30 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Novembre 2021 alle 06:51:54

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La poesia di Michele Pierri

Riflessioni su un autore apprezzato in Italia ma ancora poco conosciuto a Taranto

Da sinistra Spagnoletti, Lippo, Pierri, Mandrillo e Carrieri
Da sinistra Spagnoletti, Lippo, Pierri, Mandrillo e Carrieri

La poesia di Miche­le Pierri, benché lodata ed apprez­zata in campo nazionale, non è mai entrata del tutto nella coscien­za collettiva dei tarantini, un po’ perché Taranto non ha mai avuto grandi slanci verso la poesia, un po’ perché la sua produzione non ha goduto di una grande diffusio­ne a livello cittadino (complici sia la poco felice distribuzione edi­toriale che l’estrema riservatezza dell’autore) e infine perché quella di M. Pierri non è una poesia fa­cile, ma al contrario difficile ed irta sia sul piano dei contenuti che della forma. Essa si ancora all’a­vanguardia simbolista, irrobustita dalla lettura dei testi biblici e dei mistici : si pensi a Jacopone da Todi, a Santa Teresa d’Avila, a San Giovanni della Croce…

Per penetrarne il senso bisogna attrezzarsi sia sul piano filosofico che su quello teologico ed avere esperienza della poesia ermeti­ca e postermetica (e non solo, si pensi ad es. alla predilezione per una poetessa sensibile e profon­da come Emily Dickinson). Inol­tre, c’è nella sua poesia una forte tensione tra il reale e l’ideale, tra il materiale e lo spirituale, tra il letterale e il traslato, con frequenti scambi di prospettiva. E l’intrico che ne scaturisce è complicato da una scrittura che non disdegna le torsioni logiche, le ellissi, i silenzi, le metafore inconsuete, le volute ambagi, etc.

Fra coloro che si sono occupati a livello locale della sua poesia è giusto richiamare alcuni nomi : Piero Mandrillo, Cosimo Fornaro, Angelo Lippo, Angelo Carrieri, Paolo De Stefano.

Piero Mandrillo, da sempre esti­matore di Pierri, sia come uomo che come poeta, senza dedicargli uno studio organico, si è più volte soffermato sulla sua figura in in­terventi ora mirati ora occasionali : penso ad es. ad alcune pagine del Bollettino di statistica del Comu­ne di Taranto (1957 – 1959) o a quelle estemporanee di ‘Taranto rossoblu’ o di altri fogli cittadini (dove non disdegnava di scrivere) : i giudizi sono sempre ben cali­brati, precisi e penetranti, frutto di studio della sua opera.

Cosimo Fornaro nella sua ope­retta “Luogovivo” (Milano 1980) racconta di una visita a Michele Pierri nella sua casa di via Pupino, attratto dalla notorietà del poeta e del professionista. Egli si sofferma maggiormente sulla sua valentia di chirurgo e sulla larga fama da cui era accompagnato a Taranto e in provincia per le non comuni doti professionali e le non poche vite che aveva salvato. Anche se Pierri, ad una precisa domanda di Cosimo, risponde con umiltà che lui non ha mai salvato nessuno, che a salvare è soltanto Dio e che lui è un semplice strumento nelle sue mani.

Angelo Lippo, poeta sensibile e raffinato editore, curò con elegan­za nel 1987 il volumetto di Pierri, “Madonna del Duemila”, e nelle nostre frequenti conversazioni (per non dire dei lunghi anni della mia collaborazione alla rivista di letteratura ed arte ‘Portofranco’ , sulla quale venivano ospitate liri­che di P.), non mancava di espri­mere i suoi sinceri apprezzamenti per la qualità e densità della sua poesia e ricordava gli intensi rap­porti che Pierri intratteneva con illustri critici letterari: Giacin­to Spagnoletti (tra l’altro, nostro concittadino), Carlo Bo, Giusep­pe Ungaretti, Pierpaolo Pasolini, Carlo Betocchi, Giorgio Caproni, Oreste Macri, etc..

Angelo Carrieri ha curato il volu­me “Chico ed io” (Manduria 1984) con introduzione e commento, il­lustrando con sicurezza di metodo la sua poetica, il rapporto con Gi­rolamo Comi, le ascendenze let­terarie e gli originali esiti poetici. Si tratta di un poemetto di Pierri, interamente dedicato ad una gazza dal nome Chico, che ha convissu­to con Michele negli ultimi mesi di vita, prima di sparire del tutto dal­la sua casa senza lasciare traccia. Chico ed io sottolinea la grande attenzione del poeta verso il mon­do animale, al quale riconosce un posto importante nel mondo e soprattutto un’anima, andando in qualche misura contro la stessa or­todossia cristiana, e riconoscendo da parte di Dio un’uguale premura verso gli uomini e gli animali. La sua potrebbe essere considerata una posizione ‘francescana’ per l’amore inconcusso verso tutto il creato. E questa sua posizione, davvero originale, comporta, sul piano ideologico ed etico, e persi­no linguistico, conseguenze molto interessanti. A tal proposito, mi piace osservare che questa stessa sensibilità e vicinanza si colgono in una silloge di racconti del figlio Lucio, dedicati agli animali, “No­velle per animali” (Taranto 2016).

Paolo De Stefano si è ripiegato sulla dimensione religiosa della poesia di Pierri, quale si ricava dai brogliacci e dagli inediti, portati alla luce dal figlio Giuseppe e noti sotto il nome di “Appunti”, dove si può cogliere la poetica e la tensio­ne del poeta verso la bellezza del Creatore che coincide tout court con l’amore. Non parlo a caso di tensione in quanto quella di Pierri non è mai una condizione statica e pacificata né il raggiungimento della bellezza / amore di Dio è una cosa acquisita per sempre.

Sul piano nazionale invece la po­esia di M. Pierri è stata indagata e apprezzata in varia misura da Giacinto Spagnoletti, Carlo Betoc­chi, Oreste Macri, Giorgio Capro­ni, Donato Valli, una rosa di critici di alto livello, che hanno messo in luce la originalità e profondità del­la sua ispirazione e la particolare tessitura stilistica ed espressiva. Tra l’altro, si deve osservare che Pierri fu legato con tutti questi protagonisti della cultura letteraria da rapporti di stima e di amicizia (molti dei quali risalgono alla fer­tile stagione della rivista comiana “L’albero”) e scambio’ con loro numerosissime lettere, per cui non sarebbe operazione peregrina pen­sare ad una pubblicazione dell’epi­stolario, che getterebbe luce sulla dimensione non solo letteraria ma soprattutto umana ed esistenziale.

Giacinto Spagnoletti, oltre ad aver avuto rapporti durevoli nel tempo, è stato tra i primi (con Carlo Bo, che scrisse la prefazione a “Con­templazione e rivolta”, Urbino 1950) a scoprire la poesia di Pier­ri, a divulgarla inserendola (siamo negli anni ‘50 del secolo scorso) in alcune antologie di respiro nazio­nale della poesia del Novecento, ravvisando in essa “accenti di sin­cera emozione religiosa, rotta dall’ angoscia”.

Con Carlo Betocchi, con il quale si svolge una fitta corrispondenza (custodita, credo, tra le carte di famiglia), c’è una sorta di ‘solida­rietà spirituale’ e di naturale con­sonanza sia sul piano sentimentale che dei motivi poetici, coniugati però in maniera diversificata : in­fatti anche Betocchi sente in ma­niera affine a Pierri il rapporto con il mondo e le creature, ma lo declina in maniera meno sofferta. Infatti, in Pierri la ricerca di Dio, un Dio sempre presente e sempre assente, vicino e lontano, visibile e nascosto, è una ricerca stringente, senza soste, che lo spinge ad entra­re in conflitto con Lui e a cercare in ogni luogo la sua essenza e le sue tracce.

Senza esaminare i singoli contri­buti critici degli autori citati, mi piace infine ricordare che proprio in alcune lettere inviate ad Oreste Macri, illustre critico e maestro di letteratura spagnola, nel 1957 e 1959, il poeta tarantino gli ricono­sce il merito di aver scandagliato con acume la sua poesia, di aver­ne dissipato, o almeno diradato, le ombre e di aver gettato luce sul suo discorso poetico, tanto che lui non saprebbe cosa di nuovo e di diverso aggiungere alla sua pene­trante analisi critica.

Una cosa è certa : il poeta Mi­chele Pierri rimane, come scrisse Piero Mandrillo in un lapidario ma sicuro giudizio : “il più sem­plice e il più misterioso, il più si­lenzioso e il più eloquente, il più prossimo e il più lontano, sempre a portata di mano e sempre sfug­gente, esemplare vivente ossimo­ro di un’umanità la più concreta e la più ideale”.

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