30 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 30 Ottobre 2020 alle 13:28:51

Attualità News

La pubblicità e l’etica di un’epoca

Come sono cambiati gli spot televisivi in questi mesi

Il discorso all’Umanità di Charlie Chaplin
Il discorso all’Umanità di Charlie Chaplin

Citando un indimenticabile suc­cesso di Claudio Baglioni, ci si chiede “e adesso la pubblicità” come cambia? In realtà è già ben altro da quella a cui eravamo abi­tuati prima. Malgrado il lockdown generale, nella fase 1, la comuni­cazione pubblicitaria di molte aziende non soltanto è proseguita, ma si è adattata all’inedita compa­gine sociale dovuta al coronavirus intercettando subito i nuovi stili di vita. Lo conferma anche uno dei tanti spot messi in onda “per­ché mentre il mondo fuori era in pausa, noi siamo andati avanti da casa, dove la vita non si è mai fermata”. I prodotti sponsorizzati per primi sono stati ovviamente mobili, divani, igienizzanti e tutto ciò che riguarda le quattro mura domestiche.

Tuttavia, dai servizi assicurativi agli operatori telefoni­ci, alle creme per il corpo, passan­do per surgelati, brodi, sughi, tutti puntano all’ottimismo, inneggia­no all’unione che fa la forza. Così, in questa fase 2, le pubblicità che raccontano il nostro quotidiano si moltiplicano. Confezionate in un format comune, sono veri e propri quadretti poetici: le paro­le scorrono in sovraimpressione mentre chi le interpreta ne sotto­linea con enfasi delicati passaggi. Il linguaggio è una sorta di lette­ratura d’avanguardia. Ad esempio, per reclamizzare un buon caffè il marchio in questione ha scelto l’in­tramontabile discorso all’umanità di Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”, oppure in un altro spot sono le riflessioni di un bambino a ricordarci che “all’improvviso ci somigliamo tutti (…), siamo diventati tutti uguali, o forse ci siamo solo avvicinati per proteg­gerci. Perché solo proteggendoci l’un l’altro possiamo guardare al futuro”. Ora più che mai, il mar­keting pubblicitario deve andare dritto al cuore degli italiani, dei consumatori in generale.

Tra il tg e un film, assistiamo quasi a una gara dell’advertising; eticamente vince chi trasmette il messaggio, il claim, con maggior effetto. Gli spettatori fortunati, quelli che hanno vissuto felicemente la qua­rantena nella propria abitazione, si sentiranno ancor più protagonisti visto che il fulcro di tutto è ap­punto la casa, viva, piena d’amore e famiglia: tra farine, mattarelli, videochiamate e arcobaleni vari ci sono nonne, nipoti, fidanzati, single, mamme, papà, amici pron­ti a elargir sorrisi, abbracci, baci vicini, distanti, volanti. Talvolta, alla conviviale solarità casalinga si contrappone la desolazione di piazze, strade, monumenti di cit­tà vuote o paesaggi incantevoli, sconfinati, e intrisi di quel silenzio che si vede e si commenta. E non mancano i rimandi alle corsie di ospedale, ai medici, agli infermie­ri nascosti dietro le ingombranti tute e mascherine dove solo lo sguardo e l’azione danno loro una riconoscibile identità. È evidente che il dramma che stiamo viven­do ci porterà verso un rinnovato linguaggio sociale; la comunica­zione pian piano cambierà pure in tanti altri ambiti: istituzionale, mass media, internazionale, digi­tale, e semplicemente nelle rela­zioni vere tra le persone. Rispetto al resto della collettività, la genia­lità di un pubblicitario è sempre arrivata prima su mode e tempi. Così è anche stavolta, anzi di più. In un’epoca in cui siamo diventati sensibili, solidali, leali e la genti­lezza bussa alla porta del vicino, è facile per un pubblicitario cogliere le sfumature del reale suscitando emozione.

Stiamo tornando all’arte della “prima réclame” quando autori e registi si contendevano lo slogan più bello. Oggi i professionisti del settore però sono andati oltre e fanno da apripista nel ridefini­re l’identikit di un altro modo di essere umano e di saper stare al mondo. La pubblicità dunque di­venta etica, o è più etica. Docu­menta il reale che nella sofferenza e nelle privazioni ci sta permetten­do di scoprire le nostre fragilità e l’umana bellezza. Sembrerebbe che in questo presente lo spot non sia più finalizzato alla vendita e vorrebbe invece esprimere l’a­nima di una azienda, quella pro­fonda e generosa, che non bada al profitto. Poi, se l’aver promos­so un’indimenticabile campagna pubblicitaria, che passerà alla sto­ria, aiuterà fatturato e diffusione del brand che ben venga. Perché nella ritrovata società post-covid vale quello che Baglioni cantava negli anni ’80 “oggi è quasi un secolo di noia, che si fa domani e dopo e poi nei prossimi vent’anni. Figli di speranze per un attimo di gioia, la città di antenne e cielo e luci grigie delle stanze. E la notte cade come un telo a smorzare gli occhi ed i televisori e tu dietro un vetro guardi fuori”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche