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La Cultura ci dirà che Italia sarà

Siamo all’alba di una nuova epoca

Studenti davanti ad una scuola
Studenti davanti ad una scuola

Caro Direttore,
La “Cultura” e con essa la Scuo­la sarà l’alba di una nuova epo­ca? E’ un interrogativo che si pone nella speranza che quell’interro­gativo diventi, se non esclamati­vo, propositivo.

Prima viene l’homo sapiens, poi quello “oeconomicus”. Tutti i grandi rivolgimenti o risorgi­menti della Storia nazionale o di altri popoli hanno avuto origine dalla Cultura rinnovatrice e con­dottiera.

Così, per portare qualche esem­pio, fu con l’Illuminismo, con il Romanticismo, con il Neorea­lismo per rimanere nell’ambi­to storico culturale di qualche tempo or è. Tutto il Risorgimen­to nazionale è un prodotto della più viva cultura italiana ottocen­tesca e già il De Sanctis, primo grande ministro della Pubblica Istruzione, affermò in Parlamen­to che la Cultura, con una sua nuova Scuola, avrebbe dato alla nazione unità e indipendenza nella libertà. Non dimentichiamo che tutta la generazione sino alla prima guerra mondiale si disse “carducciana”.

Caro Direttore ora faccio un passo personale indietro.

Gli anni della mia “scuola” all’Archita di Taranto furono, anch’essi, anni di rinascita sì po­litica ma anche nazionale, dopo la tragedia di una guerra perdu­ta e l’occupazione dagli ameri­cani dello stesso liceo Archita.

Noi studenti andammo in altre sedi, ma avevamo nel cuore e nella mente un solo principio: studiare, studiare per un nostro migliore avvenire.

Avemmo presidi di grande aper­tura etica, sociale e didattica: studiavamo al freddo, ma ci ri­scaldava la parola di illustri do­centi dell’epoca.

Avemmo presidi di grande spes­sore culturale: Claudio e poi Massafra, nei miei anni di stu­dente. Tornai all’Archita anni dopo da docente e l’Italia era già nella sua grande rinascita politi­ca, etica, culturale.

E l’Archita tornò ad essere, con il mio preside Felice Medori, e con illustri altri docenti l’antico glorioso liceo. Epoca, mi si dirà, assai diversa da quella attuale ed è considerazione storica giu­sta, ma non per questo da im­poverire, con altri ragionamenti in nome di un progressismo, che svuotando la civiltà del passato ha mutilato quella dell’avvenire e i nostri giovani; e nel frattem­po, diciamo per verità di fatti, ha umiliato la serenità del docente nella sua dignità professionale.

E tuttavia non si è distinta la grande cultura formatrice e pro­piziatrice di nuove generazioni.

Certamente la mia generazione visse in una scuola che si disse “severa”; ma quella “severità” non era che la prosecuzione del­la stessa “serietà” di vita che re­gnava nelle nostre famiglie.

Era nel controllo che gli stessi genitori operavano accanto allo studio dei loro figli. La scuola si integrava nella famiglia e vice­versa.

A scuola si rispettavano i docenti perché nelle famiglie si rispetta­vano i genitori che, a qualsiasi professione appartenessero, fa­cevano sacrifici e si onoravano dei meriti dei loro figli. E quella che passava per “severità” dei docenti era in armonia con la severità amorevole dei genitori in tutte le case, ricche o povere che fossero. E nel rispetto dei genitori si rispettavano anche i docenti.

A tal proposito, ed io ero allora docente dell’Archita, ricordo le parole che Aldo Moro, pure lui allievo dell’Archita, prima di entrare commosso nell’aula che fu sua disse: “ringrazio i miei professori, severi ma giusti, che mi hanno dato e vita culturale e vita spirituale”. Poi risalì il cor­ridoio, il primo corridoio, anco­ra commosso, quello dei busti marmorei ad Umberto I°, al De Amicis, al Carducci e al Pascoli.

Anche ai miei tempi era una scuola con i suoi limiti, con le sue manchevolezze e con i suoi metodi di lavoro, a volte discu­tibili, ma era sempre una scuola che alla fine educava e forma­va gli studenti. A tal punto che anche oggi, lontani suoi allievi, ricordano con affetto e con rico­noscenza i loro docenti.

Uno dei quali è il sottoscritto.

Poi l’istituzione scolastica, poli­ticamente, volle cambiare volto e, per portare avanti le leopar­diane “magnifiche sorti e pro­gressive” entrò in una rivolu­zione scolastica che nel tempo mise alla luce profondi vuoti di cultura e di metodo scolastico a tal punto che sullo stesso passo camminarono meritevoli e poco meritevoli; al di là degli sforzi compiuti da tanti validi docen­ti per compiere giornalmente il loro quotidiano dovere.

Ricordo anche quello che a noi studenti universitari disse a Pisa, il grande docente Luigi Russo, uno dei massimi critici della let­teratura italiana.

“Non vorrei che la giovane no­stra democrazia si trasformasse in gran parte nell’ “asinocrazia”.

Era colpa dei tanti decreti mini­steriali e disposizioni protervie ed anche politicizzate che per vo­ler tutto cambiare, molto tolsero a cominciare da quella dignità del docente, ridotto a “paria”.

Ministri dell’Istruzione, tranne taluni, incompetenti e pretestuo­si.

E con la scuola superiore in tutti i gradi poi anche patì, per con­versione di fatti, la stessa univer­sità degli studi, soprattutto nelle facoltà umanistiche e giuridiche.

Caro Direttore, dopo questa mortifera pandemia, l’Italia, me lo auguro, voglia riprendere il suo cammino alto e qualifica­to fra le altrui nazioni sempre se saprà coniugare l’indiscusso progresso mediatico e tecnolo­gico con la serietà e validità di quella cultura che non passa e che poi è sempre il presente, senza la quale, non ci può essere avvenire.

E con la risorta “Cultura”, che spesso non si vede ma prolifi­ca, risorgerà anche la stessa nazione; e la Scuola, nella sua struttura totale non sarà più “l’ancilla”, ma la “mater” di quella vera emancipazione come ebbe a scrivere il grande Presi­dente della Repubblica Einaudi “emancipazione come vita “na­scentis patriae”.

E questo è il voto del più sano ed integro popolo italiano.

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