17 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Settembre 2021 alle 19:50:29

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Tante grazie, online, ma non rubarci l’offline dell’altrove

Bloccati soprattutto dal lockdown “viviamo”, oggi, nell’universo parallelo della Rete e dei Social

Un computer
Un computer

Mai come oggi assistiamo (invero siamo costretti) a una forte migrazione verso la vita online.

Dislocata, differita, soprattutto lontana dal­lo spazio fisico (e talora anche dal tempo!), è una vita vissuta sempre “altrove”: una pra­tica, questa, la cui prevista espletazione sta già avvenendo, nell’universo parallelo della Rete, in diretta streaming, su Facebook, con Whatsapp, e per non pochi, soprattutto i più giovani, costantemente, quando addirittura ininterrottamente (in una vera ipnosi infor­matica!). In ogni caso non già – si badi bene – in un luogo fisico.

Il che può essere, talvolta, un valido succe­daneo alla vita comunitaria (famiglia, scuo­la, università, politica, arte ecc.).

Ci sono, infatti, persone che, bloccate dal lockdown a restare-in-casa, o emigrate, o – ahinoi – malate, finiscono col “vivere” nella Rete, nei Social. “Navigano” molto, avendo la sensazione che si possa essere insieme in uno spazio online. Il che può costituire – ri­peto – un surrogato provvisorio al loro (e al nostro) desiderio di “stare insieme”.

La tecnologia e i social media, però, non si limitano a collegare persone e luoghi, a far “chattare”, sono diventati essi stessi luoghi dove “vivere”, annullando ogni netta distin­zione fra “mondo online” e “mondo offli­ne”. Così la tecnica, o meglio la tecnologia, con il tutto vicino, udibile, visibile, imme­diato, tenta di rubarci l’altrove materiale.

Adattato alla passività e all’immediatezza del consumo, l’altrove è sul monitor di un computer, sul display di uno smartphone.

Espansione continua dell’altrove digitale, la vita allora diviene distrazione continua: non è mai qui, non è mai ora!

Se, poi, si considera che, nella città odier­na, tutto è orizzontalità ove ci tocca correre per essere “dentro”, per essere “in”, finendo per avere come destino, purtroppo, quello di sentirsi sempre “fuori” e non già alla ricerca di un altrove vero, desiderato, fisico, bensì da quello indotto dalla società tecnoconsu­mistica odierna, un “altrove”, in breve, che si configura come fuori luogo, come essere sempre “out”, il quadro esistenziale attuale si completa, peggiorando decisamente.

Una minaccia vertiginosa al senso della propria stabilità è una condanna alla preca­rietà di ogni determinazione. Costretti dal doppio salto mortale del neocapitalismo, che ci rende sempre più impalpabile (!) la differenza fra lavoro (lo appulcrano con il termine smartworking!) e tempo libero e anche svago: li accosta fi no a fonderli e a confonderli. Il che produce un cortocircuito esistenziale che rimette in discussione i sog­getti e i concetti che, dalle rivoluzioni bor­ghesi fino a ieri, h anno stabilito confini e valori del nostro fare e del nostro non-fare. Il Leviatano tecnoeconomico, alimentando un trend verso l’artificialità, ci garantisce sì, certo, la vita: ma una vita senza qualità.

La virtualità potente della Rete ove tessere lo “stare insieme” e ritessere la communi­ty per non smarrire la propria ombra non è affatto sufficiente. Occorre piuttosto ri­trovare un luogo ove riprendere la propria parola ed essere di più con se stessi, in una solitudine scelta, e non già in un isolamen­to autistico, non voluto e addirittura indot­to. Da sempre l’uomo non si è accontenta­to né continua ad accontentarsi facilmente di quello che è, né accetta la quotidiana routine in cui si sente prigioniero; desidera dare un senso più pieno alla propria vita inserendola in un altrove indeterminato e arricchendola con un’esperienza del nuo­vo, dell’ignoto, perseguito ormai sempre più mediante itinerari da inventare. Robert Musil mostra, nel L’uomo senza qualità, che il soggetto moderno è l’«uomo delle possibilità», cioè l’uomo consapevole di poter sempre agire o pensare o vivere al­trimenti da come lo fa. La libertà di sce­gliere il proprio destino significa anche la percezione costante di altri (possibili) de­stini.

L’altrove materiale postula un uscire da sé o semplicemente il desiderio di uscire da sé: nel senso più largo della termine: abi­tare, toccare, pellegrinare, vagabondare del flâneur.

La prima e immediata forma di ricerca dell’altrove materiale è il viaggiare, che ha cento mete geografiche che corrono sulle strade della Terra. Significa andare incontro al diverso, all’altrimenti, all’altro modo. Annota Montaigne: A chi mi domanda la ragione dei miei viaggi,

solitamente rispondo che so bene quello che fuggo,

ma non quello che cerco (Saggi).

Privandoci della familiarità con ciò che ci circonda, sforzandoci di dimenticare quanto ci è dato e quanto sappiamo, inglo­bando quote di estraneità, prendiamo me­glio le misure di noi stessi.

Per Albert Camus viaggiare è «un’occasio­ne per affrontare una prova spirituale»; non si viaggia per piacere: il «piacere ci allon­tana da noi stessi[…]. Il viaggio è come una scienza più grande e grave, ci riporta a noi stessi» (Carnets, I, 1935 – 42).

A parte un’intonazione calvinista, si tratta di un pensiero illuminante. Si è in grado, per lo scrittore francese, di “fare mente lo­cale” ricollocandosi nel tempo e nello spa­zio fisici, di riformulare se stessi in sinto­nia con i propri contesti di origine.

Viaggiare è abbandonare i percorsi con­sueti o guardare toccando gli stessi con rinnovata cura, per scorgervi l’instancabile mano della storia.

George Perec da flâneur (1978) riscopre Parigi guardandola da place Saint-Sulpice; Serena Dandini (2016), in disordine alfa­betico da A. arrondissement a V Verne, a la Z di zinc, scopre, andando in giro per lastessa Parigi, bistrot, negozietti, mercati­ni, oggetti, ma anche volti, che le ridanno la joie de vivre; William Least Heat-Moon gira gli States lungo le “strade blu”.

Naturalmente occorre essere disposti al cambiamento fino ad accettare, c on rico­noscenza, i possibili spostamenti del pro­prio baricentro intellettuale e affettivo. Nel caso contrario, vale quello che affermava Socrate a proposito di chi (come Alcibia­de), dopo aver “viaggiato” (nel senso che il virgolettato suggerisce), non aveva accet­tato il cambiamento portandosi dietro se stesso e, dunque, continuando a conservare la sua inscalfibile identità pregressa.

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