Taranto e l’ultima battaglia sul mare
Taranto e l’ultima battaglia sul mare

Si avvicinava l’estate del 210 a. C. Taranto già da due anni era praticamente spaccata in due: da un lato la città con l’abitato, le piazze, il porto, l’agorà, il teatro, le officine e i cimiteri in mano ai Cartaginesi di Anni­bale e ai tarantini della fazione popolare che avevano favorito l’ingresso in città del co­mandante cartaginese, sottraendosi al con­trollo romano. Dall’altro l’acropoli, l’attuale città vecchia ma allora molto più ristretta, in cui si era asserragliato il presidio militare romano comandato da Marco Livio Maca­to, con qualche gruppo di soldati giunti da Metaponto in rinforzo, e molti degli aristo­cratici tarantini con le loro famiglie.

Già, perché Taranto era chiaramente divisa in due grandi fazioni: gli aristocratici, in ge­nere grandi proprietari terrieri, erano filoro­mani, convinti che fosse più utile una colla­borazione col Senato di Roma, composto da aristocratici come loro e quindi disponibili alla difesa di comuni interessi e a tenere a bada le richieste della plebe; poi c’erano i mercanti, gli artigiani e il popolo minuto che erano sempre stati insofferenti al giogo romano ed erano convinti che con l’aiuto e le promesse di Annibale avrebbero riacqui­stato l’antica libertà, politica ed economica.

Annibale e i suoi alleati tarantini avevano più volte tentato di prendere l’acropoli con assalti violenti, ma erano sempre stati rin­tuzzati e alla fine si erano adattati a costru­ire in fretta una fortificazione (più o meno dalle parti dell’attuale via Regina Marghe­rita) per non essere sorpresi da qualche im­provvisa irruzione dei soldati romani. C’era il profondo avvallamento tra la città e l’a­cropoli (l’attuale canale navigabile, grosso modo), c’erano le coste alte, rocciose e sco­scese verso Mar Grande, le mura di epoca greca e le fortificazioni verso Mar Piccolo, che rendevano estremamente difficile un as­salto sia da terra che dal mare. E quindi si sperava di costringere il presidio romano ad arrendersi per fame.

Infatti più di un migliaio di soldati, anche con cavalli e bestie da soma, e forse un centinaio di famiglie tarantine filoromane, ammassati in spazi ristretti e con poche provviste alimentari, non potevano resistere a lungo senza aiuti esterni. E difatti gli aiuti esterni arrivavano, via mare, con convogli di navi cariche di granaglie e altre provviste che i Consoli si erano dati da fare a racco­gliere in Etruria e a spedire alla guarnigio­ne assediata di Taranto.

Annibale non riusciva a impedirlo per man­canza di una flotta da guerra, perché le navi della marineria tarantina, molto valida, erano rimaste intrappolate in Mar Piccolo: per uscire in Mar Grande sarebbero dovute passare nel canale dell’attuale ponte di pie­tra, proprio sotto le fortificazioni controllate dai romani che avrebbero avuto buon gioco ad incendiarle e bersagliarle dall’alto delle mura.

Ma anche a questo il genio del grande car­taginese trovò una soluzione: le navi, disar­mate e disalberate, montate su grandi car­ri furono trascinate dal porto interno (più o meno la baia di S. Lucia, oggi Arsenale Militare), attraverso una grande strada cit­tadina che tagliava l’agglomerato urbano da nord a sud, fino al Mar Grande, dalle parti dell’attuale piazza Ebalia. Iniziò quindi l’as­sedio dell’acropoli anche via mare, ma sen­za grossi risultati. I romani non cedevano.

Arrivò in soccorso di Annibale anche una ingente flotta cartaginese dalla Sicilia, co­mandata dall’ammiraglio Bomilcare, ma fu una sventura per la città, perché gli equipag­gi cartaginesi consumavano per se stessi la maggior parte delle riserve alimentari cit­tadine. Perciò quando Bomilcare salpò le ancore tutti trassero un sospiro di sollievo.

Però ormai i viveri nell’acropoli erano ri­dotti al minimo e razionati, il comandante Marco Livio Macato inviava disperate ri­chieste di aiuto ai Consoli di Roma. E Roma diede incarico a Decio Quinzio, oscuro di origini ma capace, di partire da Reggio (l’at­tuale Reggio Calabria) con navi da guerra che accompagnassero un gruppo di navi da carico con vettovaglie e armamenti destina­ti al presidio di Taranto. All’inizio non una gran flotta da guerra, composta da naviglio secondario e qualche vecchia trireme, ma poi, per le insistenze di Quinzio, si aggiun­sero tre quinqueremi e altre navi fornite da­gli alleati di Reggio, Velia e Paestum, fino a un totale di venti.

Era la quinquereme una nave da battaglia tipica delle grandi potenze dell’epoca, più lunga, larga e robusta della tradiziona­le trireme, interamente pontata e in grado di trasportare più di 100 fanti di marina e qualche arma da lancio, mossa da 300 vo­gatori ai remi e due alberi a vele quadre, il maestro e l’”artemon”, alberetto inclinato a prua. Risalendo le coste ioniche della Ca­labria, Quinzio sentendosi sicuro avanzò a vela, adattandosi alla velocità delle navi da carico, ma all’altezza di Sibari fece entrare in funzione i rematori.

Però degli osservatori lungo la costa, forse messi di proposito dai tarantini, avvisaro­no Taranto dell’arrivo della flotta romana. Subito si mosse Democrate, che prima di diventare un piazzale era un ammiraglio ta­rantino famoso, con venti navi da battaglia, per sbarrare la strada al convoglio romano e impedire l’approvvigionamento del presidio nell’acropoli.

Le due flotte s’incontrarono al largo della costa lucana fra Turi (Policoro) e Metapon­to, davanti a una località che lo storico ro­mano Tito Livio chiama Sacriportum, non meglio nota da nessun altro documento, tanto che si pensa ad un errore dell’autore o ad una errata trascrizione. L’individua­zione del luogo esatto è comunque diffici­le dato che la costa ionica della Basilicata ha subito nei secoli grandi trasformazioni, per l’enorme apporto di ciottoli e sabbia che le fiumare e le gravine trascinano verso il mare dall’interno: basti pensare che il porto di Metaponto di età romana imperiale, che evidentemente in origine era sul mare, oggi dista dal mare almeno un kilometro e che fiumi come il Sinni, il Bradano e il Basento hanno più volte nei secoli cambiato corso.

Il comandante romano rimase sorpreso dell’improvviso apparire del nemico, anche perché nel frattempo era calato completa­mente il vento e si dovette dar mano ai soli remi. Le navi tarantine erano probabilmen­te triremi, più piccole ma più agili delle quinqueremi romane e si lanciarono subi­to all’attacco. Le battaglie navali all’epo­ca consistevano nel tentare di speronare la nave nemica, bloccandola e agganciandola con dei rampini lanciati verso le murate, per passare poi all’abbordaggio e al combatti­mento corpo a corpo; oppure nello strisciare contro la fiancata dell’avversario spezzan­dogli tutti i remi da quel lato e rendendogli impossibile avanzare.

«Le navi erano così strettamente serrate fra loro che quasi nessun dardo cadeva a vuoto in mare. Si affrontavano come in una batta­glia terrestre e i combattenti passavano da una nave all’altra» (Livio, Ab Urbe condita, XXVI, 39).

Particolarmente violento fu lo scontro fra la nave romana comandata da Decio Quinzio e una tarantina su cui era imbarcato Nicone, soprannominato Perconte, nemico giurato dei romani e che era stato uno dei protago­nisti del tradimento tarantino e del passag­gio della città ad Annibale. Nicone riuscì a colpire con la lancia il comandante roma­no mentre incautamente incitava i suoi e si era distratto. Decio Quinzio cadde morto a prua e Nicone balzò sulla nave costringen­do i romani a rifugiarsi a poppa, ma un’altra nave tarantina comparve alle loro spalle im­pedendo ogni via di fuga. Fu l’inizio della fine per i romani. Spaventata per la perdita del comandante e della nave ammiraglia, la flotta romana tentò di sottrarsi al combat­timento disperdendosi; alcune navi furono raggiunte in mare aperto e affondate, altre cercarono di insabbiarsi sulle spiagge vici­ne, ma furono assalite e depredate da Turini e Metapontini, più probabilmente abitanti di piccoli villaggi costieri, pescatori avvezzi a saccheggiare navigli naufragati. Le navi da carico con il grano sin dall’inizio della bat­taglia si erano date alla fuga verso il mare aperto e solo poche furono catturate dai ta­rantini, le altre si dileguarono. E così, come commenta lo storico Tito Livio, «La speran­za del frumento, che avevano avuto davanti agli occhi, fu delusa per entrambi, romani e tarantini».

L’anno seguente le legioni romane di Quin­to Fabio Massimo riuscirono a entrare a Taranto col tradimento, Democrate e Ni­cone perirono combattendo valorosamente insieme a migliaia di altri tarantini, la città fu saccheggiata. Marco Livio Macato fu ac­cusato davanti al Senato di non aver saputo difendere la base di Taranto da Annibale e se la cavò soltanto per l’intervento di un suo influente parente, il console Livio Salinato­re. Tutto ciò lo apprendiamo da Tito Livio, il grande storico di età augustea, che nella sua monumentale Ab Urbe Condita narrò tutta la storia di Roma; per le vicende tarantine nella guerra annibalica soprattutto nei libri XXV-XXVI-XXVII.

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