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La quarantena con i nonni, biblioteche viventi da proteggere

La quarantena con i nonni, biblioteche viventi da proteggere
La quarantena con i nonni, biblioteche viventi da proteggere

Non so bene da dove iniziare a scrivere, ma vorrei cercare di creare un articolo in cui molti possano rivedersi. Inizio con il presentarmi.

Mi chiamo Margaux, ho 22 anni, sono di Taranto ma studio a Lille nel Nord della Francia.

Non lo nego, per scrivere questo flusso di coscienza, se cosi vogliamo chiamarlo, ho deciso di prendere d’esempio Noemi che qualche settimana fa ha già descritto pienamente i sentimenti di una persona che vive fuori e che in questo periodo è portato ad osservare il proprio paese “dall’esterno”.

Guardare l’Italia per la prima volta non da protagonista, ma da spettatore fa un certo effetto. Quando all’inizio vedevo in tv la gente cantare e ballare su i balconi, a mia sorpresa qualche lacrima è scesa giù.

Attualmente trascorro la mia quarantena con due coinquilini diversi dagli altri, os­sia i miei nonni. Per circa 18 anni, non ho potuto godermeli pienamente come molti altri ragazzi della mia età, a causa della distanza. In effetti, prima di partire per l’università vivevo a Taranto e li vedevo raramente o durante l’estate o durante le vacanze di Natale/Pasqua. Adesso che siamo costretti tutti e tre a convivere h24 nella stessa casa, forse scopro il piacere di avere dei nonni e di essere coccola­ta da loro. Dall’inizio della quarantena infatti, mi diverto a vederli litigare per delle sciocchezze ad esempio il volume del televisore troppo alto e mia nonna che grida di abbassare il volume; un’al­tra cosa che mi fa star bene è mia nonna che ogni domenica mi chiede “che dolce ti faccio?” , oppure “che cosa vuoi man­giare oggi, le polpette?” (…per fortuna nonostante essendo francese , mia nonna le ricette tarantine e italiane le conosce bene ).

Infine la mia parte preferita è quando li vedo sprofondare completamente nei ri­cordi e raccontarmi tutto in maniera cosi dettagliata che sembra quasi di viaggia­re con loro a circa 50 anni. Mia nonna mi racconta della sua infanzia, della sua adolescenza e di come di nascosto dal­la madre comprava le cartoline dei suoi cantanti e attori preferiti, mentre mio nonno mi descrive una Taranto a me sconosciuta, spiegandomi che prima chi aveva la radio era fortunato e che quando la sua famiglia per la prima volta com­prò un televisore, tutto il vicinato si dava appuntamento a casa loro per guardare insieme la tv, e ogni tanto partivano fra­si del tipo “ma com tras quidd indr a na scatol accussi piccen? (ma come fa quello a entrare in una scatola cosi piccola?). In­somma vi posso assicurare che con loro non ci si annoia, anzi sono un po’ come delle biblioteche antiche da proteggere e preservare.

Ho deciso di soffermarmi su questo ar­gomento quando ho visto i miei nonni , cimentarsi con le videochiamate. Adulti di 70-80 anni che sono nati e cresciuti in un’epoca in cui videochiamarsi era im­pensabile, mentre ora con “Whotzapp” (come dicono loro) hanno la loro routine di videochiamate… chiamano zia Ida, zia Rosa, zia Maria.. insomma fanno il loro giro di chiamate e sembrerà assurdo ma quando si chiamano un po’ hanno gli oc­chi che brillano e gridano euforici al te­lefono, evidentemente stupiti dal fatto di potersi vedere, nonostante la distanza.

Mio nonno vive in Francia da ormai 60 anni, ma da buon tarantino emigrato tanti anni fa, non ha mai smesso di chiamare le sue sorelle, elencate prima. Mi sono detta che per loro la situazione non deve essere facile; ne hanno conosciuti di periodi dif­ficili, ma questo del virus indubbiamente non se l’aspettavano . E le loro chiamate si basano su discorsi del tipo “Marì tra 50 anni potremo raccontare c’amm cono­sciut pur stu fatt du virus”, (ovviamente con risate annesse legate alla consape­volezza che tra 50 anni non ci saranno più) oppure “Robé madò speriamo che riusciamo a vederci prima di morire, non si sa mai il virus ci prende pure a noi”. A me queste frasi fanno un po’ ridere, ma è cosi che mi sono resa conto di quan­to sia importante il parlarsi, il toccarsi, il gesticolare e il sentirsi vicini durante qualsiasi tipo di discorso, dalle bollette, alla politica, all’università o all’ennesima partita di calcio persa.

In questi giorni siamo tutti costretti a ri­manere a casa e non possiamo far altro che fare i conti con noi stessi e con tutti quei pensieri e quelle mancanze che spes­so cacciamo dalla nostra testa oppure che sostituiamo con cose più importanti, ad esempio “a che ora metto la sveglia doma­ni?” “che preparo da mangiare?”,“fammi vedere quanti gradi ci sono domani cosi scelgo cosa mettere”. Ora che tutte queste cose non ci sono più , un po’ ci manca persino mettere la sveglia.

Ultimamente inoltre, ho riscoperto il pia­cere di ascoltare la musica, ed è cosi che ho ritrovato una canzone che non sentivo da tempo, e che ogni volta che l’ascolto mi sembra di interpretarla come un inno alla vita.

Sto parlando della canzone di Jovanotti, Fango. Penso che molti di voi la conosca­no , si tratta di una canzone che cerca di farci capire che anche nei momenti più bui , seppur pensiamo di essere soli in realtà non lo siamo e basta guardarci in­torno per capirlo e per renderci conto che in realtà l’unico pericolo di cui possia­mo aver realmente paura “è quello di non riuscire più a sentire niente”. Per questo motivo più che mai, dovremmo tutti sof­fermarci e stringere a noi ciò che abbiamo di più caro, con i suoi pro e i suoi contro, con i suoi alti e bassi , nonché la vita con le sue mille bellissime e particolari sfac­cettature.

 

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