sistema giudiziario, già intasato, non avverte proprio l’esigenza.

E però alla promozione “ope le­gis” una parte (minoritaria) di professori e dirigenti scolastici ha reagito con un paradossale lamento: “così ci togliete le no­stre uniche armi”. Come se gli studenti fossero il nemico da combattere, il detenuto da tene­re sotto controllo o il delinquen­te da dissuadere dal commette­re un crimine.

Siamo arrivati al voto scolastico come arma. Ma anche chi non giunge a questi estremi è trop­po spesso legato ad una visone “retributiva” del voto (in dop­pia accezione) che, per quanto meno grave, è anch’essa sba­gliata. E peraltro profondamen­te controproducente.

La concezione retributiva del voto scolastico è figlia di un doppio errore ed orrore: la concezione della scuola come azienda (a sua volta figlia di bestialità come “l’azienda Ita­lia”…) e la visione retributiva della pena, che la maggiorparte degli studiosi considera non co­stituzionale.

Il voto scolastico non è, non do­vrebbe essere, una retribuzione o una pena ma un termometro; dovrebbe misurare se abbia avuto risultati, e quanti, la tra­smissione dei sapere dal docen­te allo studente.

Serve, dovrebbe servire, in caso di febbre accertata, ovvero di errata, nessuna o scarsa tra­smissione del sapere, a studiare la terapia opportuna. Compre­sa, eventualmente, la variazione delle modalità di studio dello studente o delle modalità di in­segnamento del docente. Eh, sì: perché l’insegnamento è sempre biunivoco.

Se il termometro segna 37 e qualche decimo forse (forse…) va pure bene l’autoprescrizione di un farmaco da banco e del riposo; se la temperatura è più alta, l’intervento del medico è necessario. E se la febbre persi­ste, il medico coscienzioso farà eseguire analisi approfondite e, nel caso, varierà la terapia.

Perché insisto su paragoni me­dici? Perché l’istruzione, come la salute, è uno dei diritti fon­damentali dei cittadini; perché l’istruzione, come la salute, dev’essere garantita dalle strut­ture pubbliche a tutti i cittadini (quelle private possono essere complementari, mai sostituti­ve); perché la scuola stessa si giustifica per la sua esistenza in funzione dello studente (come l’ospedale in funzione del pa­ziente).

Nella visione aziendalista, in­vece, la scuola è l’azienda, i do­centi sono dirigenti funzionari e quadri e gli studenti sono i lavo­ratori non qualificati, con scarsi diritti. E la loro “retribuzione” è il voto. E se gli abbassi il voto lo stai privando di una quota di sa­lario: cosa intollerabile. Specie quando i criteri di dazione del voto sono (come talvolta acca­de) opinabili.

Ancora peggio, il cattivo voto visto come una pena, in una con­cezione retriva della Giustizia (perché la nostra Costituzione non vede la pena come “retribu­tiva” delle malefatte commesse ma, semmai, come riparazio­ne di un torto – specie in sede civile – e come rieducativa). Il che alimenta poi l’infinita que­rimonia sulla parzialità di certi giudizi, sulla loro attendibilità, sulla disparità fra corsi e do­centi persino all’interno di una stessa scuola e via seguitando… Col termometro, invece, non ti adiri. Al limite ti senti gratifi­cato se la febbre è passata, o se temevi di averla ed invece hai un tranquillo 36 (per junghiana sincronicità, era il minimo del­la sufficienza all’epoca dei miei esami di maturità). Se segnala febbre, cerchi il medico e la te­rapia.

L’ideale sarebbe poi una scuola totalmente avalutativa: ma sa­rebbe poco compatibile con la democrazia, e potrebbe funzio­nare solo al livello di un master.

Ma, almeno, non esageriamo con la votolatria (o anche, se vogliamo essere più dotti, con la docimolatria) e riportiamo il voto alla sua funzione di mi­suratore, senza implicazioni moralistiche, edonistiche, eco­nomicistiche. E soprattutto, ri­flettiamo: se in una classe X una percentuale significativa (se non addirittura elevata) di studenti non raggiunge la sufficienza in Sanscrito (evitiamo con questa disciplina che non si impartisce nelle secondarie superiori che qualcuno si senta ferito o addi­tato…) si tratta di caproni che il Fato ha voluto radunare proprio lì o forse (forse…) una qualche incapacità didattica ce l’ha il docente?

Checché ne pensiono gli ultimi cantori nostalgici della scuo­la reazionaria ed autoritaria, i professori “severi”, quelli che facevano strage e che non dialo­gavano mai, in alcun modo, con gli studenti, han fatto più danni persino degli altrettanto nefasti professorini del 6 politico…

 

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