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Ex Belleli, il progetto della discordia

L’ex capannone Belleli (foto d’archivio)
L’ex capannone Belleli (foto d’archivio)

Non accenna ad arrestarsi il dibattito politico che ruota attorno al proget­to che il gruppo Ferretti vorrebbe realizzare nell’ex area Belleli.

«Sulla riconversione di Taranto e il futuro del Sud Italia la destra si copre di ridicolo e in una interrogazione alla Commissione ipotiz­za pericoli per l’Unione europea (a proposito, ma loro non erano contro l’Europa?) e per la Nato da un investimento che potrebbe far ri­nascere territori che soffrono di inquinamen­to e povertà. La verità è che un’importante impresa storica a livello internazionale che opera in diverse aree d’Italia, con stabilimen­ti anche a Nord, La Spezia, Ancona, Forlì, Ri­mini e Bergamo ha interessi commerciali su Taranto. Il gruppo Ferretti, leader nel campo della cantieristica da diporto, si è impegnato a prendere in concessione l’ex area Belleli, ri­qualificando un’area abbandonata da anni, al fine di rilanciare la cantieristica da diporto, produzione di scafi in vetroresina e installare un centro ricerca. Le scuse della destra ricor­dano molto i complotti dei terrapiattisti. Per chi non lo sapesse o facesse finta, ricordiamo che innanzitutto si tratta di una concessione decennale e non di vendita. Non esiste alcuna operazione di vendita del porto di Taranto a qualsivoglia gruppo e operatore cinese». Lo dice l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Rosa D’Amato, in merito all’interrogazio­ne presentata alla Commissione europea da parte della Lega contro il progetto del grup­po bolognese Ferretti per la realizzazione di un polo produttivo e di un centro di ricerca nell’area “ex Belleli” del porto di Taranto. “Il porto di Taranto, come è naturale che sia § continua D’Amato – è di interesse di diversi operatori commerciali che nel pieno rispetto delle norme vigenti chiedono di poter uti­lizzare aree commerciali. L’area oggetto del dibattito è un’area interna al porto, abbando­nata e da bonificare al più presto. Taranto e tutto il Sud Italia hanno problemi ad attrarre investimenti e hanno un alto numero di tavoli di crisi aperte e quindi di cassintegrati, fra cui i 500 dell’Tct. È vero che all’interno della compagine sociale compaiono dei soci cine­si, ma questo avviene in molte altre aziende italiane. Non ho letto nessuna interrogazione alla Commissione europea quando i cinesi compravano il Milan calcio, nel 2017. Forse perché non volevano disturbare il padrone? Lasciamo stare le polemiche politiche, non alimentiamo discussioni assurde che solleva­no il sospetto che qualcuno per mero inse­guimento del consenso alimenti una guerra fra territori martoriati da inquinamento e alto tasso di disoccupazione. Faccio un appello a tutte le forze politiche: restiamo uniti per il bene di tutto il territorio pugliese e per il Sud, siamo uniti nel supportare e se il caso pun­golare i governi regionali e centrali affinché si investa al Sud quel 34% degli investimenti nazionali che gli spettano, che si usi per lo sviluppo duraturo e sostenibile il Fondo Svi­luppo e Coesione, il cui 80% è destinato al Sud, così come i fondi europei della Politica di Coesione e dello Sviluppo Rurale».

Sull’argomento si registra anche l’intervento di Massimo Battista, consigliere comunale “indipendente”. «Nella giornata di mercole­dì ho proposto in Commissione assetto del territorio (Cat) ai consiglieri comunali di in­serire nella prossima commissione all’odg la vicenda del gruppo Ferretti il cui 90% è nelle mani della cinese Weichai Group. Su Taran­to – spiega Battista – si sono posati gli occhi interessati di questo gruppo cinese pronto ad investire sull’area dell’ex Belleli, tra Pino so­litario e il molo polisettoriale. Il progetto pre­vede il rilancio della cantieristica da diporto, produzione di scafi in vetroresina e anche l’installazione di un centro ricerca. La pos­sibilità di una produzione che non sia legata al modello industriale a cui la nostra città è stata obbligata in questi anni, per scelte cala­te dall’alto da chi ha fatto di Taranto terreno di conquista e da chi ha solo pensato ai suoi pacchetti di voti. Tutto questo ha risvegliato il “finto” patriottismo di alcuni parlamentari di Forza Italia e Fratelli D’Italia eletti a Bari e Brindisi, a quanto pare il problema sarebbe che i proprietari della Ferretti, l’azienda in­teressata a lavorare su Taranto, siano cinesi. Dico finto perché gli stessi parlamentari han­no taciuto quando i turchi hanno messo le mani per 49 anni sull’ex Tct o quando gli in­diani prendevano l’ex Ilva. Che sia solo timo­re, il loro, nel vedere una Taranto competitiva a livello portuale, in pratica potrebbe essere solo mero campanilismo. Parlamentari quel­li che hanno portato un interrogazione alla Camera che nulla hanno a che fare con Ta­ranto, che molto probabilmente non conosco­no nemmeno le criticità del nostro territorio. Proprio per questo chiedo ai miei colleghi consiglieri di dichiarare apertamente il loro pensiero sulla vicenda, senza distinzioni tra maggioranza e opposizione, affinché si scon­giuri l’ennesimo scippo nei confronti della nostra città. Non mi meraviglierei se, come successo in passato, un investimento simile venga dirottato sull’Adriatico. Taranto merita delle alternative e nel momento in cui queste si presentano, bisogna saper sia vigilare che difenderle da chi ci vorrebbe sempre schiavi della grande industria».

Per Giampaolo Vietri, consigliere comunale e provinciale di Fratelli d’Italia «Sull’atten­zione nei confronti dell’area ex Belleli ma­nifestata dal gruppo Ferretti è bene riportare l’attenzione sul tema che ci riguarda, ovvero gli interessi del nostro territorio. Il sottose­gretario Turco ha fatto buona pubblicità a questo interesse anche se dalle notizie diffu­se si evince che non si realizzerà naviglio con carena in ferro, per intenderci quella di mag­giore dimensione che garantisce centinaia di posti di lavoro e il ricorso a innumerevoli commesse all’indotto, ma imbarcazioni di più ridotte dimensioni con scafi che vengo­no realizzati grazie alla colata negli stampi e nei modelli della vetroresina – sostiene Vie­tri – Rimanendo sui fatti e d’obbligo quindi sapere se esiste un piano industriale dell’in­vestitore per capirne la progettualità ed even­tualmente conoscere quando partiranno le assunzioni sul territorio, atteso che l’azienda potrebbe utilizzare proprie professionalità e fare qualche assunzione a chissà quando avendo nel frattempo incassato l’utilizzo del­la piattaforma. Occorre poi capire se sarà lo stato a pagare o ad aver già pagato la bonifica dell’area, perché se così fosse senza ombra di dubbio l’area andrebbe messa a gara. L’e­videnza pubblica, oltre a sanare l’assenza di trasparenza dovuta all’interlocuzione con un solo gruppo privato, consentirebbe, lì dove le autorità hanno deciso di rendere fruibile lo yard Belleli, di raccogliere le migliori pro­poste progettuali e di scegliere in base alle migliori ricadute economiche possibili per noi tarantini. Al momento, a fronte dell’inte­resse di una sola società e di un investimento la cui ricaduta occupazionale su Taranto va certificata, vanno verificate tutte le possibi­lità di investimento che vadano a conciliare l’interesse d’impresa con il massimo benefi­cio pubblico realizzabile per il territorio. In quest’ottica, inoltre, rivolgo al Sottosegre­tario Turco, e al Sindaco di Taranto, anche la mia proposta di far sedere al tavolo Fin­cantieri per realizzare nell’area ex Belleli un polo della cantieristica navale. L’azienda è società italiana, finanziata dal nostro sta­to, pertanto la presidenza del consiglio non avrebbe difficoltà a coinvolgerla se c’è oggi realmente tutto questo interesse per Taran­to da parte del governo. A Monfalcone la cantieristica navale impiega in tutto 10 mila persone per cui si chiami Fincantieri a sot­toscrivere un accordo con il territorio per la realizzazione di un polo produttivo che ob­blighi gli armatori a rivolgersi per le com­messe e le manutenzioni alle aziende della nostra provincia; inserendo, infine, il reim­piego nella cantieristica dei lavoratori ex Tct e ex Ilva attualmente in cassa integrazione straordinaria. Si sviluppi su quell’area – con­clude Vietri – un progetto complessivo per il recupero dei posti di lavoro andati persi e per nuove opportunità alle imprese locali, valutando attentamente ogni proposta d’in­vestimento, puntando a progetti di riconver­sione economica di grande respiro e visione strategica per il futuro di Taranto».

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