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Cinquestelle, storia di fughe e inganni

Furnari, Labriola, Nevoli, ora De Giorgi: il loro addio è il fallimento del populismo del Movimento

Rosalba De Giorgi
Rosalba De Giorgi

Lo strappo dell’onorevo­le Rosalba De Giorgi segna un ulterio­re colpo alla credibilità del Movimento Cinquestelle, che nella sua breve storia tarantina deve già fare i conti con una se­rie di addii piuttosto pesanti. Giusto per riepilogare: i primi a spedire la cartoli­na con i saluti, appena dopo essere stati eletti in Parlamento, furono nella passata legislatura gli onorevoli Alessandro Fur­nari e Vincenza Labriola. Il primo, di­ventato noto alle cronache nazionali più per le sue indubbie qualità di fuoriclas­se del Fantacalcio che per la sua attività parlamentare; la seconda, dopo un lungo periodo di anonimo purgatorio nel Grup­po Misto decise di fare il grande salto acrobatico tra gli azzurri di Forza Italia, lasciandosi cadere su una morbida rete di protezione, vale a dire una ricandidatura blindata che le ha permesso di entrare di nuovo alla Camera, alla faccia di quanti la ricordano ironicamente per quell’unico e solo voto di preferenza incassato alle elezioni comunali del 2012.

Nel frattempo nell’attuale consiglio co­munale il M5S ha perso addirittura il suo candidato sindaco Francesco Nevoli, che si è finanche dimesso dal consiglio, e a seguire i consiglieri Massimo Battista e Rita Corvace, ora indipendenti.

Adesso è il turno dell’onorevole De Gior­gi, che, come era prevedibile, ha motivato il suo addio con la giravolta del Movi­mento sulla questione Ilva. Che resta il nervo scoperto del M5S. Non vi è dubbio che a Taranto il partito di Grillo abbia costruito la sua campagna elettorale sulla chiusura dell’ex Ilva, anche se sarebbe un errore ritenere apoditticamente che tutti gli elettori tarantini del partito di Grillo siano per la chiusura dello stabilimento. A Taranto, infatti, il M5S, ha ottenuto sì una larghissima percentuale di consensi, ma solo di poco superiore a quella incas­sata nel resto della Puglia e dell’Italia meridionale dove la questione Ilva è del tutto assente. Segno che il Movimento si è nutrito di un indistinto sentimento di rabbia e protesta che, anche a Taran­to, non può esaurirsi nella sola crociata contro quello che gli attivisti grillini più esagitati definivano “il mostro”. È però altrettanto presumibile che le frange più radicali dell’ambientalismo abbiano so­stenuto il M5S credendo davvero che il successo di questo partito avrebbe porta­to alla chiusura della più grande fabbrica italiana. Una linea, quella della chiusu­ra, sostenuta dagli attivisti tarantini ma a dire il vero mai avallata in campagna elettorale dall’ex capo politico Luigi Di Maio, che proprio a Taranto, provocando non pochi imbarazzi tra militanti e can­didati, chiarì che il suo obiettivo non era quello di chiudere lo stabilimento. Una linea coerentemente seguita anche da ministro dello sviluppo, nella continua ricerca di soluzioni d’equilibrio tra salute e lavoro pur condite da alcune sortite più ascrivibili alla propaganda che a reale vo­lontà politica. Nei fatti, Di Maio ministro e capo politico dei Cinquestelle si era in­stradato nello stesso tracciato dei prece­denti governi a guida tecnica o Pd. Il con­fuso balletto sullo scudo penale è stato solo l’aspetto più grottesco del corto cir­cuito di un partito che parlava alla pancia del Paese e che si è ritrovato ad esserne la testa. A prezzo della propria credibilità, appunto. Una credibilità già messa a dura prova da sconcertanti pantomime come le comunarie e le parlamentarie: trovate al limite dell’abuso di credulità popolare per i religiosi fedeli del sacro blog, visto che poi le candidature sono state prosai­camente decise a tavolino (la stessa De Giorgi è stata candidata senza passare dalla selezione online).

Di questa spregiudicatezza populista del M5S l’onorevole Rosalba De Giorgi è sta­ta dapprima beneficiaria – con l’elezione alla Camera, appunto – e poi la prima a farne la spese, vittima, come si ricorde­rà, di una traumatica contestazione subita in Piazza della Vittoria. Ora, acquisita la consapevolezza di «aver promesso qual­cosa che non si potrà mai realizzare», ha deciso di lasciare quel partito che su quella promessa aveva costruito la sua campagna elettorale. Se vogliamo, un ge­sto di coerenza. Un gesto che altri bar­ricaderi pentastellati non hanno compiu­to, pur avendo fatto le stesse promesse incendiarie, rimaste tali solo sugli strali scagliati comodamente e di tanto in tanto nell’arena dei social.

C’è un punto, però, che l’onorevole De Giorgi deve chiarire: resta o non resta nel­la maggioranza che sostiene il governo? Alcune dichiarazioni rilasciate a caldo all’agenzia Dire subito dopo aver ufficia­lizzato lo strappo dal M5S, non lascereb­bero spazio a dubbi: resta in maggioranza a sostegno del governo Conte. Nella sua dichiarazione ufficiale, però, non vi è nulla di esplicito in tal senso. Anzi, la de­putata rimprovera a «questo Esecutivo» di non aver compiuto scelte coraggiose su Taranto, sempre a proposito della vicenda Ilva. La stessa vicenda che l’ha indotta a svestirsi dai panni pentastellati. Urge un chiarimento, senza ambiguità.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

1 Commento
  1. Biagio De Marzo 3 mesi ago
    Reply

    Ben detto. La stampa libera ha il diritto/dovere di chiedere conto ai personaggi pubblici del proprio operato.

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