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Le pandemie del passato e la peste del presente

Il “Trionfo della morte”
Il “Trionfo della morte”

In questi lunghi, a volte malinconici, ma necessari giorni di autoisolamento, im­postici per difenderci dal contagio del coronavirus, tornano alla mente quegli scritti di letteratura e storia ispirati da terribili fenomeni pestilenziali che nei secoli passati si abbatterono con inaudita virulenza sull’umanità.

E il primo pensiero va alle drammati­che pagine dei “Promessi sposi” ( capp. XXXI XXXII, di cui sarebbe utile una ri­lettura), nelle quali il Manzoni descrisse la “peste bubbonica” abbattutasi intorno al 1630 nel milanese e nel bergamasco, ed in altre località d’ Italia e d’ Europa.

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era en­trata davvero, com’è noto; ed è noto pari­menti che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia”.

Ma sarebbe anche importante, e forse opportuno, leggere anche altre testimo­nianze storiche, il sovrapporsi di decreti emanati per fronteggiare quella situazio­ne, le diagnosi e le diatribe degli esperti di salute pubblica, i referti sanitari.

Valga come esempio ciò che scrisse, all’epoca in cui la peste gravava su Mi­lano , il celebre medico Matteo Parisi, originario di Bernalda: “Nei casi di peste la nostra prognosi è la morte anziché la guarigione, in quanto la malattia è mali­gna, traditrice, pestifera e distruttrice dei nostri spiriti vilali”.

E quante analogie con i nostri giorni po­tremmo trovare sul piano comportamen­tale!

Risalendo ancora nel tempo, attraverso lo sgranarsi di ben altre ventisette espan­sioni pestilenziali, più o meno gravi e di varia natura, giungiamo alla più terribi­le, devastante e distruttiva pestilenza, la cosiddetta “peste nera” che a metà del Trecento si abbattè in tutto il mondo, ma infierendo in modo particolare sull’Eu­ropa, di cui distrusse un terzo dell’ intera popolazione, allora oscillante tra i set­tanta e gli ottanta milioni.

In uno studio degli ultimi decenni del secolo scorso quella pandemia è stata definita il primo manifestarsi della glo­balizzazione, dell’ unificazione microbi­ca del mondo.

Il 1348 fu un anno cruciale: in ogni luo­go lutti, pianto, rovine, disperazione, im­bruttimento dell’ uomo, crisi dei tradi­zionali rapporti sociali.

Il morbo mise in crisi il rapporto tra l’ uomo e Dio, annullò la sacralità della morte; i corpi furono privati della digni­tà del rito funebre e con il venir meno della stessa compassione si smarrì uno dei valori costitutivi del vivere civile,” il culto dei morti”, che in seguito il Vico, e successivamente il Foscolo avrebbero annoverato tra i costumi fondamentali della nascita della civiltà.

Spettatori ed interpreti di quello sfacelo furono due grandi poeti trecentisti: Pe­trarca e Boccaccio. Considerando le loro personalità si può sinteticamente affer­mare che elaborarono da due angolazioni diverse quell’ esperienza dolorosa che lasciò in entrambi un vuoto incolmabile di affetti e di amicizie. Petrarca descris­se ciò che provò; Boccaccio descrisse ciò che vide.

Petrarca, chiosando con l’eleganza espressiva quella tragedia con le imma­gini dei classici tanto amati, scriveva al suo caro amico Socrate ( Luigi di Cam­pinia), “Fratello mio… donde comince­rò?…dappertutto è dolore…. Puoi vedere in me quel che di una grande città disse Virgilio: “Lutto crudel per ogni dove, e angoscia/e numerose immagini di mor­te”. (Fam. Rerum, VIII,7,1)

Interiorizzò il dolore della perdita degli affetti e della donna amata Laura e il vuoto degli amici cari che la peste gli aveva fatto intorno. “L’anno 1348 mi ha reso solo e infelice…; le ultime perdite sono state irreparabili; e ogni ferita che morte infligga è insanabile” (Fam. re­rum, I,1,2).

E con lo sguardo al futuro scriveva, “Fe­lici i nostri pronipoti, che questo mise­rando spettacolo non avranno visto, e forse terranno in conto di favola la nostra testimonianza”. (Fam.rerum VIII, 7,14).

Anche Boccaccio subì lutti familiari e la perdita di amici cari, tuttavia interpretò la peste come una catastrofe sociale, e nell’Introduzione al Decamerone ne of­frì una spietata e realistica descrizione. Di fronte ad una società in cui andavano in frantumi i secolari “valori cortesi”, si spezzavano i vincoli sociali in forme e modi indecorosi, si mettevano in dubbio persino i princìpi religiosi che avevano scandito e ordinato la vita personale e sociale, Boccaccio intuì che da quel col­lasso storico- culturale e sociale sarebbe nato un mondo rinnovato, segnando il passaggio dalla spiritualità medievale alla fioritura dell’ Umanesimo.

Di qui l’idea dell’ allegra brigata dei die­ci giovani (sette donne e tre uomini) che si dilettarono a novellare felicemente per dieci giorni, soggiornando in ville e giar­dini, lontani dalla città e dal contagio.

Il loro ritiro non fu solo determinato dal­la preoccupazione di sfuggire al conta­gio e nemmeno dal desiderio di vivere un’ esperienza di disimpegno morale. Al contrario, fu segnato da una condivisa obbedienza a norme comportamentali e narrative dettate da Pampinea, la prima e la più anziana, consapevole degli ob­blighi che le derivavano dalla sua nobiltà di sangue e leggiadra onestà. La briga­ta, come ha scritto Cardini, fu concepita non per sopravvivere, ma per rifondare l’ambiente sconvolto dal contagio e dal­la rovinosa caduta delle istituzioni e dei costumi.

Poco meno di un trentennio prima di quell’ annus horribilis, il 1348, che uno studioso nostro contemporaneo ha defi­nito” l’anno del concepimento dell’uomo nell’età moderna”, morì nel 1321 a cin­quantasei anni, a Ravenna, Dante Ali­ghieri.

Il sommo poeta, perciò, non conobbe la peste, tuttavia nella sua opera che tutto accolse delle umane esperienze, per di­retta o indiretta conoscenza, essa fu cita­ta due volte: nel XXIX canto dell’ Infer­no e nel IV(17) Libro del Convivio.

Il ricorso alla peste, di cui Dante ignora­va sia la sintomatologia, sia le manifesta­zioni fisiche, avvenne con un riferimen­to letterario classico, ma in sintonia con l’idea della malattia come castigo divino, concezione questa radicata nelle cultu­re arcaiche, nei testi sacri biblici e nelle credenze medievali.

La punizione collettiva della peste, ine­sistente come tale nella sua opera, si tra­sformò in punizione individuale, come la lebbra e la scabbia che affliggeranno le anime dei falsari nella decima bolgia dell’ ottavo cerchio. Il calco è quello ovi­diano, come gli altri presenti in questi canti definiti metamorfici. Il richiamo è alla peste di Egina.

Nel VII libro delle Metamorfosi (vv. 523-660) Ovidio narrò che Giunone per vendicarsi dell’ amore di Giove per la ninfa Egina mandò, sull’isola che da lei aveva preso il nome, una terribile pesti­lenza che distrusse tutti gli esseri viventi.

Sopravvisse soltanto il re Eaco che im­plorò e chiese a Giove di ripopolare l’ isola trasformando in uomini le formi­che di cui vedeva numerose schiere scor­rere ai suoi piedi, stando seduto su una quercia.

Giove accolse la sua preghiera e in tal modo nacque il nuovo popolo dei Mirmi­doni, col nome stesso con cui si chiama in greco la “formica”.

Il lungo episodio ovidiano viene conden­sato in dodici versi nel XXIX canto dell’ Inferno, dove giacciono le anime dei fal­sari dei metalli.

“Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme le formiche;

ch’ era a veder per quella oscura valle

languir gli spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo triste calle.”

Si noti che non è descritto lo scempio dei corpi provocato dalle peste, che Dante non conosceva nei suoi effetti, ma l’ac­cento batte su quella “malizia” di cui era pieno l’aere. Il termine indica la malat­tia e corrisponde alla “malsanìa”, cioè la lebbra e la scabbia che Dante sicura­mente conosceva e che compare al pri­mo posto dei mali che Jacopone da Todi aveva invocato su di sé nella lauda dei “ Cinque scudi della pazienza”,

Nei versi successivi, quando Dante in­contrerà i primi due falsari , saranno descritti gli effetti devastanti di questo male.

La seconda citazione la troviamo nel IV libro (17) del Convivio.

Dante, dopo aver parlato delle virtù che un’ anima nobile deve possedere, nelle varie fasi della vita, richiamando­si agli insegnamenti di Aristotele e di Cicerone,e riferendosi infine alla “senet­ta”, ossia alla vecchiaia dichiara che un vecchio debba essere prudente, giusto, generoso e onesto. A questo punto viene ripreso l’ episodio di Ovidio.

Alla corte di Eaco era giunto Cefalo, figlio del re di Atene per chiedere del­le truppe per la guerra contro i Cretesi. Eaco , in nome dell’ antica amicizia, of­fre il suo aiuto, ma prima narra al giova­ne la terribile peste che si era abbattuta sul regno.

Nel comportamento del vecchio e saggio re Eaco Dante vede incarnate le quattro virtù sopraddette: fu prudente perché saggiamente aveva chiesto a Dio con umiltà il risarcimento del suo popolo distrutto e ne era stato ampiamente ri­compensato; fu giusto perché riparti con criteri di giustizia il territorio ai nuovi abitanti; fu generoso nell’ offrire a Cefa­lo gli aiuti, esortandolo a non temere di chiederne ancora; fu affabile per il modo diligente e sereno con cui narrò la sto­ria della pestilenza che aveva distrutto il suo vecchio popolo e la nascita di quello nuovo.

Di tanta saggezza oggi forse avremmo tanto bisogno.

Antonio Liuzzi
Membro del Direttivo
Società Dante Alighieri
Comitato di Taranto

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