06 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 06 Maggio 2021 alle 15:58:04

Cultura News

La mia scuola era il riflesso dell’anima

Anche se nel tempo ha cambiato volto, dovrà continuare ad educare moralmente e intellettualmente

Aula scolastica
Aula scolastica

Caro Direttore,

questo mio intervento potrebbe essere considerato una “lau­datio temporis acti” o meglio come un “officium” conservati­vo di una scuola che vive solo nella mia memoria di uomo di scuola.

Nulla di più falso. Perché pro­prio nel campo della “cultura” e della “istruzione scolastica” nulla è mai conservativo, ma ogni prospero futuro è sempre coniugato al precedente come nella nostra esistenza non si arriva ad una certa età senza gli anni che l’hanno preceduta.

Perciò faccio mia la profonda e vitale frase del grande France­sco De Sanctis, che fa parte di un capitolo della sua autobio­grafia “La Giovinezza”.

De Sanctis fu veramente un grande impareggiabile Maestro e tutte le volte che entrava in un’aula, fosse anche universi­taria, non c’era fra cattedra e banchi se non una vicendevo­le unione di mente e di cuore fra Lui docente e gli scolari di fronte a Lui, ma di Lui parteci­pi per l’insegnamento di vita e di sapienza che sapeva infonde­re nei suoi allievi.

Egli era l’Educatore. Né venne meno allorquando fu chiamato dal Cavour a coprire la cari­ca di Ministro della Pubblica Istruzione nell’Italia capitale Roma.

Accettò solo perché convinto che la Scuola portatrice di va­lori alti e nobili della civiltà italiana irradiata nel mondo, doveva essere la prima e indif­feribile colonna portante delle patrie memorie e dei giovani nel futuro divenuti cittadini della nazione.

Né, senza una Scuola maestra di vita, ci sarebbe stato quel sentimento del “divino” che, pur laico e liberale, auspicava da Ministro per un’Italia unita ed indipendente.

Ripeto, caro Direttore: la scuo­la fu ed è il riflesso della mia anima. Ma per fare un tessuto culturale nella scuola e del­la scuola è sempre necessario operare attraverso scelte pro­grammatiche serie e concrete, mai demagogiche e devianti; tali da formare, nel corso degli anni scolastici, dal primo pe­riodo all’ultimo della didattica stessa una “coscienza” della vita e nella vita sicura del fu­turo lavoro, vitale nella giovi­nezza e operoso nella maturità e memoriale grato nella più tarda età della vita.

Questo “essere” della Istituzio­ne scolastica è stato più volte, nel corso dei nostri tempi, tra­dito ed umiliato da inconsi­stenti avventure ministeriali, tese ad un fatuo quanto vuoto progresso che nulla aveva di veramente democratico e libe­rale, ma era invece legato ad un “corpus” di leggi e decreti che di progresso culturale nulla avevano se non una demagogi­ca struttura di comunicazioni pseudodidattiche, nate da vo­lontà politicizzate e da Ministri dell’Istruzione non idonei.

Vennero meno due principa­li “dignità”: quella di non as­sorbire, dopo anni di mancate operazioni concorsuali, miglia­ia di laureati in vaghe e lontane destinazioni (la famosa “Buona Scuola”) che procurarono loro, con il misero stipendio mensi­le, momenti di panico durante le nomine effettuate; e la se­conda di voler rifare la pur ne­cessaria riforma scolastica con programmi che nulla aveva di concreta disciplina pedagogica e culturale; anzi creando, con superficialità metodologica, un livellamento tra merito e deme­rito negli allievi a tutto svan­taggio dei meritevoli studenti.

Inoltre si pensò di rendere più “democratica” la Scuola con rivoluzioni studentesche, che finirono senza controllo e poi con “decreti delegati” tra scuola, famiglia ed allievi che potevano giustamente recare vantaggi propositivi ed utili fra aspetti diversi della vita scola­stica e che più volte invece si sono rivelati dispersivi quanto non contraddittori e contra­stanti fra docenti, genitori ed allievi.

E per molti allievi anche mo­mento di dispersione adulta.

La “Scuola” è sempre e sarà una vera palestra di vita, ma per farla tale occorrono al ver­tice uomini capaci di intende­re l’importanza “esistenziale” della Scuola che opera nei gio­vani e per i giovani.

Bisogna, passata l’onda mor­tifera della pandemia (per cui non parliamo della Istituzione scolastica ora per ora) rifa­re la pianta scuola per rifare la pianta docente; la pianta scuola non solo per migliorare le strutture esterne ed interne, ma rivedere con l’esperienza di uomini di alta e qualificata cultura umana e pedagogica, programmi e programmazio­ne didattica anche attraverso le novità tecnologiche che tut­tavia non possono sostituire il docente perché alla fine non di­venti un manzoniano Carneade qualunque.

Il docente o il caro insegnante, pur con i suoi limiti di vita col­lettiva e di esperienza didattica, laddove possano anche esserci, sarà sempre il professore della prima giovinezza, l’educatore dal quale non si dimenticherà mai né la voce che educa, né la comunione umana con i suoi allievi o scolari.

La Scuola nel tempo ha storica­mente cambiato volto, ma mai dovrà diminuire per falsi e vuo­ti ragionamenti anche politici, la sua meta unica, con quella della famiglia, di educazione morale ed intellettuale. Se vie­ne meno nel suo insegnamento dialettico la scuola verrà meno l’intera nazione nel corso degli anni.

Stolto quel Ministro o chi per lui che disse che la scuola era improduttiva. Che vergogna!

L’istituzione scolastica ha bi­sogno di qualificati Ministri dell’Istruzione, mai sussidiari di un Governo noto politica­mente; ha bisogno di opera­zioni concorsuali costanti per meglio qualificare il personale docente; ha bisogno di pro­grammi riveduti e corretti da illustri studiosi delle varie di­scipline; e che mai venga meno al “profondo” della sua Cultu­ra o classica o scientifica o tec­nica; che del passato prepara il presente e del presente prepa­ra l’avvenir; che è dei giovani, ed anche della stessa Patria. E qui si sente, dietro una cattedra con i suoi allievi, il docente, che non diventi un “visus” tecnolo­gico e dimentichi la sua figura umana di educatore. E qui mi ritorna a mente quel detto del De Sanctis: Se c’è nella Chiesa un “sacerdos in aeternum” nel­la Scuola ci sarà, pur col pas­sar del tempo e degli eventi, un “docens in aeternum”.

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