20 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 20 Ottobre 2020 alle 21:48:32

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Dante al cospetto di Dio

Nell’ultimo canto del Paradiso, il XXXIII°, tra i più commentati da studiosi e saggisti

Dante al cospetto di Dio nel XXXIII° canto del Paradiso
Dante al cospetto di Dio nel XXXIII° canto del Paradiso

L’ultimo canto del Paradiso, il XXXIII° è anche l’ultimo della cantica e del Poema. Ed è tra i più commentati da studiosi e saggisti danteschi basterebbe scorrere la bibliografia accanto.

Giorni or sono, rovistando tra le mie carte, mi è capitato sotto gli occhi una recentissima “Lectura” del professore Enrico Malato, do­cente di letteratura italiana presso l’Università di Napoli, coordina­tore della “Nuova Edizione” delle opere di Dante, promossa dal cen­tro “Rajna”. La “Lectura” del pro­fessore Malato approfondisce certi “misteri” sino ad allora non tentati dal poeta in relazione all’infinito divino che è Dio.

“Mistero è termine greco che ha per radice il verbo del silenzio “Mjein” che non vuol dire solo “mutismo” ma anche “silenzio rivelatore”, tipi­co della Sibilla Cumana o di certi passi dell’Apocalisse giovannea, “misterium fidei”.

La “Lectura” che è di oltre 90 pa­gine è stata poi pubblicata dall’edi­trice Salerno di Roma.

È inutile, a chi già conosce tutto l’impervio viaggio di Dante dagli inferi all’ultimo canto del Paradi­so, ripetere quanto sia veramente drammatico quel XXXIII° della terza cantica; quello che porta al “mistero di Dio” ed era quel “mi­stero” che tanto appassionò nei suoi studi danteschi Giovanni Pa­scoli senza poterlo risolvere come avrebbe voluto che potesse essere risolto.

Al poeta non basta la “Santa Ora­zione” di San Bernardo e non ba­stano né l’intercessione di Maria, né lo sguardo beatificante di Bea­trice perché Dante si immedesimi nella triplice visione unitaria di Dio e la viva umanamente.

L’uomo Dante non sa se Dio vuo­le o non vuole; c’è un “velle” che deve essere accompagnato da un “posse”, non basta solo il volere, occorre anche la potenza dell’esse­re visto.

Quello che mi ha colpito della “Lectura” è la strutturale novità poetica nella emancipazione sti­listica, e quindi, il professor Ma­lato è particolarmente preciso nel campo semantico e filologico, ad iniziare dalla parola “orazione” che ha una dualità semantica e che, nel ‘600, fu già rilevata dal Varchi e dal Bargagli; dualità semantica nella parola “preghiera di supplica” e di “solenne implorazione” secon­do alcuni canoni classici della “Ars oratoria” comprensibili, certamen­te, dai dotti del tempo che dal po­polo nella lingua ancora detta “vul­garis”.

La stessa “supplica” o dotta pre­ghiera alla Vergine altro non è che una “captatio benevolentiae” secondo la visione ecclesiastica in termini latini che furono usati da Tommaso, soprattutto.

Una “preghiera” che vuole essere conquista di un “perdono” che il pellegrino Dante, ormai suscita per i suoi acquisiti “meriti” di purifi­cazione; insomma, in fin dei conti, una richiesta di aiuto più che un premio.

Nel significato aristotelico e poi ciceroniano quella “preghiera” fu anche modello di “retorica” nel senso di “catarsi”, “persuasione” e, al tempo stesso sentimento religio­so di “pietas”.

Nel canto XXXIII° navighiamo ormai nel mare del puro spirito del mistero. Rivelazione (vedi Giovan­ni, Apocalisse, 19,9 e 21,2) con un contrappunto tra trascendenza e immanenza attraverso una filigra­na o griglia di filosofia e teologia; siamo nell’ “escatologico”.

Per accostarsi a Dio e alla Sua es­senza trinitaria, Dante deve raffor­zare le sue umane facoltà, che sono tutte nella vista senza la quale non vi è, “virtus intelligendi”.

E la “Lectura” del professor Ma­lato si basa sulla scelta verbale per quel significato concettuale che Dante deve esprimere.

L’idea di Dante è inesprimibile; la parola si deve spiritualizzare; Dio non è solamente gloria (Canto I°, 9 del Paradiso) ma raggio di luce di sole divino.

Dante usa una terminologia visiva: “Vede, vedere, vista, viso, veduta”; parole che hanno una “velare” a principio sillabico.

Tutta la “Lectura” è compressa nel­la scrittura e va riportata al “vero” significato dei termini perché si attui quella “convinctio” che è mi­stica o misteriosa o estatica dell’uo­mo con Dio.

Insomma, se Dio solo Dio vuole, quel dito che Dio tende al dito di Adamo, michelangiolescamente creato dal genio del Buonarroti nella Cappella Sistina.

È quel Dio che si è fatto uomo per redimerlo; ed ora l’uomo torna a Dio perché redento.

La difficoltà scritturale, in tale con­testo non è solo grammaticalmente visiva ma è essenzialmente parte­cipativa in termini di comprensio­ne e personale appagazione.

“Ma già volgeva il mio disio e il velle” come / igualmente una rota è mossa”.

È lì il mistero: senza il volere di Dio non c’è presenza di Dio nell’uomo.

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