Il conte Ugolino
Il conte Ugolino

Nel XXXIII° dell’Inferno dantesco ci pre­senta la prima grande umana tragedia che il profondo abisso infernale contiene ed espri­me in eterno quale giudizio divino.

Tra i traditori dei benefattori (che tolemaica­mente è la sede di ogni male) troviamo quel conte Ugolino della Gherardesca che, chiuso nella prigione della Muda, in Pisa, dai se­guaci dell’Arcivescovo Ruggeri con due figli e due nipoti, fu lasciato morire di stenti e di fame.

I versi danteschi, che hanno una profondità espressiva shakespeariana, a detta di critici o esegeti del canto, esprimono con una for­za lirica eccezionale, il sovrumano dolore di un padre di fronte alle sue creature vittime anche esse dell’odio nemico, e vittime inno­centi. È proprio qui che il giudizio morale del poeta è doloroso, severo, e la materia trattata diventa quasi disumana, mentre lo stile si fa più aspro ed anche le onomatopee, molto stri­dule, secondo il Sapegno.

Il poeta pellegrino descrive in maniera di­staccata mentre avanza tra quei corpi, tra quelle ombre gelate nel ghiaccio, dove sono condannati i traditori senza alcuna pietà.

Il nostro poeta, dopo aver attraversato la pri­ma zona detta Caina, giunge nella seconda, l’Antenore dove trova Bocca degli Abati, anch’egli traditore, ma ancora più avanti Dante osserva due ombre, conficcate nella pianura ghiacciata, una delle quali rode, con i suoi denti, il cranio dell’altro dannato.

Egli è veramente colpito da queste figure e angosciato desidera sapere i loro nomi.

Sono Ugolino della Gherardesca e l’Arci­vescovo Ruggeri, nel ghiaccio, nella stessa buca. Non è pari la pena perché Ugolino rode quel cranio all’altezza della nuca, “a guisa di cappello”, e gli sta sopra “là vè il cervel si aggiunge con la nuca”.

Dante si prefiggeva di descrivere la corruzio­ne di una società nelle istituzioni e nei costu­mi, quasi una pausa in cui si dà risalto alla pietà e non alla crudeltà cui Ugolino e i figli furono sottoposti.

La migliore esegesi del testo è quella data da Dante e noi la consideriamo come una ve­rità, più vera di quella che i protagonisti di quella tragica vicenda, portarono in sé nella loro fine terrena. Essa è in armonia con tutta la figurazione dell’Inferno nel suo significa­to più severo, come di un tragico momento di tremendo dolore. Ugolino è tra gli esseri pietrificati, ma egli qui, per Dante non è il traditore, ma il tradito legato all’Arcivescovo Ruggeri che lo condannò solo per odio e non certo come Paolo e Francesca, per amore, nel V° canto dell’Inferno.

Ugolino parla da tradito, da uomo offeso in sé e nei suoi figli.

Rode il teschio di Ruggeri, acerrimo suo ne­mico, che diventa così strumento di giustizia personale per il delitto commesso.

E quel teschio è quasi immobile, rappre­senta il meglio dell’uomo diventato pietra nel ghiaccio. È Ugolino uomo offeso, uomo tradito nei suoi affetti più cari, ma diventa il carnefice dell’Arcivescovo e ne fa vendetta.

Per Dante quella vendetta è il contrappasso, “il fiero pasto” per un uomo morto di fame insieme ai quattro giovani innocenti.

Ma in Ugolino non c’è soddisfazione, non c’è vendetta che possa saziare il suo dolore.

Il suo odio è infinito, e le sue lacrime, come scrisse il De Sanctis, luce la fiamma dell’o­dio.

Rode quel teschio con un pianto che incute spavento, il dolore si trasforma in rabbia e Ugolino parla e lacrima affinché quelle lacri­me “fruttino infamia”.

Il preludio della tragedia è il sogno di Ugo­lino nella torre della fame. Il sogno è presa­go di quell’atroce realtà che, come scrisse il critico Mario Marcagian, ha evidenziato che quelle cagne fameliche del sogno altro non sono che una parte del popolo contro di lui, Ugolino, contro i suoi familiari; e, ormai im­minente, la dolorosa fine.

D’altra parte Ugolino sente i suoi cari pian­gere nel sogno; non vede il pianto, lo sente; il buio della “muta”, con il suo “breve pertugio” non consente di vedere.

L’oscurità è tale perché è anche il filo condut­tore del canto, che si svolge al buio, che pene­tra negli occhi di Ugolino che, ormai cieco, brancola alla ricerca dei figli.

Ma i figli soffrono la fame e vorrebbero che loro gli portasse il cibo, ma atroce crudeltà, sentono serrata la porta della prigione, suoni lugubri che preparano al silenzio della morte.

Ugolino è pietrificato, non piange, non parla, si sforza di guardarli ad uno ad uno ed il suo strazio è più grande perché ormai cieco bran­colerà sui loro corpi.

Il primo a parlare è il più giovane “Tu guar­di sì, padre! Che hai?…” Ma Ugolino non ri­sponde, rimane nel silenzio assoluto e il si­lenzio diventa protagonista della vicenda.

Al quinto e al sesto giorno vede morire i suoi cari, e Dante si rivolge dicendo: “E come tu mi vedi? Vid’io – Cascarli tre ad uno ad uno”.

Egli è ormai solo, il dolore scaturito dall’a­more di un padre è ancor più cogente.

Al settimo e all’ottavo giorno Ugolino invoca i suoi per nome e, ormai cieco, vaga nel buio calpestandoli: “Poscia più che il dolor potè il digiuno”.

“Ahi dura terra perché non ti apristi?”

A questo punto Dante pronuncia la terribile invettiva contro Pisa: “Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel Paese là dove il sì suona / perché i vicini a te punir son lenti / muovesi la Capraia e la Gorgona / e faccian siepe in Arno in su la foce”.

Il De Sanctis parla di tragedia della paterni­tà: Ugolino non pensa a sé, non si preoccupa della sua morte, ma vuole che Dante possa rivelare agli altri quanto sia stata dolorosa non la sua vita, ma la sua morte lenta, atroce, giunta dopo aver visto i suoi cari morire sen­za aver potuto dare loro conforto.

Certo lo scopo del poeta è non tanto rappre­sentare la tragedia del padre e noi attraverso di essa consideriamo la tragedia dell’odio ci­vile tra uomo e uomo in quel tempo storico dell’umanità. Dante, secondo il critico Da­niele Mattalia, ha voluto accampare l’ipotesi che Ugolino si sia cibato della carne dei suoi figli, pur salvando il pudore di questo perso­naggio. Se non si ammette tale ipotesi viene a cadere il rapporto tra il tradimento di Rug­geri e la pena a cui è sottoposto Ugolino, così l’Arcivescovo paga per la sua orrida bestialità a cui costrinse Ugolino ed i suoi figli nella sua tragica crudeltà.

Ma la tesi del critico Mattalia è un’ipotesi ormai scartata da altri illustri critici; Ugo­lino morì di fame: “più che il dolor potè il digiuno”. La storia di Ugolino si inserisce nel quadro di una società che ha smarrito i va­lori giuridici e morali, una società di civici e traditori e Dante prova pietà proprio per i figli innocenti e con loro per tutte le vittime dell’odio civile. La tesi della tecnofagia, ripe­to, è una leggenda e tale rimane nel concerto del terribile episodio.

Ed ora mi viene in mente un confronto tra l’Ugolino di Dante e quello del Pascoli; è nei primi “Poemetti” Dante ha visto, trasfiguran­do, un altro Ugolino.

Il poeta immagina di trovarsi a l’Ardenza, a Livorno, sulla rotonda dei bagni e di guarda­re lo scorrere delle onde nell’acqua.

Il mare infinito si muove continuamente, ma non avanza mai proprio come l’uomo, dice il Pascoli, mentre la cerula Gorgona e più lontano la Capraia, avvolte da una nube, si stagliano nel cielo turchino come turchino è il mare. Poi di lontano vede il grande Dante che seduto su un passo ciclopico pensa e il suo pensiero è infinito come il mare infinito.

Sul suo capo volano falchi, e la Gorgona, si­mile ad una nave che aspetta il nocchiero, sta lì impettita e così la prora si intravede solo attraverso una corona di nebbia.

Dante, tende le mani al pelago sonante, e la Gorgona si muove, vacilla.

Ed anche la Capraia divelta dai suoi scogli, avvolta da un vapore sottile avanza; ed en­trambe le isole solcano le bianche acque verso la foce dell’Arno come nell’invettiva dantesca. Ma all’improvviso si ode una voce: “Conte Ugolino della Gherardesca. Ma chi parla del conte?” Uno che guarda fisso nel mare sotto un turchino cielo e le due isole si fermano nella immensità del mare. E l’onda batte lo scoglio ai piedi del poeta quando, nudo, su un trampolino, con le braccia alzate su una testa bionda, appare un fanciullo.

Quale fanciullo? Quello? E proprio il conte Ugolino che rode il cranio all’Arcivescovo Ruggieri? E quel fanciullo guarda un tuffo­lo, col suo grido stridulo, pescare nel mare azzurro e muovendo il suo capino biondo e riccioluto e con un grido si tuffa nel mare.

Che cosa vuol dire ciò? Il conte Ugolino, per il Pascoli, con la sua anima fanciulla, non può tollerare che altri fanciulli innocenti possano morire e che la strage si compia perché egli ha già vissuto quell’immane tragedia.

Come nella sua poetica del Fanciullino il Pa­scoli trasfigura il conte Ugolino nell’aspetto suo di fanciullo, nella purezza del suo cuore, che non consente che un dolore anche tragi­co, possa portare un’invettiva come quella di una distruzione di una città così che in “lei anneghi ogni persona”. È il recupero inno­cente che il Pascoli sogna per il conte “era un fanciullo. Quello” io chiesi “in faccia / a noi” “sì, quello” “quel fanciullo? Il conte / che rode il teschio nell’eterna ghiaccia?”

“Foglie di un ramo, gocciole di un fonte!”

Egli guardava un tuffolo pescare stridulo: scosse i ricci della fronte, E con un grido si tuffò nel mare”. La differenza di immagini poetiche è nelle due concezioni della realtà psicologica dei protagonisti: il conte è dram­maticamente rappresentato da Dante nella cupa e disperata visione della morte, in Pa­scoli quello stesso personaggio egli lo vede da fanciullo come il simbolo di quell’eterno fanciullino spensierato e sorridente, come siamo noi fanciulli quando siamo ignari dei mali della vita e della cattiveria degli uomini. L’Ugolino pascoliano è tornato sì un fanciullo che non poteva sapere che un giorno avrebbe roso il cranio all’Arcivescovo Ruggeri perché noi tutti fanciulli non possiamo conoscere quale dovrà essere il nostro destino, che, per quel fanciullo divenuto grande doveva essere di dolore e di morte. Tra Dante e Pascoli c’è dunque una diversa visione della vita; quel­la dantesca è tragica, livida, disfatta; quella pascoliana è fanciullescamente elegiaca, pro­prio di un fanciullo che non sa del suo dolo­roso destino e felicemente da un trampolino si tuffa nell’azzurro del mare.

Titina Laserra
Comitato Società Dante Alighieri  – sezione di Taranto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche