Cultura News

Coronavirus, fattore di cambiamento

“Niente sarà più come prima” è la frase che più di altre pronunciamo in questo periodo

Taranto ai tempi del coronavirus
Taranto ai tempi del coronavirus

Pronunciamo la frase “Niente sarà più come prima”, quasi rassegnati, con mestizia, con un fremito che lascia nella bocca una impalpabile sensazione di angoscia e di pre­occupazione. Non comprendere appieno la svolta che prenderà la nostra vita ci turba e ci disorienta. Siamo seduti sopra un crocevia impervio e indefinito, speriamo che il trauma che stiamo vivendo non lasci alcuna traccia, ma te­miamo fortemente l’improvvisa apparizione sul nostro cammino di una realtà sconosciuta, imper­scrutabile, collerica, a cui cerchia­mo di resistere ostacolandone il passo, negandola, mettendoci di traverso.

Se è per questo nessuna umani­tà è stata mai pronta e partecipe nell’accettare le conseguenze di una sterzata così brusca nella cor­sa di tutti i giorni. Le pandemie, così come le guerre o le rivoluzio­ni  non arrivano a distruggere tut­to il presente, ma lo ridisegnano. La terribile pestilenza del 1346 si presentò come un esemplare “moto violento della storia”, per dirla con Luciano Canfora, che scompaginò, rimodellandola su basi inedite, la società feudale ri­masta per secoli uniforme, immo­bile, bloccata nei modi di vivere e di pensare. Dopo quell’imma­ne flagello davvero niente fu più come prima, ma comunque si tentò il meglio. La scarsità di ma­terie prime e la carenza di mano­dopera, oltre alle grandi estensioni di terre abbandonate da coltivare, diede l’impulso a straordinarie innovazioni e a più efficienti tec­niche di produzione. Incomincia­rono a formarsi nuove istituzioni politiche e forme organizzative più incentivanti che sfociarono poi nella fiorente stagione del Rina­scimento per diventare a loro volta fattori chiave nella rivoluzione in­dustriale che fece seguito. Ciò che noi oggi chiamiamo Europa occi­dentale nacque a fatica e con mol­te tribolazioni da quella frattura. Ovviamente si fecero delle scelte e si pensò a “come” costruire un nuovo mondo.

Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio e questo vale sia per i nostalgici del ritorno alla natura sia per quelli che pro­veranno a presentarsi sulla scena con i vestiti e le idee di sempre.

Da un parte rigettiamo la spie­gazione dell’evento catastrofico come causa soprannaturale, come ineluttabile castigo divino che ci obbliga ad espiare le nostre colpe con atti di contrizione e peniten­za, dall’altra non possiamo però permetterci di mentire a noi stessi, lasciando inascoltato quell’imper­cettibile soprassalto di scrupolo, quell’insistente richiamo interio­re che Sartre chiamava “cattiva coscienza”, per le mille storture prodotte dalla civiltà umana pri­ma del diffondersi del virus, age­volandone di certo il contagio.

Perché senza lo stop imposto dal virus non avremmo mai trovato abbastanza forza per convincer­ci che il sistema economico fon­dato sulla voracità del capitale e sulla logica del profitto ad ogni costo stava dando il peggio di sé. Avremmo continuato a sorvola­re sulla progressiva perdita di si­gnificato del valore della persona umana, ostinandoci nel guardare con totale indifferenza il campo dell’istruzione e del sapere, senza riuscire a preservare uno scopo autentico e rigoglioso alle nuove generazioni di ragazzi che andasse oltre il fine del benessere e dell’ar­ricchimento, lasciandole preda di un utilizzo consolatorio e morbo­so della dilagante webmania.

Inoltre, senza il silenzio impo­sto dal virus non avremmo preso coscienza della dispotica dissipa­zione del rapporto uomo-natura come dello stordimento provocato dall’inquinamento ambientale a cui il progresso ha delegato il de­siderio dell’umanità. Ma come di­ceva Stanislaw J, Lec “Non aspet­tatevi molto dalla fine del mondo”, perciò sarebbe meglio non consi­derare il virus come un semplice inciampo, un pretesto scherzoso per farci prendere un bello spa­vento, per poi proseguire con i vaneggiamenti di prima, ma un monito nel ripensare ad una nuova etica come fonte di ispirazione per una vita meno abbagliante e schi­zofrenica, e senza con questo do­ver passare per catecumeni della povertà o improbabili catastrofisti che preludono ad una imminente apocalisse.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche