Da destra Carlo Bo, Antonio Rizzo e Aldo Perrone
Da destra Carlo Bo, Antonio Rizzo e Aldo Perrone

In un momento delicato per l’Italia come questo ci sarebbe voluta una personalità come Carlo Bo, con il suo carisma le sue riflessioni di alta moralità. Bo fu molto vi­cino alla nostra città e vorrei ricordare il suo vigoroso sostegno. Fu a Taranto per la sua prima conferenza jonica (“La situazio­ne della cultura in Italia”) nel lontano 1947. Quarto grande incontro della nostra città con la grande cultura militante dopo la ri­apertura dell’Italia alla libertà; prima di lui v’erano stati Giuseppe Ungaretti, Gianna Manzini e Sibilla Aleramo. Li avevano tutti “convocati” quei giovani tornati dalla guer­ra raccoltisi attorno alla Voce del Popolo, l’antico-glorioso settimanale (diretto ora dall’ex prigioniero di guerra Antonio Rizzo) nel tentativo di destare la città dalla morta gora del provincialismo. Il grande poeta era tornato qualche mese dopo con “Petrarca, poeta del ricordo”, uno dei suoi grandi temi. Dino Rizzo aveva trascritto a macchina il testo e nella fretta aveva cestinato i fogli di mano del Poeta!

Bo nel 1947 aveva 36 anni. Fu l’anno della sua prima elezione a Rettore urbinate. Nato a Sestri Levante, cittadino onorario di Urbi­no, per la quale era ”il Rettore”, poiché resse la Libera Università, la più antica e gloriosa, per ben 54 anni di seguito (1947-2001). Un record!

Quella sera a Taranto – primissimo dopo­guerra – un pienone di gente seguì il suo intervento, di buon augurio per la nascita di quello storico avvenimento che fu il Premio Taranto. La sottoscrizione cittadina nacque di lì a poco e così il bando per il Premio letterario “del mare”. In una delle stagioni della manifestazione Bo tenne la sua se­conda conferenza (“La letteratura francese” – gennaio 1951); si ripartiva verso la quarta edizione del Premio. Serata piovosissima ma pubblico delle grandi occasioni.

La sua torreggiante figura, accompagnata dalla sua amata Marise Ferro (un grande amore!) divenne assai nota alle romantiche rive di Mar Piccolo. Le foto dei tempi – le conserviamo gelosamente al Gruppo Taran­to – scoprono sempre la bella Marise con gli occhi verso il suo Carlo. Il quale, com’è noto, pochi anni prima (1938) aveva pubblicato “Letteratura come vita”, fondamentale sag­gio che lo aveva reso subito celebre: “Rifiu­tiamo una letteratura come illustrazione di consuetudini e di costumi comuni, aggiogati al tempo, quando sappiamo che è una strada, e forse la strada più completa, per la cono­scenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza”. Richiamo – e invito a se stesso – ad una letteratura che ambiva alla moder­nità, che trovava nel pensiero cattolico quel forte e coraggioso appello alla libertà della coscienza che derivava dai suoi maestri, in particolare Saint-Beuve e Jacques Maritain.

Marise Ferro, vera proto-femminista, aveva già alle spalle i romanzi “Disordine”, 1932, “Barbara”, 1934 – con Mondadori; “Trent’an­ni”, 1940 – con Garzanti, “Stagioni”, 1946 e “La guerra è stupida”, 1949 – ne citiamo al­meno alcuni); ed il suo matrimonio con Gui­do Piovene, prestissimo naufragato. Fu un peccato che a Taranto la Ferro non svolgesse nessun intervento, com’era stato per le altre due celebri scrittrici.

Ed ecco Carlo Bo al piccolo ristorante “Il Gallipolino” con Marise, Ungaretti e gli al­tri ospiti, o sul barcone che attraversa Mar Piccolo verso la zona del Pizzone per degu­stare le ostriche al capanno degli ostricultori che, fieri, offrivano i nostri frutti, ai tempi celebri in tutto il mondo! O mentre Rovi, giornalista e “cantante” allieta a fine pranzo Ungaretti, Brignetti, Le Noci, Casorati ecc., e gli amici tarantini.

Il 16 gennaio 1952 Bo svolse ancora una conferenza, “Cinquant’anni di letteratura francese”: una lezione e davvero un gran­de privilegio. Fu l’ultima grande iniziativa legata al Premio Taranto, purtroppo, dal momento che l’infamia culturale dei politici locali pochi mesi dopo fermò l’iniziativa del Circolo di Cultura per mera viltà: perché … “era riuscito troppo bene.” Due decenni fa, nella grande mostra “1950 – Premi ed espo­sizioni nell’Italia del dopoguerra” – svolta alla Galleria d’arte moderna di Gallarate, su iniziativa dell’Università Cattolica di Milano – il “Taranto”, con la “Biennale di Venezia e la “Quadriennale” romana si rivelò come la manifestazione italiana che aveva saputo rinnovare l’arte (e la letteratura) nel nostro primo dopoguerra. La sezione, affidata al sottoscritto per via del libro “Storia del Pre­mio Taranto” <fu il più bel premio d’Italia> Giuseppe Ungaretti” (1992), entrò nel pro­getto. La folla dei presenti – molti della vici­na Svizzera e della Francia – affascinata da quegli splendidi quadri “tarantini”, Fausto Pirandello, Bruno Cassinari, Gino Meloni, Renato Birolli ecc.; mi riempì di domande e richieste. Credevano di trovarli a Taranto.

Importante collaboratore del settimanale Gente, di quotidiani come La Stampa ed il Corriere della Sera, del quale divenne redat­tore di ascoltatissimi articoli di fondo, Carlo Bo restò in contatto con la “Voce”. Si scrive intanto, 1967, la splendida pagina del “Le­onida di Taranto” e del Quasimodo taranti­no. Antonio Rizzo – tramite Bo – convinse il premio Nobel a scrivere un saggio e le tradu­zioni dal greco per il recupero, nell’Olimpo della poesia mondiale, del poeta della Ma­gna Grecia del 320 a. c. Il saggio sul poeta “degli umili e della morte” (e le traduzioni) inverò la triade Quasimodo-Leonida-Lee Masters, un segnale di assoluta modernità ritrovando il passato. “Leonida era stato li­berato dai professori”, scrisse giustamente Rizzo sulla sua “Voce”, e coralmente i più avvertiti critici letterari. Il Poeta lesse il sag­gio l’11 Aprile (1967).

La stampa esplose annunciando “Quasimo­do, folla per le scale”. L’enorme folla di quel­la sera ci aveva costretto a chiamare i vigili del fuoco! Cosa mai vista prima in Italia, per la poesia. L’editore milanese-martinese Gui­do Le Noci, grande amico di Rizzo, con la sua Apollinaire pubblicò subito il saggio in un libro d’arte, in folio, in copie numerate. Il Poeta si recò all’Apollinaire e cominciò a firmarlo inchiostrando la mano destra e pre­mendola su un foglio, ad ogni copia. Dovette interrompere e promise di tornare per con­cludere l’intera edizione. Un mese dopo, il primo Giugno, avvenne l’immensa tragedia di Amalfi, la sua scomparsa. Restarono “fir­mate” solo pochissime copie, tra cui quella che qui ho tra le mani: una rarità, un bene prezioso! La nostra città commemorò Qua­simodo a due anni esatti dalla lettura del suo saggio, l’11 Aprile (1969). Che dovesse farlo Carlo Bo era d’obbligo: era il “suo” poeta. Al suo commosso intervento seguì la lettura di alcune liriche recitate da Alessandro, figlio del Poeta. Al centro, la splendida edizione di lusso, in cofanetto. Quelle copie divennero subito irreperibili; ed allora, per portare il testo ai tanti lettori, fu ripubblicato in forma­to “tascabile” (editore Lacaita, in Manduria – aprile 1969), con un saggio di Bo su Qua­simodo e la presentazione di Antonio Rizzo.

Negli anni Settanta, nella terribile situazione nella quale per i noti motivi si trovò tragica­mente l’Italia, Carlo Bo divenne la persona­lità più ascoltata d’Italia con i suoi appelli sui problemi umani, sociali e morali. Oltre le sue consuete riflessioni sulla “letteratura in cammino”. Si parlava ormai di una sua nomina a senatore a vita (cosa che avvenne nel 1984). Formidabile raccontatore della letteratura di quegli anni, Sergio Pautasso – mio grande “compagno di avventure lettera­rie brignettiane e letterarie, oggi e domani” (una sua dedica) -, spiegò il tentativo di Car­lo Bo di tracciare sul “Corriere della sera” un bilancio della nostra letteratura del 1979. Pautasso riporta l’amaro lamento del critico di Sestri Levante: “Si vive alla giornata, si va avanti nel buio, soggetti agli umori della cro­naca (…) alla fine resta ben poco, soprattutto è difficile distinguere delle opere dotate di vita autonoma (…); un libro aveva una sua durata che poteva essere di molte stagioni, segnando delle tappe, dando un senso gene­rale, suggerendo delle vere funzioni…”; ed ora? Era la pessimistica conclusione (“Gli anni Ottanta e la letteratura”, Rizzoli). Di­venne un “nostro” argomento. E se fosse tornato a Taranto? Perché non chiamar­lo, rinnovando anche il senso dell’impresa Quasmodo-Leonida? Ma come riportare qui una personalità quasi inarrivabile? Azzardai la richiesta a nome dell’associazione Gruppo Taranto, piena di giovani. C’era la sua solida amicizia con il nostro Antonio Rizzo; pen­sammo anche ad un compenso: non erano più i tempi del primo dopoguerra! No, nulla!

La sera prima della conferenza ci incontrò al Delfino. La tenerezza verso noi giovani, ma soprattutto verso Antonio Rizzo, per i tanti episodi che li legavano, sorprese i presenti; lui, con quell’aspetto se non burbero, seris­simo. La mattina dopo eravamo tutti occu­pati per l’organizzazione della conferenza. In casa mia moglie accudiva le tre bambine, preoccupandosi anche di provvedere alla si­stemazione, per la serata, delle due piccoline (una di due e l’altra di poco più di tre anni). Squillò il telefono, la vispa figlia più grande, Luisa, poco più di otto anni corse alla cor­netta. Rispose, ma subito richiamò la madre perché corresse lei a rispondere. Ridendo le disse a bassa voce: “Mamma; c’è una certa signora ferro che vuole parlare con … boh?” L’episodio la sera a cena ci portò un largo sorriso dello scrittore. Spingemmo la picci­na a raccontarlo e lui le passò una carezza sui capelli: “Sì, sono io Bo”. La bimba cer­cava di contenere le risate: “Pronto? Sono Ferro. C’è Boh?”

Nel pomeriggio la conferenza (31 Maggio 1981) ebbe il pienone; anche di autorità. “Il nome di Leonida non è morto, i doni delle muse lo tramandano per ogni tempo” fu il motivo conduttore che lasciò in silenzio il pubblico per oltre un’ora: Quasimodo, la po­esia che lo aveva portato al Nobel ed all’im­mortalità, il fervore del poeta di Modica per tradurre i grandi poeti, francesi, inglesi, americani, latini e greci; il suo identificarsi con Leonida”.

Al termine, circondato da tanti giovani do­centi, non si sottrasse a nessuna richiesta, neppure a colloqui “ad personam”. Con quel sigaro sempre in bocca, parte fissa della sua iconografia, per confermare ancora che la letteratura è una strada, e forse la più com­pleta, per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza. Da essa parte il nostro operare. Una grande lezione che si era rinnovata. Indimenticabile.

1 Commento
  1. Vincenzo 5 mesi ago
    Reply

    Sempre bravo il prof. Perrone a raccontare quello che Taranto doveva essere e…. non fù. Grazie e saluti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche