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In tempo di disgregazione lasciateci almeno il nostro “Risorgimento”

Risorgimento Italiano
Risorgimento Italiano

Caro Direttore, giorni or sono il nostro Presidente della Repubblica ha inviato ai giovani studenti maturandi un amorevole ma fermo messaggio di personale solida­rietà ed augurio perché possano affron­tare l’esame di Stato, in questo momento storico infelice per tutti, con serenità e con il proposito di superare bene la pro­va; e nel tempo stesso ha augurato loro, e a tutto il popolo italiano, di essere uniti e solidali onde, non solo superare il dif­ficile momento ma ritrovare, con la pace sociale, l’unità di intenti e di coscienze che la nazione deve avere.

Perché?

Caro Direttore, perché stiamo per per­dere valori inestimabili di quelle che un tempo si chiamavano “categorie” del pensiero e dell’etica umana; abbia­mo svilito Istituzioni che formavano il carattere e la personalità di un popolo; mi riferisco alla “famiglia”, “scuola”, al concetto della “giustizia” e ai valori di una “fede” che fu il portato spirituale cristiano dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Abbiamo purtroppo un “Cattolicesimo” che taluni cattolici sviliscono con i loro non sani comportamenti.

E tutta questa perdita di “virtù” etiche, morali, culturali confluisce anche in una diminuzione del sentimento patrio.

Mi riferisco, in questo particolare mo­mento, ai valori che noi chiamammo e studiammo quali valori del “Risorgimen­to”.

E di tale unitario riscatto fummo solleciti protagonisti e studiosi, dopo la dittatura fascista per rifondare con la Costituzione del 1948, non solo una rinnovata libertà di popolo, ma anche di riproporre quella frase che studiammo nelle ore del nostro liceo e che era del Carducci: “Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggiore libero sentimento di tutte le anime sane del popolo”.

E tuttavia nel corso dei decenni trascor­si il sentimento della patria, dell’unità della nazione si avvertì più lontano dal cuore di non pochi italiani ed anche, pur­troppo, da talune forze politiche; e, pur­troppo, la consacrata bandiera tricolore, fu messa da parte per vessilli di partiti anche se italiani.

Ma dalle parole del presidente Mattarel­la si avverte, nell’unità proprio di regio­ne con regione, pur nelle differenti fra di loro per stato sociale e condizione stori­ca, si avverte, ripeto, l’augurio di ricom­porre quell’unità nazionale che fu, sino alla prima guerra mondiale, il desiderio e l’ideale di non pochi italiani memori di coloro che avevano voluto e combattuto per l’Unità d’Italia.

La quale fu volontà primamente dei no­stri Padri: da Mazzini a Garibaldi, da Vittorio Emanuele a Cavour, ma di tanti e tanti illustri italiani di tutte le regioni, di tanti luoghi e città un tempo dominate da eserciti stranieri.

E fu volontà di popolo che lentamente, ma inesorabilmente, aveva compreso che l’unità di una nazione non era più un’i­dea geografica come qualcuno aveva de­finito l’Italia.

E ricordo che nel secondo anno del gin­nasio superiore il mio professore di Ita­liano all’Archita fece, a noi suoi allievi, studiare una poesia di Giuseppe Giusti che si chiamava e si chiama “Lo Stivale”.

“La spesa è forte, e lunga è la fatica / bisogna ricucir brano per brano / ringa­balar la polpa ed il tomaio / se volete ri­mettermi davvero / fatemi con prudenza e con amore / fatemi tutto d’un pezzo e tutto di un colore”.

Parole che richiamano quelle altre fati­diche e storiche espressioni: “noi siamo da tempo percossi e derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi”.

Queste risorgimentali parole non sono più parole di un tempo ma oggi, come oggi, debbono essere monito e fede nel nostro tempo e per la nostra Italia.

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