28 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 28 Ottobre 2020 alle 19:53:45

Cronaca News

Crisi economica da pandemia, «Aspettiamo tutti un goal al 90esimo dal Paese»

Taranto al tempo del covid-19 – Foto Fabrizio Pastore
Taranto al tempo del covid-19 – Foto Fabrizio Pastore

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta a firma di un giovane commercialista tarantino, Matteo D’Alò, che prova ad analizzare gli strumenti economici messi in campo dal Governo per uscire dalle secche dell’emergenza economica che deriva da quella sanitaria.

«Pensiero di un Giovane Professionista: L’evento congiunturale economico cui siamo stati chiamati ad affrontare oltre dieci anni fa, aggravato dall’inatteso ed inizialmente mal considerato fenomeno pandemico che tiene in ostaggio il Paese da oltre due mesi ha rimarcato un fatto, semmai prima le coscienze di molti non vi fossero giunte: ovvero la consapevolezza che il sistema Italia è lacunoso in molti, troppi aspetti.

Non citiamo gli interventi di chiusura e recentemente di riapertura (fase 2) nonché di gestione sanitaria che lasciamo agli edotti della materia, ma commentiamo, in poche righe, quelli economici, in particolare la “novità” dei decreti del 17 marzo, il n. 18 “Cura Italia” e il n. 23 dell’8 aprile “Liquidita’”. Siamo in attesa del decreto di aprile che ormai chiameremo di maggio ma gli interventi fino ad ora promossi hanno scoraggiato persino i più ottimisti, non fosse altro perché questi, di fatto, non hanno portato liquidità reale al sistema. Ritenere che il bonus 600 euro, ad oggi ancora non del tutto erogato per il mese di marzo, parlando poi degli 800 euro ad aprile, ancora da confermare, possano considerarsi misure esaustive è oltremodo utopistico.

L’ordine dei Dottori Commercialisti ha contribuito, o per lo meno ci ha provato, a dettare delle linee guida di intervento soprattutto in virtù del ruolo sociale ed economico che svolge, da sempre, come ponte solido tra amministrazione politica e vita vissuta dell’imprenditoria italiana a tutti i livelli. Le preoccupazioni che ogni Professionista ha mostrato nei mesi scorsi hanno trovato fondamenta negli interventi dello Stato stretto nella morsa tra le esigenze di un Paese in ginocchio e di un’Europa spesso sorda alle richieste di aiuto. Risollevare l’imprenditoria italiana già fortemente indebitata ed incapace, in tempi di normale gestione, a generare valore aggiunto, con ulteriore debito non può essere accolta come soluzione soddisfacente. Il decreto Liquidità ha posto l’accento sulle misure di finanziamento che, in linea teorica, dovrebbero aiutare le imprese a superare questo periodo.

Nelle settimane successive alla pubblicazione delle circolari attuative del predetto decreto abbiamo assistito ad una confusione generalizzata, divisi fra l’idea che il finanziamento fosse a fondo perduto, e leggende metropolitane che vedevano, fatta la domanda, l’ottenimento dei fondi in un paio di giorni. Il decreto è stato scritto con una “chiarezza disarmante”, alla portata di ogni cittadino, che grazie alle nozioni di finanza acquisite su social e disquisizioni su community ha ben compreso sia le modalità che i tassi di interesse applicabili, cito decreto legge n.23 art 13 : “In relazione alle predette operazioni, il soggetto richiedente applica all’operazione finanziaria un tasso di interesse nel caso di garanzia diretta, o un premio complessivo di garanzia nel caso di riassicurazione, che tiene conto della sola copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al tasso di Renditato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi , maggiorato della differenza tra il Cds Banche a 5 anni e il Cds Ita a 5 anni, come definiti dall’accordo quadro per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica di cui all’articolo 1, commi da 166 a 178 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, maggiorato dello 0,20%”.

Tutto molto chiaro insomma. Istituti di credito che hanno proposto spese di istruttoria e tassi di interesse più bassi del mercato ma assolutamente non consoni alla situazione ed alla finalità dello strumento. Ironia a parte, ritenere che, data la garanzia gratuita dello Stato, la misura sia di per sé vincente è assurdo. Molti imprenditori per propria scelta o per suggerimento di istituti di credito “virtuosi” potrebbero richiedere finanziamenti per coprire scoperti di conto, oltre che per finanziare il rilancio dell’attività o ancora peggio richiedere il finanziamento con leggerezza strozzati dal peso del fisco e dal perdurare dello stato di crisi, quasi come se richiedere un Finanziamento non comporti conseguenze di medio e lungo periodo.

Un meccanismo perverso di debito per il debito che rischia di affossare maggiormente il sistema imprenditoriale italiano già precario ed esausto. È logico ritenere che questa forma di finanziamento sia più conveniente rispetto alle forme ordinarie ma la domanda è: perché si è formulata questa forma di intervento? La risposta sarebbe dovuta essere: “…per consentire alle imprese italiane di attingere liquidità che consentisse loro di ripartire.” Ma di fatto è realmente cosi? In conclusione, non si può ritenere che qualcuno, Governo compreso, potesse avere formule magiche per superare questo stato di crisi ma ci si aspettava e per il futuro lo si aspetta ancora, maggiore buon senso.

Ridurre il profitto di istituti di credito ai minimi, rendere eguali le pretese degli stessi istituti, pagare interessi pressoché nulli, ridurre la pressione fiscale per tipologia d’impresa e per situazione reale della stessa, pianificare investimenti a fondo perduto che non siano mero slogan politico, insieme ad interventi mirati e soprattutto consapevoli di semplificazione a tutti i livelli garantirebbe, agli istituti di credito e agli organismi apicali tutti, di rientrare nel grande calderone di Professionisti ed Imprenditori che in questa crisi hanno contributo e contribuiscono ogni giorno, con il proprio lavoro e la propria dedizione, senza pretese ulteriori nei confronti di clienti, famiglie e persone tutte che, allo stato delle cose, sperano in un goal al 90esimo da parte del Paese».

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