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La Spagnola si chiamò “febbre tarantina”

Le notizie sono limitate a causa della censura di guerra

Ai tempi della Febbre Spagnola
Ai tempi della Febbre Spagnola

Il 2 novembre del 1918 i Tarantini non poterono accedere al cimitero a causa del divieto opposto dall’autorità militare. Neanche la guerra, ormai alla fine, ave­va potuto tanto. Eppure nei quattro anni passati se n’erano viste di cose inaudite: a cominciare dal ponte girevole aperto 24 ore al giorno, all’oscuramento notturno per paura delle incursioni dal cielo e, da ultimo, del cibo razionato con la tessera. Ma adesso il nemico non era austriaco bensì “spagnolo”. La proibizione, infatti, pur se proveniva dal Comando militare (che fin dall’inizio della guerra, quando la città era stata dichiarata Piazza Marit­tima, s’era sostituito all’amministrazio­ne civile), aveva natura sanitaria. Erano i mesi in cui la furia del nuovo morbo percorreva il mondo lasciando dietro di sé, come un terribile tsunami, una scia di morti il cui numero è ancora oggi incer­to, anche se la stima più attendibile parla di 50 milioni di vittime.

La spagnola ebbe questo nome perché fu in Spagna che ci fu la prima conferma dell’esistenza di un nuovo virus, che a differenza del Covid19 scelse le sue vitti­me fra la popolazione più giovane, molte fra i 15 e i 40 anni, così che una volta cessata l’epidemia nei paesi più colpiti si aprì un deficit generazionale. Il virus, che probabilmente circolava da tempo, fu poco aggressivo nella prima ondata che si ebbe intorno a marzo. Concessa una breve pausa riapparve mostrando il suo volto più feroce.

Da settembre a dicembre del ‘18 dilagò ovunque e anche sui campi di guerra fu un modo in più di morire. Dopo una coda nei primi mesi dell’anno seguente e qualche sporadica ripresa, il morbo di fatto scomparve senza lasciare traccia apparente. Fino al punto d’essere rimos­so dalla nostra memoria collettiva anche se era stata quella la pandemia più deva­stante nella storia dell’umanità. Fino ad oggi, quando le tante foto di quel periodo che hanno preso a circolare non poteva­no, nella società delle immagini, non ri­svegliare l’interesse; troppo simili a noi donne, uomini e intere famiglie con le mascherine per non creare l’empatia che ce li ha resi così vicini.

Cambiò la loro vita il virus? e cosa cam­bierà adesso nella nostra? Non lo sappia­mo, ma almeno una parte della risposta è nella notizia riportata della Voce del Popolo di quel lontano 26 ottobre. Quel cimitero chiuso alle visite causa epide­mia era fino a ieri niente di più che una curiosità da passato remoto, il fondo di bicchiere di un’epoca ormai chiusa dalla Storia. Oggi non è più così e ci accor­giamo che quell’epoca non era poi così remota; o è invece il nostro presente di cui siamo tanto orgogliosi che non ha percorso poi così tanta strada rispetto a un secolo fa? Questo dovrà chiarire il futuro.

Guardare al passato può invece racconta­re come vissero quell’evento traumatico i nostri concittadini di allora, nella città resa orgogliosa dal recente traguardo dei centomila abitanti che ne faceva una del­le più popolose del Sud, ancora più popo­losa per la presenza di circa quarantami­la militari e di tanta altra gente attirata qui dalla prospera economia di guerra che la nuova base navale militare e l’an­nesso arsenale garantiva, e che a partire dal 1883 avevano cambiato il volto della piccola comunità di pescatori .

Non è impresa facile farsi un’idea, nean­che ricorrendo all’aiuto della Voce del Popolo, il giornale che dal 1884 accom­pagnava e raccontava in modo puntuale la crescita della città.

Le notizie sull’epidemia sono limitate e lacunose per l’ingombrante presenza della censura di guerra, e vanno valutate con attenzione. Sono I soldati, costretti a vivere in condizioni di forzata promiscu­ità, le vittime preferite dal virus, e l’am­ministrazione militare, per timore di di­sordini, minimizza anche l’evidenza. Ma l’insofferenza serpeggia ed è tangibile la tensione, questo il motivo della manipo­lazione sul numero reale dei decessi.

La Voce racconta l’epidemia come è pos­sibile per un argomento delicato, lo inse­risce in una serie di articoli dal generico titolo “La salute pubblica”.

Nei numeri di settembre le notizie sull’e­pidemia sono stranamente poche, eppure è questo il mese, con ottobre, di maggio­re mortalità. Con una fretta che sembra un sospiro di sollievo, già nella prima metà di ottobre il giornale afferma che a Taranto la “spagnola” non ha mai attec­chito realmente, come invece è accaduto nel resto della Puglia, e che gli ultimi dati sui decessi confermano che il peg­gio è passato.

Si elogia l’efficacia delle istruzioni im­partite tanto dall’autorità militare che da quella civile: cura dell’igiene personale e lavaggio accurato delle mani, esattamen­te come oggi ma le condizioni igieniche sono assai diverse, in tanti quartieri di questa città cresciuta troppo in fretta e anche nella parte bassa dell’sola c’è estrema precarietà.

Il giornale lo evidenzia e chiede gli in­terventi d’urgenza. Aggiunta ulteriore, gli interventi di sanificazione prevedono il lavaggio delle strade con abbondante acqua e l’uso della calce per disinfetta­re. Come si vede i principi generali non sono molto diversi dai nostri, diversi sono i mezzi a disposizione.

Pur riconoscendo la dovuta importanza all’isolamento, non è prevista nessuna limitazione delle libertà e così cinema, teatri e caffè restano aperti, ma sembra di intuire che l’obbligo esiste per le città più colpite.

Nel numero del 7 dicembre il giornale, riportando i dati del bollettino ufficiale dello stato civile, dichiara che l’epidemia è cessata. A gennaio e febbraio, mesi non infetti, i decessi sono meno di duecento per mese, da marzo l’epidemia s’è fatta sentire, 221 morti che salgono a luglio oltre i trecento, ma è settembre il mese orribile con 510 morti e ottobre non al­lenta la presa, sono solo sei in meno ma è pensabile che la maggior parte siano nella prima metà del mese. Poi in effetti l’epidemia si va spegnendo e la città può tirare un sospiro di sollievo, ripetendo col cronista che “il male non ha potuto mettervi piede”.

Ma noi oggi sappiamo che non fu esatta­mente così, che i numeri non erano quelli e che il cronista credette forse per obbli­go, o forse perché volle credere che fosse davvero così, perché la tragedia era più grande e unita ai lutti della guerra diven­tava un peso troppo grave da sopportare e da raccontare.

Le tabelle statistiche ufficiali riportate da Giuseppe Importuno nel suo Appunti su la finanza del Comune di Taranto, del 1937, documentano che su una mortalità che negli anni immediatamente prima e dopo il ’18 si attesta intorno ai duemila decessi, nella casella 1918 si legge quat­tromila, e ancor più impietoso è il dato relativo all’eccedenza dei nati vivi sui morti, che a fronte di saldi tutti ampia­mente positivi, che segnalano una città in crescita vigorosa, al 1918 assegna addi­rittura un terribile meno 1161.

In quell’anno i morti seppellirono i nuovi nati sotto il loro peso. È l’unico segno meno nella storia moderna della città dal 1862 al 1936, ultimo anno rilevato dall’autore. E se questi sono i numeri della sola popolazione civile, quanti fu­rono i militari deceduti? E quanti fra la popolazione non censita che gravitava comunque sulla città? È un numero che non si potrà mai sapere.

Ma come nelle migliori piece teatrali anche qui, nel finale è riservato un coup de thèatre. La terribile Spagnola, infatti, rischia di diventare la Tarantina. Ma la­sciamo la parola al cronista.

“Si va propagando la voce che questa ma­lattia, in talune località è definita febbre ta­rantina, avendo un tipo speciale caratteriz­zato in questa Città! Sicché non più grippe, non più febbre spagnuola, ma febbre taran­tina! Ma è semplicemente ridicolo!

Crediamo che la stupida ed insussistente diceria sia derivata da un recente articolo del dottor Ry pubblicato in un giornale milanese, il quale parlava appunto di un tipo speciale riscontrato nella provincia di Taranto (…)”.

Stupida e insussistente diceria, ma da ri­gettare subito e con forza per preservare il buon nome di una antica città giovane che nel 1918 si stava ancora formando.

Adolfo Corrente

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