17 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Ottobre 2021 alle 22:58:00

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Dante, quella superiore giustizia

Il confronto tra quella umana e l’altra divina

Dante Alighieri
Dante Alighieri

In una delle sue “Rime”, una liri­ca dal titolo “Tre donne intorno al cor mi son venute” Dante, delle tre donne, commenta con una certa malinconia di spirito quella rela-tiva alla “Giustizia”, sentendosi lui “exul immeritus”; e dice che la giu­stizia piange perché è lontana dal suo “Diritto”.

Il problema della giustizia umana fu sempre per Dante e, certamen­te ai suoi tempi di lotte intestine tra città e città, poteri e poteri, un problema di ordine assolutamente etico morale e, quindi, giuridico.

Ma, al tempo stesso, era problema che aveva le sue più alte radici in Dio, somma ed assoluta giustizia.

È bene subito affermare che il Dio di Dante più che “Charitas” o “Pie­tas” è soprattutto “Iustitia”

“Giustizia mosse il mio alto fatto­re”. È scritto sulla porta sconnessa che si apre ai peccatori e a Dante e al suo maestro Virgilio nell’Infer­no. Primamente, dunque, era stato nella vita intellettuale e morale di Dante il problema della giustizia umana a confronto con quella di­vina.

Il poeta se lo era proposto e ripro­posto a più riprese a cominciare dal canto IV° dell’Inferno.

Siamo nel Limbo e siamo ormai vi­cini al nobile castello ove sono gli spiriti grandi, da Omero ad Orazio, a Livio, a Seneca, certamente non cristiani.

Virgilio rivolge a Dante delle pa­role che voglion dire: “Che spiriti sono questi che tu vedi? Essi non penano, non ebbero battesimo. Qual è stata la porta della loro fede”.

(Vv. 31 – 36).

E perché un uomo di alta cultura e di alta moralità vissuto prima di Cristo, non battezzato, deve essere dannato?

Ove è la giustizia che li condanna?

Ove è la colpa se uno, vissuto pri­ma del Cristianesimo, non ha cre­duto in Cristo?

Problema assai impervio e me­tafisicamente difficile per Dante. Il quale sulle orme di San Paolo (Rom. IX – XX) “Homo, tu qui es, qui respondeas Deo?”

Virgilio risponde a Dante con la celebre terzina

“Or chi tu se’ che vuo’ sedere a scranna

per giudicar di lungi mille miglia

con la veduta corta di una spanna?”

Lo stesso problema che Dante non risolve ma rimette nella volontà di Dio lo si trova a proposito dei bam­bini morti e non battezzati.

Possono godere della beatitudine?

Sono dubbi molto acerbi che Dan­te cerca di risolvere ma rientrano in quel “misteryum fidei” oltre il quale la mente umana non arriva a trovare una risoluzione umana.

La questione della giustizia divina Dante se l’era posta di frequente “di che facei question cotanto cre­bra” (Par. XIX – LXIX).

E tuttavia quella superiore giustizia gli era sembrata al di là dell’umana comprensione e al di là di una logi­ca razionale. Ancora una volta.

Ma la giustizia divina è sempre per Dante un atto di fede, un atto teolo­gale; una giustizia che c’è come c’è il fondo del mare anche se l’uomo non riesce a vederlo.

E tuttavia una prova non seconda­ria di quel “Diritto” dal quale na­sce la giustizia umana deriva dalla giustizia stessa di Dio che scende sugli uomini, e solo sugli uomini che sono “giusti”.

Ed infatti nel Paradiso XVIII° (vv. 113 -117) Dante fa dire alle anime questo versetto biblico tratto dal libro della Sapienza, 1; “Diligite iu­stitiam qui iudicatis terram”.

Il problema nasce e s’incide nella cultura di Dante oltre che nel suo spirito proprio da qui.

La giustizia degli uomini è mo­ralmente degna di quella divina? Dante non riesce a comprendere come spesso i giusti soffrano ed i malvagi governino; come ci siano uomini di fede altissima e uomini che tradiscono la fede in Dio.

È vero; Dio interverrà a ristabilire di volta in volta l’ordine delle cose, ma allora come mai Dante si chie­de che Dio permetta che codesti uomini malvagi continuino a tradi­re il suo messaggio di verità?

Il problema della giustizia umana ha sempre angustiato Dante che spesso ha espresso biblici apostrofi contro uomini illustri e condannato ad inferos non pochi pontefici.

Solo nell’ultimo canto del Paradiso, prima di giungere alla visione tota­le e folgorante di Dio, Dante ha la sublime intuizione che è nei versi 88-89.

Le sostanze che è ciò che è eterno spesso si uniscono agli “accidenti” che è ciò che passa come tutte le cose effimere; ed è per questo che spesso il male, l’ingiustizia di cui gli uomini soffrono sono acciden­ti; ma l’accidente è completo con la sostanza che alla fine sempre trionfa perché è il bene che Dio regge, nel tempo dei tempi, contro le ingiustizie degli uomini e la loro malvagità.

In Dio, solo in Lui, finalmente Dante placa la sua travagliata sete di umana giustizia. Anche il male e l’ingiustizia hanno una finalità perché necessariamente sono alla ba-se stessa di certo libero arbitrio dell’uomo; ma necessariamente interviene la giustizia divina che, provvidenzialmente, non è giusti­ziera ma giustificatrice nel proces­so umano che è sempre nel tempo protagonista.

A distanza di secoli lo stesso con­cetto dantesco lo ritroviamo nei Promessi Sposi del Manzoni ove anche don Rodrigo è necessario per avere un frate Cristoforo.

“Nihil aliud est iustitiam nisi, cum charitate, veritas animi et erga ho­mines pietas?”

Così anche Cicerone, secoli prima di Dante, aveva chiarito il suo pen­siero sulla giu-stizia. E questa sua massima invecchiata ancora non è.

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