21 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Settembre 2021 alle 18:53:00

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Tommaso D’Aquino e il suo S. Cataldo

I versi del poeta dedicati al santo protettore

Il portale e la cancellata del Cappellone di San Cataldo
Il portale e la cancellata del Cappellone di San Cataldo

– Si va verso la cele­brazione in tutta Italia dell’anno dantesco essendo morto il sommo poeta 700 anni or sono nel 1321. Come tarantini dovremmo cele­brare anche il tricentenario del­la morte del nostro grande poeta Tommaso Niccolò d’Aquino, nato nel 1665 e morto il 2 aprile 1721.

In occasione delle festività catal­diane vogliamo qui ricordare che il d’Aquino, nel terzo libro delle sue Delizie Tarantine volle dedicare alcuni versi al santo Cataldo. In quell’opera, scritta in età giovanile, sub flore juventae, si proponeva di comporre un’opera a celebrazione del santo protettore della città, nel­la quale narrare tutte le sue opere, i miracoli e quanto tramandato da­gli antichi.

Non sappiamo se questo poema fu mai scritto dal d’Aquino, tutta la sua opera in latino e in volgare è andata perduta, ad eccezione del­le Delizie pubblicate postume dal nipote Cataldantonio Carducci nel 1771, e di un poemetto, parimenti latino, Galesus piscator, Benacus pastor.

Il giovane poeta in pochi versi sin­tetizzava il piano dell’opera con la quale si proponeva di innalzare in onore del santo un imperituro tem­pio di prezioso marmo; alla conci­sa sintesi delle gesta di Cataldo aggiungeva alcune immagini del poetico tempio.

Per le gesta si poteva rifare a quan­to conosciuto all’epoca: la Istoria inventionis et traslationis del corpo del santo, scritta dal Berlingerio intorno al 1200 e pubblicata negli Acta Sanctorum del 1680; gli Uffici liturgici letti in onore del santo in occasione delle due festività ad esso dedicate, il giorno 8 di marzo dies natalis, e 8 maggio rinvenimento del corpo; il De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna, pubblica­to nel 1589 dal Giovan Giovine. Ad essere descritti dal d’Aquino sono i prodigi della nascita: “ap­pena il Santo infante uscì a respi­rare l’aria, urtò violentemente con il venerabile capo ad un duro sas­so: incredibile a raccontare, quella dura selce cedette come liquida cera, e si rammollì come un acco­gliente seno. Subito dopo risuscitò la madre morta che stava per esse­re portata alla sepoltura. Segue il viaggio per mare, che dalle spiag­ge dell’Irlanda lo portò a Taranto, le schiere dei diavoli in fuga, la conversione della popolazione alla vera fede, la guarigione di storpi e ciechi, le resurrezioni: al suo appa­rire sono volte in fuga le funeste malattie, e dissolte le tenebre pote­rono conoscere la luce, scacciata l’orrenda mutilazione, coloro a cui mai rifulse la nitidissima lampa del Sole: gli Zoppi poterono spedita­mente camminare; per ultimo rese la vita ai Corpi dopo la sepoltura” (trad. L.Pierri).

Per la descrizione del tempio sono evidenti i riferimenti al nostro Duomo: la statua del santo di oro e di argento scolpita da mano celeste, come si diceva del busto del santo, l’altare rutilante di gemme, i dipinti che si andavano commissionando in quel tempo e quelli che avrebbe voluto aggiungere: “Intorno pen­deranno dalle pareti dipinti degni della mano di Apelle, con immagi­ni che illustrano le sue gesta”.

Ma quale era l’aspetto della cat­tedrale quando il d’Aquino com­poneva la sua opera sul finire del ‘600? Alquanto diversa si presenta­va nell’aspetto esteriore ed interio­re. La facciata, prima di quella at­tuale, un rifacimento tardo barocco del XVIII secolo, doveva apparire in stile romanico, con tre ingressi e un grande rosone, essendo stata costruita nel XIV secolo quando venne aggiunto l’avancorpo, il co­siddetto Lamione, alla primitiva chiesa normanna. Siamo nella stes­sa epoca della costruzione di San Pietro Imperiale, oggi San Dome­nico, che reca nel rosone la data 1351. Accanto alla cupola torreg­giava un tozzo campanile quadran­golare, demolito con gli interventi di restauro del 1950, costruito nel XII secolo, con rimaneggiamen­ti posteriori dopo il terremoto del 1456.

Appena entrati nell’avancorpo do­vevano essere visibili alcuni affre­schi, tra questi un calvario con le pie donne ed in alto il sole e la luna. Sulle due pareti laterali del Lamio­ne doveva già essere visibile la grande tela di Giovanni e Cesare Caramia del 1675, raffigurante l’ingresso di San Cataldo a Taran­to , non l’altro dipinto di Lenti da Gallipoli dove Cataldo risuscita un morto, che è datato 1773.

All’interno la chiesa si presentava ricca di stucchi, statue, dipinti, in­tonaci. Lungo le due navate laterali si aprivano 16 cappelle gentilizie appartenenti a nobili famiglie ta­rantine. La prima, entrando a si­nistra fungeva da sepolcreto per le consorelle della Confraternita della Croce. Sepolcreto era anche il La­mione che conserva ancora le tom­be sotto il pavimento marmoreo.

Anche il Soccorpo, murato nel 1844 e ritrovato nel 1950, era adi­bito a sepolcreto. Nella cripta fun­geva da anticorpo a questo luogo di sepoltura la cappella di Santa Maria del Popolo, costruita nel 1663, raggiungibile da due entrate laterali, dove era collocata la sta­tua marmorea, in ginocchio con le mani giunte in preghiera, dell’ar­civescovo Caracciolo (1637-1665). Fu spogliata dei preziosi marmi e degli arredi che la adornavano nei restauri del 1844, successivamente adoperati per decorare nell’Episco­pio l’altare dell’arcivescovo Roton­do; solo la statua del Caracciolo si è conservata, ora in bella vista all’i­nizio della navata destra .

Dopo l’incendio del 1636 faceva bella mostra di sé anche il nuovo soffitto a cassettoni della navata centrale, intagliato in legno di noce e non ancora decorato in oro; il rivestimento fu fatto eseguire suc­cessivamente dell’arcivescovo Stel­la (1713-1725).

Dietro l’altare nella profonda absi­de era ancora in uso il coro ligneo quattrocentesco portato a termine nel 1497 da Bernardino Morelli, sostituito nei primi anni del XVIII secolo.

Deteriorato per il lungo calpestio, ma ancora visibile era presente il pavimento musivo messo in ope­ra nel 1160, riapparso a brandelli nel corso del cosiddetto restauro del 1950. Più che di restauro si dovrebbe parlare di demolizio­ne. È andato perso il campanile, le cappelle, le statue, i dipinti, gli stucchi, le iscrizioni marmoree, le lapidi, gli intonaci, gli arredi sacri, i candelieri etc. La Belli D’Elia ebbe a scrivere di “ restauro deli­rante”. Purtroppo quel restauro ha fatto scuola a Taranto, basti vedere le scarnificazioni operate in città vecchia.

Dal restauro si salvarono per for­tuna il Cappellone di San Cataldo e la Cappella del Sacramento. Di fronte a tanto splendore il piccone demolitore non osò infierire, o fu San Cataldo a rivoltarsi nella tom­ba. Anche esse, come il campanile, corsero il rischio di essere rase al suolo da un restauro, quello dello Schettini, che cercava di restituire l’edificio alla purezza del cantiere romanico.

E veniamo alla descrizione di que­sti due vani sopravvissuti. Il Cap­pellone ha un vestibolo antistante, o cappella di san Catataldo, dove il vescovo Giraldo aveva collocato nel 1151 l’arca argentea con le re­liquie del santo, successivamente adibito a sepolcreto dei Principi di Taranto, che vi avevano costruito un tempietto. Questo vestibolo si presentava con pavimento rustico, decorato con dipinti parietali. Era privo del portale, della cancellata, e delle due statue settecentesche del Sammartino raffiguranti san Giovangualberto Carducci e San Giuseppe. Del sepolcreto si conserva murata la lapide sepolcrale di Jacopo del Balzo (1325 circa -1378) con la scritta: Hoc tuus An­dria Dux Franciscus Baucia proles extruxit templum, Jacobi tegit ossa Tarenti Principis, huic mater Caro­li de stirpe secundi Imperij titulis e Bauci sanguine claro, hic Roma­niae et Despotus Achaius urbes subiecit bello.

Il tutto può essere così tradotto: “Questo tempio lo costruì Fran­cesco del Balzo duca di Andria, ricopre le ossa di Jacopo principe di Taranto, questi ebbe madre della stirpe di Carlo, illustre per il titolo di secondo imperatore e per il san­gue dei Balzo, questi è il despota di Acaia che sottomise con la forza le città di Romania”.

Il Cappellone su pianta ovoidale, aggiunto all’edificio della catte­drale nella seconda meta del XVII secolo, si presentava già decorato con gli intagli marmorei quale lo vediamo oggi, ma il pavimento era ancora rustico; venne ricoperto di marmi unitamente all’avancorpo tra il 1736 e il 1753 ad opera di Andrea Ghetti e poi Aniello Gen­tile. Era completamente spoglio di dipinti sulla volta e sul tamburo, decorati dal De Matteis nel 1713 con la gloria del santo e le scene dei miracoli sul sottostante tambu­ro. Le otto nicchie della pareti la­terali erano vuote, prive delle pre­gevoli statue, sei del Sammartino (l’autore del famoso Cristo velato della Cappella San Severo a Napo­li) che fanno di questa cappella un unicum nel panorama artistico set­tecentesco. Era completato anche l’altare che racchiudeva il corpo di San Cataldo, ma non sappiamo se al di sopra fosse già stata colloca­ta la su statua argentea, perché la nicchia che doveva accoglierlo era ancora priva della porta argentea sulla quale è incisa la data di ese­cuzione, 1793.

E veniamo all’ultimo vano : la Cappella del Sacramento, in an­tico dedicata a Santa Agnese, edificata qualche anno prima del Cappellone, sappiamo infatti che, prima che si desse mano alla costruzione di quest’ultimo, nel 1657 il Caracciolo commissionò al Molinari le due grandi tele la­terali, che si potevano ammirare anche dal d’Aquino: la moltipli­cazione dei pani sulla sinistra e a destra la caduta della manna. Un primitivo altare, sostituito nel 1775 dall’arcivescovo Mastril­li, era probabilmente dedicato a Santa Agnese. Nella cappella, a sinistra dell’ingresso, è presente anche un altro dipinto attribuito al Molinari, spostato dalla prima sede e ritagliato mostra una scena con soli dieci apostoli.

Bibliografia:

Cosimo D’Angela: Taranto me­dievale, Cressati, Taranto 2002;

Patrizia De Luca: La Cattedrale di San Cataldo, Unito; Pina Belli D’Elia: La Cattedrale di Taran­to: un problema storico archi­tettonico aperto, Unito; Alberto Carducci: La leggenda agiogra­fica di san Cataldo, Scorpione Editrice, Taranto 1997; Mimma Pasculli Ferrara: Il Cappellone di San Cataldo, De Luca Edito­ri d’Arte, Roma 2016; Tommaso Niccolò D’aquino: Le Delizie Tarantine, Scorpione Editrice, Taranto, 2013; Giovan Giovine: Antichità e mutevole sorte dei Tarantini, Scorpione editrice, Ta­ranto 2015; Geoffroy: Histoire de l’Empire de Constantinople sous les Empereurs Francois, Parigi. 1657; Giuseppe Blandamura: Il Duomo di Taranto nella storia e nell’arte, Tipografia arcive­scovile, Taranto 1933; Ludovico De Vincentiis: Storia di Taranto, Mandese Editore, Taranto 1983.

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