21 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2021 alle 16:57:00

Corsia di ospedale - archivio
Corsia di ospedale - archivio

Centocinquanta medici sono morti nelle corsie degli ospedali per portare voce fraterna e competenza scientifica ai tanti malati del male pandemico; il loro “officium”, conclusosi con la loro morte è quello che eroicamente si deve dire “olocausto”; vale a dire supremo sacrificio della vita propria per la vita degli altri. E mentre noi, e con noi non pochi politici, siamo sicuri nelle nostre case, loro, camici bianchi, uniti agli infermieri e a tutto il personale ospedaliero, quotidianamente combattono una duplice battaglia: quella per sconfiggere il male mortale e quella di operare sicuri e sereni e forti nell’animo, onde offrire ai pazienti quella humanitas che è l’arma nobile e cristiana dell’aiuto fraterno.

E qui mi viene a mente, la bellissima definizione sui medici del grande scrittore latino Petronio (Sat, 42): “Medicus nihil aliud est quam animi consolatio” altro non è il medico se non il vero conforto dell’animo. Pensiero assoluto, al di sopra di tutte le epoche e civiltà che, oggi, in questi nostri tempi calamitosi, rende al medico e al personale accanto a lui, non solo l’onore delle armi, ma quello più tenace della Fede nella loro quotidiana missione per salvare la vita degli altri. Olocausto, dunque, come avrebbero detto i padri antichi e come noi ripetiamo devotamente di fronte al sacrificio di tanti medici vivi e di tanti medici estinti.

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