20 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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Arione e la storia musicale di Taranto

Dall’isola di Lesbo il citaròdo giunse nella nostra città dopo un “tour” nei luoghi della Magna Grecia

Arione di Metimna
Arione di Metimna

Lo storico greco Erodoto (Storie, I, 23-24) narra di un famoso musicista nativo di Metimna, nell’isola di Lesbo, un certo Arione, che raggiunse il massimo della fama a Corinto, alla corte del del tiranno Periandro, nel corso del VI secolo a. C. Era un citaròdo, cioè un cantore di com­ponimenti vari che si accompagnava col suono della cetra (kithàra in greco); un grande artista, completo, per i suoi tem­pi un innovatore a cui si attribuiva l’in­venzione del ditirambo, cioè una speciale composizione coreutica in onore di Dio­niso.

Costui, a un certo punto della sua carrie­ra, volle fare un viaggio in Magna Grecia e Sicilia, per quella che oggi chiamerem­mo una tournée di spettacoli musicali; ebbe grande successo e molti onori, e soprattutto accumulò enormi ricchezze, perché anche allora i grandi artisti si fa­cevano pagare bene, non in denaro, forse, ma certo in oggetti preziosi. A conclusio­ne del tour si fermò a Taranto: Erodoto non lo dice ma possiamo immaginare che non negasse ai Tarantini una sua brillante performance. E da Taranto si imbarcò per rientrare in Grecia su una nave di marinai di Corinto, dei quali si fidava particolar­mente. Fiducia mal riposta se, poco dopo la partenza, i marinai, ingolositi alla vista delle cospicue ricchezze che il musicista portava nel suo bagaglio, progettarono di buttarlo a mare e spartirsi il bottino. Arione, comprendendo che il suo desti­no era ormai segnato, li pregò soltanto di lasciare che si esibisse per l’ultima volta con la sua cetra. Glielo concessero e lui, indossato il sontuoso abito di scena e im­bracciato lo strumento, cantò il suo canto del cigno; quindi saltò volontariamente in mare sparendo fra le onde.

Fin qui un racconto che appare abbastan­za veritiero, mentre la prosecuzione e con­clusione appaiono piuttosto leggendarie: un delfino prese il cantore sulla groppa (a quel tempo nel Mar Jonio c’era un traffico di delfini con gente in groppa che non ve lo immaginate!) e lo portò sano e salvo al capo Tenaro, all’estremità del Peloponne­so, dove poi fu eretta in ricordo una statua di bronzo raffigurante un uomo a cavallo di un delfino.

Potremmo quindi far iniziare proprio con Arione la storia musicale di Taranto, che nei secoli successivi divenne indiscutibil­mente una fra le capitali della musica nel mondo greco antico. Non poco dovette contare la nota partecipazione cultura­le tarantina al pensiero e agli studi della scuola filosofica pitagorica, che si occu­pava anche di musica come mezzo d’edu­cazione e perfezionamento spirituale. Era la scuola da cui proveniva, tramite il suo maestro Filolao, il celebre Archita, filo­sofo, politico, matematico e musicologo, che governò con ottimi risultati Taranto per molti anni nella prima metà del IV secolo a. C. E nella cerchia che si riuniva a Taranto intorno ad Archita c’era anche Spìntaro, intellettuale e colto musicologo, che aveva soggiornato in Grecia, a Tebe e ad Atene, dove aveva conosciuto Socra­te ed era divenuto amico di Epaminonda (roba grossa!).

Questo Spintaro era il papà di Aristosse­no, e fu lui a impartire al figlio la prima educazione musicale, proseguita poi alla scuola del musico Lampros e di Senofilo, filosofo e musicologo pitagorico. Appe­na possibile Aristosseno per completare i suoi studi si trasferì in Grecia, prima nel Peloponneso a Mantinea, città picco­la ma di antichissima e nobile tradizione nel campo della musica soprattutto corale, poi forse a Corinto e a Tebe e infine certa­mente ad Atene. Proprio ad Atene, nel 335 a. C., quando era già ben noto per i suoi studi e le sue teorie musicali, fu invitato da un tal Aristotele a tenere lezioni nel Liceo (e una cattedra di Musica in quel Liceo non si poteva rifiutare!). Ci restò fino al 322 a C. quando, morendo, il grande filo­sofo lasciò come suo erede alla direzione della scuola l’allievo Teofrasto, e non Ari­stosseno. Il nostro musicologo, che doveva avere un caratterino non molto facile, al­lora piantò tutto e tornò in Magna Grecia, forse a Taranto, dedicandosi a scrivere una mole imponente di saggi, raccolti in ben 453 volumi. Saggi che divennero fon­damentali per gli studi musicali di tutto il mondo antico, non solo greco ma anche latino, fino alla tarda antichità e quasi al Medioevo. Maestro riconosciuto da tutti, citato molto spesso con riverenza anche da Cicerone, Vitruvio, Plutarco, Gellio, Luciano, Diogene Laerzio, Giamblico e innumerevoli altri grandi dell’antichità.

Insomma in quell’epoca Taranto era una vera e propria università degli studi mu­sicologici e non sorprende quindi se da Taranto cominciarono a percorrere il mondo con onori e fama tanti musicisti, citaròdi, flautisti, danzatori; pensate che alle fastose nozze di Alessandro il Grande con la principessa reale Statira, avvenute nella capitale persiana Susa nel 324 a. C., alla presenza dei più nobili della Grecia e dell’Oriente, furono invitati ad esibirsi i tarantini Scimno, un danzatore, Alexis, un rapsodo (cantore di canti epici) e il ci­taròdo Eraklito. Data l’occasione storica, erano certo i migliori al mondo!

E pochi decenni dopo tra i grandissimi ci fu un altro tarantino trasferitosi ad Ate­ne, il citaròdo Nicòcle, figlio di un altro musicista tarantino, Aristocle, prediletto alla corte di Macedonia al tempo di An­tigono Gonata. Nicòcle fu protagonista di una lunga stagione coronata da innume­revoli vittorie nei concorsi musicali del mondo greco. Per ben sei volte conquistò l’alloro nel più prestigioso in assoluto dei concorsi, i giochi Pitici che si celebravano a Delfi, ai quali partecipavano solo i mae­stri indiscussi; e poi la gara musicale delle Panatenee in Atene, i Basilèia di Alessan­dria d’Egitto, le Lenee in onore di Dioni­so, i giochi Istimici a Corinto, i Basilèia in Macedonia e via dicendo. Quando morì fu sepolto sulla Via Sacra di Atene, dove erano tumulati gli eroi e i grandi della cit­tà, con un monumento funebre che fu vi­sto dal geografo Pausania, nel II secolo d. C. (Pausania, I, 37, 2). E gli ateniesi gli in­nalzarono pure un monumento con statua in marmo, collocato alle pendici dell’A­cropoli, presso l’antico teatro di Dioni­so, luogo sacro alla cultura universale; la statua è andata persa, ma sul basamento si leggono ancora il nome e l’elenco delle sue prestigiose vittorie, come di recente studiato dal nostro concittadino e grande archeologo Emanuele Greco.

Ma non crediate che bastasse essere ta­rantino per essere anche grandi musicisti. Lo scrittore greco Luciano di Samosata, vissuto nel II secolo d. C., retore coltissi­mo, sofista e romanziere estroso, ci narra un episodio quantomeno curioso, in un suo breve scritto intitolato Adversus in­doctum (“Contro un ignorante”; i titoli delle opere di Luciano ci sono tramandati spesso in lingua latina, anche se il testo è in greco). Un certo Euànghelos taranti­no, di cospicua famiglia ma piuttosto uno strimpellatore che un vero musicista, si lasciò persuadere dalle sperticate lodi dei suoi amici, adulatori senza ritegno, a par­tecipare ai famosi giochi Pitici convinto di vincerli. Il giorno dell’esibizione si pre­sentò al pubblico con un abbigliamento sfarzoso, una lunga tunica purpurea con vistosi ricami d’oro, e una corona d’alloro tutta d’oro e costellata di pietre preziose; la sua cetra era rivestita di lamine d’o­ro cesellate con scene mitologiche, con Apollo, le Muse, Orfeo. Uno spettacolo e il pubblico ammutolì incantato da tanto splendore! Poi iniziò l’esibizione. Forse per l’emozione e la tensione nervosa toc­cò col plettro con troppo impeto le corde dello strumento, e tre corde gli si spezza­rono. Impossibilitato a suonare in quelle condizioni, pensò di continuare solo con la voce, ma per la rabbia iniziò a stonare ed emettere suoni gracchianti. Il pubblico prese a ridere e sghignazzare, poi ad in­veire con urla, finché i giudici della com­petizione decisero di scacciarlo a frustate e a calci nel culo. L’ultima pietosa imma­gine descritta da Luciano è quella di un poveraccio che, chino a terra a raccogliere le gemme che gli erano cadute dalla coro­na d’oro, esce quasi strisciando dal palco.

Vabbe’, non sempre si può eccellere, ma la grande tradizione musicale tarantina rimase, fino a Paisiello, a Mario Costa. E fino al nostro Istituto Musicale “Paisiello” e all’Orchestra della Magna Grecia che, se avessero finalmente i giusti riconosci­menti, sarebbero bene nel solco di quella grande tradizione.

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