27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 15:53:00

Cronaca News

«È mancato il coordinamento tra istituzioni nazionali e locali»

Intervista al prefetto Francesco Tagliente

Francesco Tagliente
Francesco Tagliente

Nel mondo sono già stati re­gistrati oltre 3 milioni di casi di coronavirus con oltre 217 mila decessi. Per contenere il numero dei morti e i contagi, nei vari Paesi, la pandemia è stata affrontata con tutta una serie di restrizioni delle libertà fondamen­tali con conseguenti reazioni e polemiche. In molti Paesi che hanno alleggerito troppo presto il lockdown però il tasso di contagio da Coronavirus è tornato a salire, costrin­gendo a nuove chiusure.

In Italia, secondo uno studio elaborato da un gruppo di scienziati pubblicato sulla rivista scientifica Pnas le restrizioni alla mobilità decise dal governo hanno ridotto progres­sivamente la capacità di contagio del 45%. Secondo gli studiosi, dall’inizio dell’epide­mia al 25 marzo scorso, le restrizioni alla mobilità avrebbero evitato il ricovero ospe­daliero di almeno 200 mila persone.

Sempre in Italia dopo una serie di restri­zioni dopo lunghi confronti con esperti del comitato tecnico scientifico a fianco del governo dall’inizio dell’epidemia il Presi­dente del consiglio ha deciso di allegge­rire la restrizione delle misure con molta cautela e scadenzando le riaperture fino a settembre.

Dopo il nuovo Decreto che di fatto allen­ta ma non elimina le restrizioni dopo il 4 maggio, non sono mancate le critiche di quanti hanno rimproverato al Governo di tenere ancora una linea eccessivamente prudente. C’è stata anche una durissima presa di posizione della Conferenza epi­scopale italiana dopo la decisione del Go­verno di non aprire le messe ai fedeli nella Fase due dell’emergenza coronavirus. Sul tema però è subito intervenuto Papa Fran­cesco per fare capire ai cattolici che è ne­cessario obbedire alle regole del Governo e che occorre procedere per gradi: “Bisogna obbedire alle disposizioni perché la pande­mia non torni” ha detto il Papa.

Sul tema è intervenuta anche la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia la quale ha ricordato che le misure limita­tive dei diritti costituzionali devono sem­pre essere “ispirate ai principi di necessità, proporzionalità, ragionevolezza, bilancia­mento e temporaneità” e che “più la com­pressione di un diritto o di un principio co­stituzionale è severa, più è necessario che sia circoscritta nel tempo”.

Sull’argomento abbiamo rivolto alcune domande al prefetto tarantino Francesco Tagliente.

Per questa quarantena i cittadini si sono uniti intorno al Tricolore italiano e all’Inno Nazionale. Cosa le fa pensare questa risposta collettiva degli italiani?
Quando un Paese si trova in circostan­ze drammatiche si manifestano più solidi legami sociali. Penso che Il Coronavirus abbia risvegliato il sentimento di identità nazionale, il senso della cittadinanza e la necessità di condividere questo dramma con iniziative comuni. Non escludo, in al­cuni casi, anche per esorcizzare le paure.

Questa pandemia globale, di grande impat­to sanitario, economico e sociale per l’Ita­lia e per il mondo intero, ha portato alla luce un sorprendente senso di appartenen­za e di solidarietà da leggere in profondità.

Centinaia di migliaia di cittadini si sono uniti istintivamente intorno ai primi due simboli ufficiali principali che identifica­no la Repubblica Italiana, presenti peral­tro nella simbologia di tutte le nazioni: Il Tricolore simbolo della nostra Nazione, del popolo italiano e delle libertà conquistate e il Canto degli italiani, simbolo dei sen­timenti più nobili della Nazione e che ne rappresenta l’unità. Penso all’Inno nazio­nale cantato dai balconi, agli edifici istitu­zionali e i monumenti illuminati di rosso, bianco e verde, alle finestre e terrazzi im­bandierati dal Tricolore e balconi adornati con i colori della Bandiere, alle centinaia di iniziative simboliche di genuina solidarietà e amicizia. Tutto questo è stato toccante. Una sorta di risveglio del patriottismo psi­cologico collettivo che si è evidenziato con un nobile sentimento di identificazione na­zionale, con quella la comunità civile che condivide gli stessi valori. Manifestazioni spontanee ed organizzate per lanciare se­gnali di speranza e coesione al Paese sca­turite dalla forza interiore, dalla empatia, dal senso della comunità, della identità re­ligiosa.

Cosa pensa della limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali nella stagione del coronavirus?
Premetto che oggi non intendo affrontare, il tema dei rapporti fra Italia e Santa Sede e le valutazioni sulla legittimità delle fonti delle misure adottate per limitare i diritti di fronte all’emergenza Coronavirus.

Parto dalla premessa che l’emergenza Co­ronavirus ha comportato la necessità, per ragioni di sanità o di incolumità pubblica, di assumere una serie di misure norma­tive volte a contenere la diffusione della pandemia con riflessi su alcuni diritti co­stituzionali. Penso alle limitazioni delle libertà personale, religiosa, di circolazione e di soggiorno, di riunione, all’istruzione, all’iniziativa economica. È bene premette­re anche che il sistema costituzionale pone la persona al vertice della scala dei valori, tanto che il primo elemento caratterizzante desumibile dal contesto della nostra Car­ta Costituzionale è la persona, intesa non solo come individuo singolo ed isolato, ma come persona sociale, con tutti i suoi di­ritti e doveri. Un valore fondante, perché da esso discendono tutti gli altri valori su cui si basa la Repubblica italiana, come la tutela della salute, la libertà personale, il diritto al lavoro, la sicurezza, la comuni­cazione, il pluralismo democratico, la pari dignità sociale, l’uguaglianza davanti alla legge, lo sviluppo della cultura e la ricer­ca scientifica e tecnica. Sul punto è utile aggiungere che il nostro ordinamento co­stituzionale, all’art 32, riconosce espressa­mente un particolare valore al diritto alla salute e al connesso diritto alla vita. Un diritto fondamentale, qualificato come “in­violabile” dell’individuo, oltre che un in­teresse primario per la collettività, quindi prevalente su tutti gli altri diritti che sono solo tra loro bilanciabili, per la semplice ragione che la vita è precondizione per il godimento di tutti gli altri diritti. Per una corretta valutazione è bene tenere presente anche la gravità della pandemia: alla data del 29 aprile 2020 in Italia sono stati regi­strati 203 591 casi positivi di coronavirus, tra cui 27 682 persone decedute. Sappia­mo bene che il tema dei doveri, messo a confronto con quello dei diritti, in tempi normali, riscuote una limitata attenzione. Eppure, solo guardando ad entrambi è pos­sibile riconoscere il valore costituzionale della cittadinanza. L’uno al pari dell’altro concorre a dare forma al progetto di con­vivenza caratterizzante dell’adempimen­to dei doveri inderogabili di solidarietà politica, ed economica e sociale richiesto dall’art 2 della Costituzione. Il nostro ordi­namento costituzionale, infatti, configura alcune situazioni sia come diritto che do­vere. Penso alla salute, al lavoro, al mante­nimento, istruzione ed educazione dei figli per i genitori, all’istruzione, all’elettorato attivo, ma penso anche alla crisi economi­ca, alla tutela dell’ambiente, ai rapporti tra livelli di governo.

L’Esecutivo ha insistito per far preva­lere la tutela delle ragioni collettive su quelle individuali mentre i Governatori rivendicando la loro autonomia deci­sionale hanno più volte manifestato di voler anticipare determinate aperture rispetto al calendario governativo. Cosa pensa di questo strappo?
Quando sarà finita questa maledetta pan­demia sarà necessario fare un punto di si­tuazione per valutare oltre ai punti di for­za del nostro Paese i problemi che si sono manifestati. Tra i punti di forza vedo la generosità dei medici, degli infermieri, del mondo del volontariato e di tutti gli opera­tori vittime del coronavirus, che considero “vittime del dovere” perché hanno perso la vita per servire i contagiati, meritano un plauso a tutti gli altri “servitori” apparte­nenti al mondo della sanità, delle Forze e i Corpi di Polizia e del volontariato. Le im­magini che ci arrivano evidenziano un sen­so del dovere e della dedizione, impegno che va oltre lo spirito di servizio e il senso dello Stato, un trasporto nei confronti di chi rischia di perdere la vita da un momen­to all’altro. Questa è l’Italia che mi piace guardare perché ho sempre sostenuto che noi siamo un Paese ricco di valori, siamo ricchi di cittadini che interpretano in certi momenti della vita il ruolo di servitori met­tendoci nelle condizioni di sapere che se abbiamo bisogno, in qualunque momento, possiamo allungare la mano e trovare altri concittadini che sono pronti ad aiutarci

Punti critici invece ne vedo tanti. Quando ci si trova di fronte ad un evento di questa portata è necessaria una coesione interisti­tuzionale, una catena di comando certa e una comunicazione ricondotta ad unità per evitare di commettere errori anche com­portamentali. Stiamo registrando l’ineffi­cace coordinamento tra le istituzioni na­zionali e quelle locali. Il professore Sabino Cassese ha denunciato la mancata applica­zione dell’articolo 117 della Costituzione, che riserva allo Stato i compiti in materia di profilassi internazionale; dell’articolo 120 della Costituzione che consente al Go­verno di sostituirsi alle Regioni in casi di pericolo grave per l’incolumità; e della leg­ge 833 del 1978 che assegna al Ministero della salute – e non alle Regioni – il com­pito di intervenire direttamente in caso di epidemie.

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